Le idee estetiche delle monarchie e quelle delle città italiane

L’attenzione dei cronisti e viaggiatori quando toccano la politica artistica degli Altavilla, non si rivolge solo alle chiese, ma ai palazzi, ai giardini, ai luoghi di piacere. L’arabo Ibn Giübàyr (secolo XII) descrive la chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio in Palermo come il più bel monumento del mondo: «Le pareti interne son dorate o piuttosto son tutte un pezzo d’oro, con tavole di marmo a colori, che eguali non ne furon mai viste; tutte intarsiate con pezzi da mosaico d’oro: inghirlandate di fogliarne con mosaici verdi; in alto poi s’apre un ordine di finestre di vetro color d’oro che accecavano la vista col baglior de’ raggi loro e destavano negli animi una tentazione cosi fatta che noi ne domandammo aiuto a Dio… »; in precedenza, lo stesso scrittore aveva parlato dei palazzi del re, che «accerchiano la gola della città [Palermo] come i monili il collo di donzelle dal petto ricolmo… Quante delizie egli v’ha, che Dio gli tolga di goderne! quante palazzine e capricciose costruzioni e logge, e vedette!».

Ibn Giübàyr inserisce queste descrizioni e questi giudizi in un quadro di tutta la città, che rende a sufficienza l’immagine della politica artistica perseguita dai sovrani normanni: «Città antica ed elegante, splendida e graziosa, ti sorge innanzi con sembianza tentatrice: superbisce tra le sue piazze e le sue pianure, che son tutte un giardino. Spaziosa ne’ chiassuoli non che nelle strade maggiori, abbaglia la vista con la rara venustà dell’aspetto. Stupenda città; somigliante a Cordova per l’architettura: i suoi edifici son tutti di pietra calcarea tagliata… ». All’ingresso in Palermo, lo stesso autore era rimasto impressionato passando per «piazze, porte e atrii regi: dove noi scorgevamo, dai nobili palagi, anfiteatri ben disposti e giardini e gradinate … che ne rimanemmo attoniti… Tra le altre cose notabili ci occorse un’aula costruita in mezzo ad un atrio spazioso, cui circonda un giardino. L’atrio è fiancheggiato di portici e l’aula prende tutta la lunghezza di quello. Ci recò molta meraviglia sì la dimensione dell’aula e sì l’altezza delle sue loggette».

In termini egualmente entusiastici si esprime un Ugo Falcando, intorno al 1180; alcuni decenni prima, Alessandro, abate di Telese, raccontando l’incoronazione di Ruggero di Sicilia, così descriveva gli addobbi del palazzo reale: «Palatium quoque regium undique interius circa parietem palliatum glorifice totum rutilabat», e l’arcivescovo Romualdo II di Salerno, nei suoi Annales parlando di re Ruggero: «Panormi palacium satis pulchrum iussit ædificari in quo fecit capellam miro lapide tabulatam, quam etiam deaurata testudine cooperuit, et ornamentis variis ditavit pariter et ornavit… ».

Quello che colpisce questi scrittori è la profusione dei colori, dell’oro e dei materiali preziosi; nonché, più di una volta, la somiglianza strutturale tra gli appartamenti e i giardini dei re normanni e quelli arabici. Va annotato inoltre il grande rilievo che essi danno all’architettura civile ed alla sua bellezza. Il programma politico che ispirava la critica in azione dei re normanni di Sicilia era quello di glorificare esteticamente l’istituto monarchico; le grandi chiese che essi facevano edificare rientravano in un disegno non dissimile da quello cui si ispirava l’abate Suger nella ricostruzione dell’abbazia di Saint-Denis, e al quale non doveva essere estraneo l’esempio del cesaro-papismo bizantino. La scelta, e l’impiego, sapientemente diretto, di maestranze locali, di formazione araba e bizantina, a cui successivamente vennero aggiunte, a Cefalù, altre di origine oltremontana, sta a provare l’intento, consapevolmente perseguito sul piano politico, di creare una forma visibile attraverso la quale la monarchia nata da un colpo di mano potesse mettere salde radici nell’animo di popolazioni delle quali quei re intendevano non violentare la diversità di origine e persino di lingua e di religione: preoccupandosi piuttosto di unificare tale diversità in una espressione artistica della potenza sovrana, nella quale ciascuno di questi diversi elementi riconoscesse se stesso.

L’omelia (falsamente attribuita a Teofane Cerameo, arcivescovo di Taormina), pronunziata il 29 giugno 1140 nella Cappella Palatina di Palermo da un monaco basiliano di origine calabrese (che presenta analogie di impianto con la descrizione di Santa Sofia di Paolo Silenziario) documenta a sufficienza queste concezioni e questi programmi artistici dei sovrani di Sicilia.

«Mi rallegro con te, o città» così esordisce questa omelia «e con te, sacra cappella dei palazzi… » Fa seguito all’esordio l’affermazione che di tutte le cose autore primo è Dio, da cui tutto ciò che per gli uomini è bene deriva, e, in secondo luogo il sovrano, al quale, secondo una ispirazione ierocratica, viene conferita dignità quasi di demiurgo: «il re pio, salvatore, benevolo quando rivolge lo sguardo ai suoi sudditi, ma che tiene la collera in serbo per i nemici… »; della cui grande anima regale è prova «questa cappella che per i predicatori egli costruì nei suoi palazzi, quasi fondamento e fortificazione: grandissima e bellissima, e per straordinaria magnificenza nobilissima, e splendentissima di luce, e per oro corruscantissima, sfavillantissima di gemme, e fiorentissima di pitture. Questa, chi più volte la vide, e torni a guardarla, sempre la ammirerà stupefatto, come se gli si mostrasse per la prima volta, e stupirà volgendo gli occhi in giro dappertutto [si ricordi Paolo Silenziario: “qua e là rigirandolo dirige lo sguardo”]. Il tetto infatti è tale che uno non si stanca mai di guardarlo, e desta ammirazione al solo sentirne parlare. Con intagli finissimi disposti a forma di piccoli panieri adornato, e tutto lampeggiante d’oro, rassomiglia al cielo, quando, limpida l’aria, risplende di stelle che danzano in coro. Colonne che in modo perfetto sorreggono gli archi, così in alto sollevano il tetto da sembrare impossibile. E il pavimento consacrato della cappella assomiglia tal quale un prato primaverile, tutto adorno com’è di variopinti tasselli marmorei. Con questo di più: che i fiori appassiscono e scolorano, mentre questo prato non appassisce, e dura perpetuo serbando una fioritura immortale. E tutte le pareti sono ricoperte di ornamento marmoreo; di esse le parti superiori ricoprono tessere d’oro, là dove non le occupi la schiera delle sacre immagini… ».

Da rilevare in questa descrizione che apre l’omelia, il silenzio, comune alla mentalità medioevale, intorno agli artefici della cappella, della quale è lodato come autore il sovrano-committente. Da rilevare anche, quale indice di attenti: sensibilità estetica dell’autore, l’accenno che egli fa alla perenne novità dell’opera d’arte, che ogni volta veduta colpisce come se la vedessimo per la prima volta (« …chi più volte la vide, e torni a guardarla, sempre la ammirerà stupefatto come se gli si mostrasse per la prima volta, e stupirà volgendo gli occhi in giro dappertutto»). Di origine platonica, l’analogia fra il soffitto ed il cielo (« …tutto lampeggiante d’oro, rassomiglia al cielo, quando, limpida l’aria, risplende di stelle che danzano in coro») e l’accentuazione che viene data alla perennità della fioritura cui fa pensare la varietà di marmi nel pavimento, superiore in questo alla fugace bellezza dei fiori di natura («Con questo di più: che i fiori appassiscono e scolorano, mentre questo prato non appassisce e dura perpetuo serbando una fioritura immortale»). L’arte come rivelatrice di una bellezza sottratta al tempo, identica a se stessa e immutabile, contrariamente alle bellezze della natura, che sono corruttibili, e sempre in procinto di diventare altre da sé, e soggette alla volubilità del tempo. Questo concetto, fondamentale nella prosa dello pseudo-Teofane Cerameo, doveva venire a lui dalla tradizione ellenistico-bizantina, e, attraverso questa, da Plotino e Platone: è un concetto che anche nel platonismo cristiano-occidentale dei secoli XII e XIII si farà valere, pervenendovi attraverso lo pseudo-Areopagita da un lato e il platonismo scientifico di Chartres dall’altro; ed anche qui porterà ad un apprezzamento dell’arte come più bella della natura (o rivelatrice dell’essenza della natura): che trionferà della sfiducia boeziana di fronte ad ogni bellezza, fondata sulle identificazioni delle bellezze dell’arte a quelle della natura ed al loro incerto destino ; nonché degli echi che tale sfiducia aveva trovato nei poeti dell’epoca pre-carolingia e carolingia (si ricordino Alcuino e Rabano Mauro) coinvolgenti l’arte nel destino passeggero di ogni presenza terrena.

Fra le descrizioni e le valutazioni critiche di architettura civile redatte nel secolo XII, merita di essere sottolineata, soprattutto per il rilievo dato al rapporto tra funzione e forma estetica, e per il richiamo che contiene all’esempio di Roma antica, quella di una costruzione militare milanese, che si legge nel libro III delle Gesta Friderici I, redatte da Rahevino: « …quasi turris quedam fortissima, e quadris lapidibus solido opere compactis. Mirabilis autem fuit lapidum magnitudo. Nec enim ex vulgaribus saxis aut quæ homines ferre posse crederentur. Sic autem manibus artificum formata, ut, quatuor columnis sustentata, ad similitudinem Romani operis vix aut nusquam in iunctura compaginis appareret… ».

Con questa cronaca delle imprese di Federico I Barbarossa, un nuovo centro istituzionale di attività artistica, la città dei mercanti e degli artigiani, fa la sua apparizione ufficiale, accanto al Papato, all’Impero, agli ordini religiosi, alle monarchie. E le città autonome, i comuni borghesi, elaborano una propria coscienza artistica: che nel promuovere la produzione di opere d’arte, nel chiamare architetti, scultori, pittori e maestranze varie e dare ad essi le proprie commissioni, compie una scelta nella quale, il programma di attività produttiva è insieme, e in primo luogo, un giudizio sull’arte effettivamente prodottasi in quel secolo in varie parti d’Europa.

Di questa, che possiamo chiamare l’azione critica delle città, documenti fra i più antichi sono la Chronica archiepiscopati Mediolanensium, auctore Arnulfo, dell’ultimo quarto del secolo XI, dove troviamo una valutazione della chiesa di San Lorenzo: « …cujus speciosissima omnium adeo fuit ecclesia, ut relatu difficile videatur, quas fuerint lignorum coluninæ cum basibus, tribunalia quoque per gyrum, ac desuper tegens universa musyvum… » e la Relatio sive descriptio de ædificationis ecclesiæ cathedralis Mutinensis, del principio del secolo XII. Quivi si legge che, essendo crollata in Modena l’antica chiesa dove si veneravano i resti di San Geminiano, «non tantum ordo clericorum, sed et universus quoque eiusdem ecclesie populus inter se vicissim conferre ceperunt, quid consulendum, quidque sit agendum. Tandem, divina disponente providentia unito consilio non modo clericorum (quia tunc temporis prefata quidem ecclesia sine pastorali cura agebatur), sed et civium, universarumque plebium prelatorum, sed etiam cunctorum eiusdem ecclesiæ militum, una vox eademque voluntas, unus clamor idemque amor, totius turbe personuit: iam renovari, iam rehedificari, iam sublimari debere tanti talisque patris nostri ecclesiam … Anno itaque dominice incarnationis millesimo nonagesimo nono ab incolis prefate urbis quesitum est ubi tanti operis designator, ubi talis structure edificator inveniri possit. Donante quippe Dei misericordia inventus est vir quidam, nomine Lanfrancus mirabilis artifex, mirificus ædificator. Ejus denique consilio et auctoritate ceperunt mutinenses cives et omnis populus ejusdem basilice … fundamentum ponere». E l’epigrafe modenese («Inter scultores quanto sis dignus onore – claret scultura nunc Wiligelme tua»), è fra le prime testimonianze di epigrafi nelle quali si faccia solo il nome dell’artista e non quello del committente.

Quest’attenzione al nome dell’artista, che la critica monastica, pontificia, imperiale e regale aveva lasciato nell’ombra, è forse l’elemento nuovo della critica cittadina, ed è un riflesso della politica istituzionale delle città: essendo la commissione dell’opera d’arte dovuta a organismi volutamente impersonali per garanzia politica, quella firma che nelle epigrafi e nei resoconti delle abbazie era stata dell’abate sant’Odilone di Cluny, Guglielmo di Digione, Suger di Saint-Denis, o nelle costruzioni dovute a sovrani, al sovrano stesso, come a Cefalù (ma poteva essere anche di semplici privati committenti: come negli affreschi del secolo XI in San Clemente di Roma: «Ego Maria macellarla p[ro] timore Dei et remedio anime meae hæc p[ingere] f[e]ci») veniva qui riservata all’artefice dell’opera, il cui nome iscritto sulla facciata o trasmesso nelle cronache non poteva costituire pericolo per quel delicato equilibrio di poteri in cui si compendiava la costituzione comunale. Il senso della personalità del fare artistico che diventerà sempre più vivo nei secoli successivi (e nell’umanesimo diventerà il contrassegno stesso dell’arte), mostra qui un suo originarsi da circostanze politico-sociali che si convertono in orientamento estetico. Altrove il giudizio sull’arte seguita, quasi sempre, ad investire una ideazione dovuta ad altri che allo artista, ed una scelta degli artisti in funzione di quella ideazione, in conformità a quanto stabilito dal secondo concilio di Nicea. Nelle città italiane, però, il lavoro artistico effettivo comincia a uscire dall’anonimato, ideazione ed esecuzione tendendo a identificarsi in una sola attività personale. Da qui l’avvio alla critica come distinzione fra personalità di autori e non più soltanto descrizione di oggetti: che preparerà il concetto moderno di autonomia dell’arte come risultante da una riflessione sull’arte individualizzata, congiungente in una stessa operazione il momento ideativo e quello produttivo.

Nelle città italiane si viene dunque preparando il passaggio ad una nuova concezione dell’arte, incentrata sulla individualità che è insieme ideatrice e esecutrice dell’opera ; e ad una critica come giudizio portato sull’opera in quanto creazione individuale. Passaggio graduale durante i secoli del tardo Medioevo ma che, una volta definitosi in maniera compiuta, e pervenuto a esplicita consapevolezza ad opera della cultura umanistica, concluderà alla concezione di arte come disegno, operazione mentale dell’artista che idea egli stesso la propria opera e la realizza materialmente; ed alla autonomia della nozione di arte rispetto a quella delle operosità fabbrili o meccaniche: nel novero delle quali la cultura specificamente medioevale la include proprio per effetto del distacco tra l’ideazione, pensata da altri, e l’esecuzione, affidata all’artista. Distacco che non di rado impedisce di distinguere le opere secondo personalità di autori.

Autore: Rosario Assunto
Pubblicazione:

La critica d’arte nel pensiero medievale
Editore: Il Saggiatore
Luogo: 
Milano
Anno: 
1961
Pagine:
115-120

Lessico iconografico-simbolico – Greca e Svastica

Greca e Svastica (LS)

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Il problema delle forme d’arte (3)

Affinché vengano meglio illustrati i principi dell’arte tradizionale, ne indicheremo qualcuno tra i più generali e i più elementari:

  • l’opera sia per prima cosa conforme all’uso cui è indirizzata, e ne esprima la conformità;
  • se vi è simbolismo sovrapposto, sia conforme a quello necessariamente congiunto all’oggetto;
  • non sia in contrasto l’essenziale con l’accessorio, ma regni l’armonia gerarchica, che peraltro procede dalla purezza del simbolismo;
  • il modo di foggiare la materia sia conforme alla natura della stessa, come pure a sua volta la materia sia conforme all’uso dell’oggetto;
  • l’oggetto infine non dia l’illusione d’essere qualcosa di diverso da ciò che è, illusione che genera sempre la spiacevole impressione dell’inutilità, e che, quando è il fine dell’opera – come avviene nell’intera arte classicistica – è difatti indizio d’una inutilità fin troppo reale.

Le grandi innovazioni dell’arte naturalistica non sono in conclusione che altrettante violazioni dei principi dell’arte normale: primamente, nella scultura, violazione della materia inerte, pietra, metallo o legno, e secondariamente, nella pittura, violazione della superficie piana;

  1. nel primo caso, si plasma la materia inerte come se avesse vita, mentre in sostanza è statica e per questo permette esclusivamente la raffigurazione sia di corpi immobili che di fasi essenziali o schematiche del movimento, e non quella di movimenti arbitrari, accidentali o pressoché istantanei;
  2. nel secondo caso, quello della pittura, si considera la superficie piana come fosse lo spazio a tre dimensioni, sia per mezzo degli scorci che delle ombre.

Queste regole, come si sarà capito, non sono prescritte da motivi puramente estetici, ma, al contrario, sono applicazioni di leggi cosmiche e divine; la bellezza ne sarà allora la necessaria conseguenza. Quanto alla bellezza dell’arte naturalistica, essa non sta nell’opera in quanto tale, ma esclusivamente nell’oggetto che l’opera limita, laddove, nell’arte simbolica e tradizionale, è bella l’opera in sé, o che sia astratta o che tragga la beltà più o meno copiosamente da un modello naturale. Niente può lumeggiare la nostra asserzione meglio del paragone tra l’arte greca detta classica e l’arte egizia: la bellezza di questa non dimora solamente nell’oggetto raffigurato, ma in pari tempo e a fortiori nell’opera in sé, ossia nella realtà interiore che l’opera rivela. Che l’arte naturalistica abbia talora dato espressione ad una nobiltà di sentimento e ad una intelligenza rigogliosa, è cosa ovvia che trova spiegazione tutto sommato in ragioni cosmologiche, la cui assenza sarebbe inimmaginabile, ma ciò non dipende affatto dall’arte in sé; difatti nessun pregio individuale può equilibrare la falsificazione di essa arte.

La Vergine bizantina – che secondo la tradizione trae la sua origine da san Luca e dagli Angeli – è infinitamente più prossima alla verità di Maria dell’immagine naturalistica, che necessariamente è pur sempre quella di un’altra donna, perché delle due l’una: o si dipinge un’immagine della Vergine completamente simile nell’aspetto fisico, ma in tal caso occorre che l’artista abbia veduto la Vergine, cosa chiaramente impossibile – a prescindere dalla illegittimità della pittura naturalistica – o si raffigura un simbolo della Vergine perfettamente adeguato, ma allora il problema della somiglianza fisica, quantunque non sia fatto totalmente escluso, non si pone più del tutto. Ora, la seconda possibilità – che d’altronde è l’unica ad avere un senso – viene attuata nelle icone: quanto non è espresso da esse attraverso la somiglianza fisica, viene significato col linguaggio astratto, ma diretto, del simbolismo, linguaggio costituito nel contempo di precisione e di imponderabili; l’icona comunica in questo modo, unitamente ad una forza beatifica che le inerisce in virtù della sua natura sacramentale, la santità della Vergine, ossia la sua realtà interiore e, attraverso di questa, la realtà universale della quale la stessa Vergine è espressione; l’icona, adeguando uno stato contemplativo ad una realtà metafisica, diviene un ausilio per l’intellezione, laddove l’immagine naturalistica, indipendentemente dal suo mendacio palese ed inevitabile, non trasmette che la femminilità di Maria. Può accadere che, in una icona, le proporzioni ed i lineamenti del volto siano proprio quelli della Vergine in vita, ma questa somiglianza, se realmente si verificasse, non dipenderebbe dal simbolismo dell’immagine e sarebbe semplicemente la conseguenza d’una particolare ispirazione, di certo sconosciuta allo stesso artefice; l’arte naturalistica potrebbe peraltro possedere una certa legittimità se fosse usata solamente per conservare le sembianze dei santi,
poiché la contemplazione di essi (il darshan indù) può essere un aiuto prezioso nella via spirituale, dato che i lineamenti dei santi sono per cosi dire il profumo della loro spiritualità, nondimeno, una simile funzione limitata di un naturalismo del resto sempre parziale e nel contempo disciplinato corrisponde solo ad una possibilità assai fragile.

Autore: Frithjof Schuon
Pubblicazione:
Unità Trascendente delle Religioni
Editore
: Mediterranee (Orizzonti dello Spirito, 28)
Luogo: Roma
Anno: 1980
Pagine: 81-84
Vedi anche:
Il problema delle forme d’arte (1)
Il problema delle forme d’arte (2)

Il problema delle forme d’arte (2)

Le forme d’arte, anche le più umili, sono solo secondariamente opera umana; traggono origine innanzitutto dalla stessa polla sovrumana donde discende ogni tradizione, come dire che l’artista che vive in un mondo tradizionale privo di fenditure opera sotto la disciplina o l’ispirazione di un genio che lo supera; egli non è che lo strumento, non foss’altro per il semplice fatto della sua attitudine artigianale.

« Un oggetto non è unicamente quello che è per i sensi, ma anche quello che rappresenta. Gli oggetti, naturali o artificiali, non sono… “simboli” arbitrari di una realtà diversa e superiore; ma sono… la vera manifestazione di essa realtà: l’aquila o il leone, ad esempio, non sono un simbolo o un’immagine del Sole, ma il Sole stesso in una sua parvenza (stante che la forma essenziale importa più della natura in cui si manifesta); come pure, ogni dimora è l’immagine del mondo ed ogni altare si trova al centro della terra… » (Ananda K. Coomaraswamy: « De la mentalité primitive » in Etudes traditionnettes, agosto, settembre, ottobre 1939). Unicamente l’arte tradizionale – nel significato più vasto, che comprende tutto ciò che è d’ordine formale esteriore, quindi a fortiori tutto ciò che appartiene a qualsiasi titolo alla sfera del rituale – unicamente quest’arte, tramandata con e attraverso la tradizione, può essere garante della corrispondenza analogica adeguata tra gli ordini divino e cosmico d’un canto e quello umano o artistico dall’altro. Da ciò consegue che l’artista tradizionale non si prefigge di imitare puramente e semplicemente la natura, ma « imitatur naturam in sua operatione » (san Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, I q. 117, a. 1); ed è palese che l’artista non può improvvisare, con i suoi mezzi individuali, una tale operazione propriamente cosmologica. La perfetta conformità dell’artista con questa « operatio », conformità sottoposta alle regole della tradizione, crea il capolavoro; in altre parole, la conformità presuppone in sostanza una conoscenza, sia personale, diretta e attiva, che ereditaria, indiretta e passiva.

Ne consegue che il gusto personale ha, nella creazione delle forme di una tale arte, un influsso piuttosto tenue, e il gusto si annullerà anzi quando l’individuo si troverà dinanzi ad una forma estranea allo spirito della propria tradizione; il che accade, nei popoli non appartenenti alla civiltà europea, nei confronti delle forme di provenienza occidentale.

A fine di comprendere più adeguatamente le cause del decadimento dell’arte in Occidente, occorre osservare che, nella mentalità europea, risiede un certo idealismo pericoloso che non è alieno da tale decadimento, né in particolare da quello della civiltà occidentale nella sua interezza; idealismo che si è manifestato più splendidamente, diremmo anche più intelligentemente, in talune forme del gotico, là dove prevale un dinamismo che pare rimuovere dalla pietra la gravezza; per quanto riguarda l’arte bizantina e romanica, come pure certa arte gotica che ne mantiene la potenza statica, queste rappresentano ancora un’arte sostanzialmente intellettuale, quindi realistica. Il gotico fiammeggiante, sebbene passionale, è nondimeno ancora arte tradizionale – prescindendo dalla scultura e dalla pittura già in evidente decadimento – o, più precisamente, è il canto del cigno di tale arte; a principiare dal Rinascimento, un’autentica vendetta postuma dell’antichità classica, l’idealismo europeo s’è riversato sui dissepolti avelli della civiltà greco-romana; vale a dire che si è posto, uccidendo se stesso, al servizio di un individualismo in cui ha creduto di riconoscere il proprio genio, per giungere infine, di tappa in tappa, alle manifestazioni più volgari e più chimeriche di questo individualismo. Ciò equivalse peraltro a sopprimersi due volte: primamente con l’abbandono dell’arte del Medio Evo, o semplicemente dell’arte cristiana, secondariamente con l’adozione delle forme greco-romane: facendole proprie, il mondo cristiano rimase intossicato dal veleno del loro decadimento. L’idealismo non è negativo in sé, giacché alberga nella mentalità dell’eroe, sempre incline al sublime; negativa, e in pari tempo propriamente occidentale, è l’introduzione di tale mentalità ovunque, anche dove dovrebbe essere bandita.

A tal punto un’obiezione è tuttavia possibile: non era precisamente romana l’arte dei primi Cristiani? La risposta è che gli autentici esordi dell’arte cristiana sono i simboli effigiati nelle catacombe e non le forme che i Cristiani, essi pure in parte romani per civiltà, attinsero in modo provvisorio e del tutto esteriore al decadimento classico; ma il Cristianesimo era chiamato alla surrogazione di tale decadimento con un’arte nata spontaneamente da un genio spirituale originale e, difatti, se taluni influssi romani sono sopravvissuti nell’arte cristiana, ciò avvenne soltanto in particolari più o meno esteriori.

Autore: Frithjof Schuon
Pubblicazione:
Unità Trascendente delle Religioni
Editore: Mediterranee (Orizzonti dello Spirito, 28)
Luogo: Roma
Anno: 1980
Pagine: 77-81
Vedi anche:
Il problema delle forme d’arte (1)

Il problema delle forme d’arte (1)

Il problema delle forme d’arte è tutt’altro che irrilevante. Per prima cosa, dobbiamo chiarire un problema di terminologia: dicendo « forme d’arte », e non « forme » soltanto, desideriamo specificare che non sono coinvolte le forme « astratte », ma viceversa le cose sensibili per definizione; ma se evitiamo l’espressione « forme artistiche », lo facciamo perché, nella significazione comune, si attribuisce loro un’intenzione di sontuosità, quindi di superfluo, il che è precisamente l’opposto di ciò cui miriamo. La locuzione « forme d’arte » è un pleonasmo, stante l’impossibilità di separare, tradizionalmente parlando, la forma dall’arte, essendo questa soltanto il principio di manifestazione di quella.

È necessario sapere, per intendere l’importanza delle forme, che la forma sensibile è ciò che corrisponde simbolicamente nella maniera più immediata all’Intelletto, e questo in virtù dell’analogia rovesciata che intercorre tra l’ordine
principiale e quello manifestato; conseguentemente, le realtà più elette si manifestano nella maniera più evidente nel loro riflesso più remoto, ossia nell’ordine sensibile o materiale, ed è proprio questo il significato profondo della sentenza: « Gli estremi si toccano »; e soggiungeremo che per la medesima ragione la Rivelazione discende nel corpo e non solo nell’anima dei Profeti, il che presuppone del resto la perfezione fisica del loro corpo. Le forme sensibili s’accordano dunque nel modo più esatto alle intellezioni, e perciò l’arte tradizionale ha regole che fan corrispondere alla sfera delle forme leggi cosmiche e principi universali, e che, nel loro aspetto esteriore più generico, rivelano lo stile della civiltà contemplata, lo stile esprimendo a sua volta l’elemento d’intellettualità di essa; allorché l’arte finisce d’essere tradizionale per divenire umana, individuale, pertanto arbitraria, questo è ineludibilmente il segno — e accessoriamente la causa — d’un decadimento spirituale, il quale, secondo la valutazione di coloro che sanno « discernere gli spiriti » e vedere senza preconcetti, si manifesta con la caratteristica più o meno incoerente, e spiritualmente di nessun conto, diciamo pure inintelligibile, delle forme.

Ci riferiamo al decadimento di talune propaggini dell’arte religiosa dell’epoca gotica, soprattutto tarda, e di tutta l’arte occidentale a principiare dal Rinascimento; l’arte cristiana (architettura, scultura, pittura, oreficeria liturgica, ecc.) che era arte sacra, simbolica, spirituale, dovette allora ritrarsi dinanzi al dilagare dell’arte d’imitazione classica e naturalistica, individualistica e sentimentale, arte che non ha assolutamente nulla di « miracoloso » (malgrado il convincimento di coloro che credono nel « miracolo greco ») e del tutto inetta a trasmettere intuizioni intellettuali e rispondente unicamente ad aspirazioni psichiche collettive; rappresenta cosi ciò che vi è di più contrario alla contemplazione intellettuale e che ha in stima soltanto la sentimentalità, la quale, d’altronde, si avvilisce via via
che corrisponde alle necessità delle folle, fino a sfociare nella volgarità leziosa e patetica. È singolare notare che pare non ci si sia mai accorti come tale barbarismo di forme abbia contribuito — ed ancora contribuisce — ad allontanare dalla Chiesa parecchie anime, e non delle meno elevate; esse si sentono davvero soffocate da un ambiente che non lascia più respiro alla loro intelligenza.

A fine di precorrere qualsiasi obiezione è importante rilevare che nelle civiltà intellettualmente integre, ad esempio quella cristiana medioevale, la spiritualità sovente si impone attraverso un’indifferenza verso le forme e talora attraverso una propensione a discostarsene, come palesa l’esempio di san Bernardo che proscrive le immagini dai monasteri, la qual cosa, ben s’intende, non indica l’accoglimento dello squallore e della barbarie, come del resto la povertà non sta nel possesso di cose spregevoli; ma in un mondo in cui l’arte tradizionale è morta, dove conseguentemente la stessa forma è usurpata da tutto quel che è contrario alla spiritualità, e dove pressoché tutte le espressioni formali sono guastate alla radice, la regolarità tradizionale delle forme acquista un’importanza spirituale assolutamente particolare che in origine non poteva avere, poiché allora l’assenza dello spirituale nelle forme era qualcosa di inesistente ed inimmaginabile.

Quello che abbiamo esposto sulla qualità intellettuale delle forme sensibili non deve tuttavia far dimenticare che quanto più si ritorna alle origini d’una tradizione, tanto meno le forme si mostrano in condizione di rigoglio; abbiamo detto che la pseudo forma, ossia quella arbitraria, è sempre esclusa, ma la forma in quanto tale può anche essere pressoché assente, per lo meno in taluni ambienti più o meno periferici; al contrario, quanto più ci si accosta alla fine del ciclo tradizionale in esame, tanto più il formalismo assume importanza, e ciò anche nella visuale cosiddetta artistica,
dato che in tal caso le forme son divenute tramiti quasi indispensabili per l’attuazione del deposito spirituale della tradizione. Non va comunque mai dimenticato che l’assenza della forma non significa punto la presenza dell’informe, e viceversa; l’informe e il barbaro non perverranno mai alla maestosa beltà del vuoto.

Il rapporto analogico tra le intellezioni e le forme materiali chiarisce come l’esoterismo abbia potuto introdursi nell’esercizio dei mestieri, e in particolare nell’arte architettonica; le cattedrali che gli iniziati cristiani ci hanno lasciato sono la testimonianza più palese ed anche di maggiore splendore della elevatezza spirituale del Medio Evo. Perveniamo cosi ad un aspetto assai importante del problema che ci interessa: l’azione dell’esoterismo sull’exoterismo per il tramite delle forme sensibili la cui fabbricazione è per l’appunto prerogativa dell’iniziazione artigianale; attraverso queste forme, autentiche propagatoci dell’intera dottrina tradizionale, e che in virtù del loro simbolismo comunicano tale dottrina con un linguaggio immediato ed universale, l’esoterismo ispira al nucleo propriamente exoterico della tradizione una qualità intellettuale e perciò stesso un equilibrio la cui assenza
provocherebbe alla fine la dissoluzione dell’intera civiltà, come è avvenuto per il mondo cristiano. Il disuso dell’arte sacra privò l’esoterismo del suo mezzo d’azione più diretto; la tradizione esteriore perseverò sempre più nel suo particolarismo, ovviamente limitativo; infine, l’assenza del moto d’universalità che aveva animato e consolidato la civiltà religiosa attraverso il linguaggio formale, diede luogo a reazioni contrarie; vale a dire che le limitazioni formali, anziché venir equilibrate, e quindi consolidate, in virtù degli interventi sovra-formali dell’esoterismo, suscitarono, a causa della loro stessa opacità o gravezza, negazioni per cosi dire infra-formali, poiché derivanti dall’arbitrio individuale, che, lungi dall’essere una forma della verità, non è che caos informe d’opinioni e di fantasia.

La Beltà di Dio corrisponde ad una realtà più profonda della Sua Bontà; ciò alla prima sorprenderà, ma bisognerà in questa occasione rammentarsi della legge metafisica in virtù della quale l’analogia tra l’ordine principiale e quello manifestato è rovesciata, ciò significando che il grande nel Principio sarà il piccolo nel manifestato, ovvero l’interiore nel Principio si manifesterà come l’esteriore nella manifestazione, e viceversa; proprio a cagione di questa analogia capovolta la bellezza, nell’uomo, è esteriore e la bontà interiore — perlomeno nella significazione usuale delle parole — contrariamente a quanto accade nell’ordine principiale ove la Bontà è per cosi dire un’espressione della Beltà.

Autore: Frithjof Schuon
Pubblicazione:
Unità Trascendente delle Religioni
Editore
: Mediterranee (Orizzonti dello Spirito, 28)
Luogo: Roma
Anno: 1980
Pagine: 73-77

Lo Pseudo-Areopagita e Scoto Eriugena. Contributo della «teologia visionaria» alla evoluzione del gusto medioevale

La cosiddetta «Rinascenza Carolingia» è caratterizzata, per quanto riguarda la critica d’arte, da una più decisa attenzione al fatto artistico come tale, che si accompagna alla preferenza pér il realismo e il classicismo : reviviscenza del gusto dell’antichità (sia pure rivissuto con sensibilità nuova e diversa) e distacco dal gusto predominante nei secoli più propriamente «barbarici». Ma proprio in piena età carolingia accade un avvenimento decisivo per la cultura medioevale: un avvenimento che sul piano del gusto doveva contribuire al formarsi di una coscienza critica orientata di nuovo verso i simboli, le metamorfosi, gli ardimenti della fantasia. Questo avvenimento è rappresentato dal dono, che l’imperatore d’Oriente Michele il Balbo inviò, nel settembre 827, a Ludovico il Pio, del manoscritto contenente tutte le opere dello pseudo-Dionigi Areopagita. Di esse proprio un discepolo di Alcuino, Ilduino, tentava subito una traduzione latina; ma dovevano segnare della propria impronta tutta la cultura, ivi compresa la critica d’arte, del Medioevo ottoniano, romanico e gotico, attraverso la traduzione di Giovanni Scoto Eriugena, ultimata nell’anno 860, e gli sviluppi che la filosofia dello pseudo-Areopagita doveva avere nel pensiero dello stesso Scoto Eriugena.
L’influenza del pensiero dello pseudo-Areopagita sulla coscienza estetica del Medioevo, e quindi anche sulla sua critica d’arte, risulterà chiaro quando si leggano quei passi della sua opera dove il neoplatonismo si configura non già come svalutazione delle apparenze naturali, ma come celebrazione della loro bellezza creata, nella quale si diffonde la bellezza increata di Dio. La bellezza è in tutte le cose, e le diciamo belle perché partecipano della causa efficiente di ogni bellezza. E la stessa definizione di gerarchia «sacram quandam universaliter declarat dispositionem, imaginem divinæ speciositatis in ordinibus et scientiis Ierarchicis, propriæ illuminationis sacrificantem mysteria, et ad proprium principium, ut licet, assimilatam …». Per queste ragioni, la perfezione propria unicuique Ierarchiam sortientium sarà un «secundum propriam analogiam in Dei imitatione ascendere, et omnium divinius, ut eloquia aiunt, Dei cooperatorem fieri». Questo vale anche per quello che sembra male e brutto. «Sed neque in tota natura malum. Si enim non omnes naturales rationes contra universaliter naturam nihil est ei contrarium … Itaque non est mala natura, sed hoc naturæ malum, non posse, quæ sunt propria; natura; perficere».
Ogni apparenza del mondo, i colori, le pietre preziose, i metalli, come le figure degli animali e delle piante, avrà un pregio in sé proprio in quanto la sua bellezza la riconduce all’archetipo che si trova in Dio, essendo Dio bellezza assoluta: «… omnia, quæcumque sunt et fiunt, per bonum et optimum sunt et fiunt, et ad hoc omnia videt, et ab ipso moventur et continentur, et propter ipsum et per ipsum, et in ipso omne principium exemplativum, consummativum, intellectuale, speciale, formale, et simpliciter omnes principium, omnis continentia, omne summum: aut, ut comprehendens dicam: omnia quæ sunt, ex bono et optimo, et omnia, quæ non sunt, superessentialiter in bono et optimo: et est omnium principium et finis superprincipale et superfinale, quia ex ipso, et per ipsum, et in ipso et in ipsum omnia …». È un concetto analogo a quello agostiniano, ma senza numero, senza matematica: questo sarà più operante nella critica del Medioevo ottoniano e romanico; il Medioevo gotico tornerà al numero di Agostino.
In queste pagine del De Cœlesti Ierarchia, e in altre del De Divinis Nominibus, troverà le proprie premesse teoriche il gusto, e dunque la critica, del periodo romanico, col suo apprezzamento delle decorazioni vegetali e zoomorfe; nell’approvare e nell’incoraggiare questo tipo di decorazione – diciamo: nella loro azione critica – non è improbabile che i chierici committenti dei secoli XI e XII fossero ispirati appunto dal De Divinis Nominibus e da tutti gli altri trattati dello pseudo-Areopagita, che in un secolo e mezzo dopo la traduzione di Scoto Eriugena dovevano essere diventati patrimonio culturale comune. Basti pensare a certi luoghi del De Divinis Nominibus, vere e proprie fondazioni teoretiche del gusto per i bestiari e per i verzieri: «Sed et de ipsis … irrationalibus animabus aut animalibus, quæcumque aëra secant, et quæcumque in terra gradiuntur, et quæcumque in terram extenduntur, et in aquis vitam aut in mari et terra sortientia, et quaæumque sub terra cooperta vivunt et obruta, et simpliciter quæcumque sensibilem habent animam aut vitam, et hæc omnia per optimum animantur et vivificantur. Et germina omnia nutritivam et motivam habent vitam ex optimo, et quæcumque sit inanimalis et non vitalis essentia per optimum est, et per ipsum essentialem habitum sortita».
L’allegorismo – o meglio, il simbolismo – filosofico teorizzato dall’Areopagita si converte in una celebrazione delle bellezze naturali, sentimento estetico della natura: che indurrà ad apprezzare nell’arte una messa in evidenza della bellezza delle cose naturali come irradiazione nel mondo della bellezza divina; ed a promuovere, nel comportamento critico, forme d’arte orientate in questo senso. Nel suo fondarsi sul neoplatonismo dello pseudo-Areopagita, l’allegorismo (o simbolismo) del periodo romanico, in quanto principio di critica in azione, indurrà dunque una maniera di considerare le opere d’arte non come significatrici di altro, ma come immedesimanti in sé l’altro (bellezza divina) e dunque come meritevoli di un apprezzamento qualitativo che investirà non solo le espressioni naturalistiche, ma anche quelle teratologiche (le quali susciteranno a suo tempo lo sdegno di Bernardo da Chiaravalle), giudicate come gradi, a loro volta, della gerarchia e, nel loro essere, belle anch’esse: «Sed neque dæmones natura mali. Etenim si natura mali, neque ex bono, neque in existentibus …».
Esistere vuol dire partecipare, sia pure in grado infimo, della gerarchia, dunque della bellezza. Il gusto per i mostri romanici, belli nella loro natura, cioè nella loro deformità, non è improbabile sia stato promosso da questa pagina dello pseudo-Areopagita: anche i mostri, in quanto sono, esistono ex bono et optimo, si convertono ad bonum et optimum. Celebrare questo essere di tutte le sembianze del mondo, è ricognizione del loro intrinseco essere ex bono et optimo, in bono et optimo; e verrà praticato come un modo di convertirle ad bonum et optimum (anche quando sembrano orrende) il fissarle nell’opera d’arte. A volte anche la voluta deformazione delle immagini può avere una sua giustificazione, in quanto rinnova in sé il processo della Scrittura, quando procura informium formæ et figuræ carentium figuris, e anziché procedere propter similes imagines, procede propter dissimiles formarum facturas.
La filosofia dello pseudo-Areopagita si può riassumere nel seguente principio: «Est ergo ex omnibus intelligere bonas speculationes, et invisibilibus et intellectualibus ex materiis reformare dictas dissimiles similitudines : altero modo intellectualibus habentibus, quæ sensibilibus aliter attributa sunt». E nello stesso principio possiamo identificare la fondazione dell’estetica romanica e della critica d’arte che essa implicava; anche se tale critica è possibile ricostruirla come comportamento, mentre sarebbe arduo reperirne delle verbalizzazioni esplicite.
Se l’arte sostenuta dalla critica che si ispira al pensiero di Dionigi sarà tuttora assorbita nell’ambito della produzione è, in questa visione filosofica, un aspetto dell’umano Dei cooperatorem fieri. Il Gilson ha messo in luce in una sua pagina la connessione tra questa causalità dell’opera umana, che collabora all’attività creatrice di Dio, e la celebrazione della natura: è una connessione che dall’etica si estende all’estetica, e alimenta di sé la critica da cui la specifica creatività artistica del periodo romanico veniva promossa e sostenuta. Di questa critica possiamo reperire i presupposti teoretici, e dunque una implicita metodologia, nei trattati dello pseudo-Areopagita, e, ancora più, nell’opera di Giovanni Scoto Eriugena, che lo spirito di quei trattati doveva inoltrare fino alle conclusioni più ardite.
L’universale bellezza del creato, e la significazione simbolica di tutti gli esseri, enunciata dallo pseudo-Areopagita, viene infatti confermata da Scoto Eriugena nel suo commento al De Cœlesti Ierarchia. Omnia quæ sunt, lumina sunt, è il principio fondamentale della filosofia di Scoto Eriugena: «… unus Deus, una bonitas, unum lumen diffusum in omnia, quæ sunt, ut essentialiter subsistant, splendens in omnibus, quæ sunt, ut in amorem et cogitationem pulchritudinis suæ convertantur omnia … Hinc est, quod universalis hujus mundi fabrica maximum lumen fit, ex multis partibus veluti ex multis lucernis compactum, ad intelligibilium rerum puras species revelandas …».
Questo concetto viene da Scoto sviluppato, seguendo il procedimento di Dionigi, nell’illustrare le allegorie della Sacra Scrittura, sino alla conclusione che le forme visibili, «sive quas in natura rerum, sive quas in Sanctissimis divinæ Scripturæ sacramentis», non sono fatte per se stesse, né vanno desiderate per se stesse, ma sono immagini della bellezza invisibile. E il convincimento di questa significazione delle forme visibili, che in Scoto è appena l’indizio di una estetica rudimentale, diventerà motivo di critica nei committenti del periodo romanico, li porterà ad apprezzare le immagini plastiche, e ad incoraggiarne la moltiplicazione. In una pagina del De Divisione Naturæ, troviamo formulati princìpi che dovevano guidare la critica in azione dei committenti romanici. Di questi princìpi non sarebbe stato possibile prendere coscienza senza la teoria dionisiano-scotiana della universale bellezza; teoria fondata, a sua volta, sull’allegorismo: del quale bisogna dire che non solo non implicava una svalorizzazione del sensibile e della sua bellezza, ma anzi la confermava, e attraverso la conferma allegorica del mondo sensibile portava ad un rinnovato interesse per l’arte come tale. Si deve all’allegorismo, se di fronte alle sembianze del mondo, la coscienza colta assume un atteggiamento diverso dal formæ vero nitor ut rapidus est di Boezio; nonché, di fronte alle arti, un atteggiamento diverso dal plus gramma valet di Rabano Mauro; e l’allegorismo contribuì a che si andasse definitivamente oltre il gusto per le gemme e i metalli e la luce che aveva caratterizzato la critica dell’età precarolingia.
Riprendendo il racconto biblico del peccato originale, Scoto osserva qui che l’albero della scienza del bene e del male non era malefico per la sua bellezza: «in quantum forma boni ambitur, ex Deo esse, quoniam ipse est totius formæ et pulchritudinis causa, sive ipsa forma et pulchritudo in aliqua substantia intelligatur vel sentiatur, sive in phantasiis sensibilis materiæ, quarum propria sedes est sensus corporeus, quia per ipsum interiori sensui inferentur … Forma itaque, per quam malum seducit eos, quos interimit, bona est, quoniam cuiuspiam boni phantasia est … Nam si tactu et gustu ipsius primi homines se abstinerent … experimentum vitæ aeternæ perpetuæque beatitudinis … haberent». Non la bellezza è stata causa del peccato, ma il volere andare oltre la bellezza, toccare e assaporare alla maniera dell’avaro: il quale, quando gli venga presentato «vas aliquid obrizo auro factum, pretiosissimis gemmis decoratum, forma pulcherrima compositum» anziché comportarsi come il savio (che «ad laudem Creatoris naturarum pulchritudinem illius vasis, cuius phantasiam intra semetipsum considerat, omnino refert») si accende di un fuoco di cupidigia. In questo apologo del saggio e dell’avaro, Scoto descrive l’operazione in cui secondo lui consiste l’apprezzamento dell’opera d’arte: «Ambo illud aspiciunt, sapiens videlicet et avarus, ambo ipsius vasis phantasiam suo corporeo sensu recipiunt, memoriæ infigunt, cogitatione tractant». Phantasiam corporeo sensu recipere, memoriæ infigere, cogitatione tractare: in questa ultima frase la contemplazione si converte in giudizio: che può essere retto, quando la bellezza viene riferita a lode del creatore; o errato, quando al cospetto della bellezza ci si lasci prendere da desiderio di possesso, che vada comunque oltre la pura contemplazione. Riferire a lode del Creatore, è fermarsi a considerare la forma boni che ogni cosa riveste quando la si consideri come immagine dissimile (allegorica) di Dio che è causa di ogni bellezza; diciamo: un puro contemplare, e dalla contemplazione passare alla meditazione, anzi meditare nell’atto della contemplazione. Immergersi in fætidissimam cupiditatis paludem è invece un rinunziare alla contemplazione- meditazione, e spingersi al di là della sembianza che come tale è sempre bella e buona: consumare l’oggetto, e cioè non giudicarlo, diremo noi, esteticamente.
La novità che la filosofia areopagitico-scotiana introduce nella cultura occidentale, e che avrà i suoi frutti nell’atteggiamento dei committenti romanici, fino alla riabilitazione della scultura, della quale Isidoro non aveva fatto menzione, limitandosi a parlare degli stucchi colorati, si fonda, in primo luogo, sul concetto delle immagini dissimili come mezzo di elevazione a Dio: concetto formulato dallo pseudo-Areopagita in sede di esegesi biblica, ma che si estenderà fino ad un apprezzamento delle immagini prodotte dall’uomo come immagini che non raffigurano direttamente Dio e gli attributi divini, ma servono anche esse ad elevare spiritualmente coloro il cui intelletto, come si legge nel De Cœlesti Hierarchia, non riesce ad andare oltre la bellezza sensibile. Immagini dissimili sono le immagini mondane, accentuate nella loro mondanità, in guisa tale che non si possano, idolatricamente, confondere con la divinità stessa, ma servano, metaforicamente, come raffigurazione dell’infigurabile. Di queste immagini, il capitolo quindicesimo del De Cœlesti Hierarchia fornisce un vero e proprio repertorio, che è insieme una celebrazione delle sembianze mondane in quanto le apparenze della (loro) bellezza diventano, come è scritto nel capitolo primo della stessa opera, figure di una armonia invisibile.
Da questi concetti deriva la teoria della contemplazione senza tatto e senza assaporamento, a cui Scoto Eriugena ricorre nel De Divisione Naturæ, esponendola nell’apologo del vaso. Contemplare senza cupidigia vorrà dire ammirare in ogni bellezza mondana (e tutte le cose del mondo sono belle) un raggio di quello che nel quarto capitolo del De Divinis Nominibus era stato chiamato il «bello sopraessenziale», che diffonde in tutti gli esseri, nella misura adatta a ciascuno, il proprio potere di abbellimento. Del duplicarsi di tali bellezze nel procedimento dell’artista, un luogo del De Ecclesiastica Hierarchia forniva una descrizione che i committenti dovettero avere presente nel giudicare l’opera degli artisti: «… Et sicut in sensibilibus imaginibus semper ad primum exemplarem speciem scriptor inflessibiliter intendit, ad nullum aliud visibilium retractus, aut secundum quid partitus, sed ipsum, illud quod est describendum … effingit, et ostendet, alterutrum in alterutro propter essentiæ differentiam …». E questa duplicazione potrà essere valutata come uno dei tanti modi in cui l’uomo Dei cooperatorem fit. Se l’artista ostendet alterutrum in alterutro propter essentiæ differentiam, la sua operazione potrà essere reputata come un aiuto nella lotta contro la cupidigia. Quando teniamo presente il ragionamento di Giovanni Scoto circa la forma et pulchritudo dell’albero da cui trasse origine il peccato originale, e lo riferiamo a questa concezione del fare artistico, che ai lettori di Scoto doveva essere egualmente nota, possiamo inferirne una valutazione dell’arte come attività che si impadronisce della forma et pulchritudo di ogni sostanza, e la trasferisce in altra sostanza differente : quello che ci starà di fronte sarà allora soltanto la forma boni, che si può contemplare senza peccato, ma non la sostanza che la cupidigia ci induce a toccare ed assaporare. Nel caso poi che l’essere di cui l’artista trasferisce in altro l’immagine sia un essere la cui sostanza è nociva, una fiera o un demonio, di esso rimarrà in questa nuova sostanza quello per cui esso non è maligno, ma è ex bono et optimo, in bono et optimo, e questo soltanto. Duplicare nell’arte tutto quello che è, sarà dunque un modo di convertirlo ad bonum et optimum: in pari tempo ammaestrando gli uomini a quella saggezza che consiste nel riferire a lode del Creatore la bellezza di tutto ciò di cui riceviamo l’immagine con i sensi corporali, e la fissiamo nella memoria, la scrutiamo col pensiero.

Autore: Rosario Assunto
Pubblicazione:
La critica d’arte nel pensiero medievale
Editore
: Il Saggiatore
Luogo: Milano
Anno: 1961
Pagine: 73-79

Sistemi di rappresentazione del cosmo nel mondo antico

È da sottolineare che i sistemi rappresentativi del mondo, presso tutte le civiltà, possono ricondursi ad uno schema immutabile che si ritrova dappertutto e sempre, più o meno variato in qualche particolare. Ora, questo schema è precisamente quello che sintetizza l’esperienza dell’uomo che si abbandona alla contemplazione della volta stellata. Il bersaglio del tiro a segno è il simbolo più universale della totalità del cosmo organizzato; simbolo insieme statico e dinamico che, per sua natura, si presta alle comunicazioni con l’invisibile.

Il genio ellittico dell’Africa nera fornisce alcuni esempi ridotti alla pura sostanza.

La zucca del capraio bambara costituisce una sintesi schematica ma ordinata del mondo, in cui Io spazio è dato dall’incontro dei raggi che tagliano il fondo su cui quattro fasce rappresentano le direzioni cardinali, mentre i raggi simboleggiano le inondazioni dell’universo ad opera delle acque future: quest’ultima precisazione indica che non si tratta di una semplice figura del mondo fenomenico, ma anzi di un’evocazione sacra in cui gli elementi terra e acqua (pioggia) risultano caricati di tutta la propria risonanza mitico-religiosa.

Poiché le coppe e i piatti si prestano facilmente a questo genere di decorazione, ci offrono una ricca gamma di rappresentazioni di questo tipo. I primi esempi risalgono alle origini della storia archeologica dei popoli dell’Asia occidentale, del IV millennio a.C. Due coppe dipinte di Elam (Susa I) ci mostrano le caratteristiche più comuni

Nel mezzo si trova sempre una croce o un simbolo del genere della svastica… oppure un disco ornato a mo’ di scacchiera che simboleggia forse la terra. Sul bordo appaiono delle forme molto simili ad un pettine – certamente il motivo della pioggia –; tra il centro e il bordo, una sorta di meandro, simbolo dell’Oceano (terrestre o celeste). Quindi degli stambecchi (qui assenti) ed infine l’uccello del sole che talvolta, come su un gran numero di sigilli cilindrici più recenti, s’innalza tra due monti, i monti del mondo» (Frobenius 147).

Gli elementi fondamentali dunque risultano essere una divisione in quattro, che potrà ulteriormente suddividersi in otto o sedici, rappresentata sia da una croce centrale, sia da una distribuzione in quattro campi o in multipli di quattro; a rutto ciò si aggiunge una forma circolare che può ripetersi in anelli e che evoca preferibilmente il mare originale o il mare che circonda e limita il mondo terrestre, essendo entrambi collegati dall’Oceano celeste primordiale.

Possediamo numerose coppe di metallo decorato proveniente dall’Antico Oriente che ci offrono una rappresentazione del mondo, quali la coppa fenicia della figura. Nel centro la zona celeste stellata, già divisa in quattro, quindi le consuete ripartizioni in campi successivi determinati dai quattro punti cardinali, infine, esternamente, la linea simbolica delle montagne all’inizio del mondo, che marcano l’orizzonte; su queste montagne compaiono alcuni alberi della vita attorno ai quali girano degli animali, simboli del felice aldilà.

Altre coppe cosmiche e rituali, come il disco di bronzo africano di Benin mostrano, al contrario, il quadrato terrestre al centro, poi lo spazio diviso in otto settori circolari circoscritti dal serpente Oceano, infine un’ultima aureola che comprende degli spazi alternativamente occupati da otto leoni e sei maschere; uno solo di questi spazi fa eccezione, quello diametralmente opposto ai due leoni che volgono il dorso, coincidente con la testa-coda del serpente (simbolo del rinnovarsi del principio): esso potrebbe avere il proprio corrispondente nell’archivolto che, come vedremo, conclude il ciclo dell’anno nelle curve dei timpani romanici.

Un sigillo ittita (Asia Occidentale) datato alla prima metà del sec. II a.C. rivela la stessa concezione: l’aspetto generale è quello di un cilindro bordato esternamente da otto festoni sui quali sono disegnate delle costellazioni, quindi segue una treccia continua che è la stilizzazione del serpente precedente; ulteriore prova a conferma della tesi che riconosce negli intrecci un vecchio simbolo acquatico. La stilizzazione può accentuarsi fino a raggiungere un tipo di perfezione propria dell’opera decorativa; simbolismo e decorazione sono per natura correlativi e spesso difficili a distinguersi, cosa che ha generato uno dei maggiori falsi problemi che gli uomini del nostro tempo si siano proposti di risolvere.

Il Museo coloniale di Roma possiede un campione di disco di legno molto diffuso proveniente dal centro delle capanne della località di Morka (antica costa africana della Somalia). La margherita centrale è circondata da una doppia treccia (l’oceano) poi da quattro settori determinati dai due assi rettangolari dei quattro punti cardinali.

Due legni d’ifa del paese di Joruba mostrano in quel punto un’immagine del mondo piuttosto semplificata senza essere per altro incompleta. Si tratta di due strumenti di divinazione ornati solamente lungo il bordo. Uno è circolare, l’altro rettangolare; il primo ornato da uccelli, l’altro da quattro figure, fra cui tre animali acquatici (pesce, granchio, tartaruga). La testa del dio Edschou domina questo cosmo in miniatura; la stessa testa si nota sul legno circolare e mostra che si tratta veramente di una figurazione sacra. Interessante è paragonare tale rappresentazione con il mondo marino del portale romanico della chiesa di Sant Pau del Camp a Barcellona. Pur nella diversità si noteranno le analogie.

Un lampadario etrusco conservato a Firenze, datato al sec. IX a.C., si mostra già più complesso, tuttavia vi si rintraccia subito il nostro schema tipico. Il contesto è mitologico: al centro una potente testa di Gorgone aureolata da un cerchio sul quale compaiono quattro coppie di leoni che divorano bovini

Il leone è un animale solare in relazione con il giorno; il toro un animale lunare in relazione con la luna e la notte. Il leone, divorando periodicamente il toro esprime da millenni la dualità fondamentale contrapposta del giorno e della notte, dell’estate e dell’inverno, che la considerazione delle stagioni invita a schematizzare in modo più preciso in un ciclo di quattro fasi. Tale simbolismo di base spesso viene valorizzato secondo le prospettive del sistema in cui si colloca; la sua lettura, dunque, per essere completa, deve svolgersi a due o più livelli. Poi un kyma, quella linea ondulata che rappresenta le onde del mare in cui sguazza un carosello di otto pesci. Infine, una corona esterna di sedici (quattro per quattro) figure addossate: otto sileni riconoscibili dal loro flauto accovacciate sopra dei pesci, otto femmine-uccello sopra una specie di trono. Questo lampadario rappresenta un tipo d’amplificazione pagana dello schema secondo una concezione mitologica.

Occorrerebbero interi volumi per elencare solamente qualche esempio colto da ogni civiltà. Non possiamo che accontentarci di qualcuno particolarmente tipico. Per introdurre a ciò che seguirà, citiamo il magnifico schema geroglifico di Quetzalcoatl, d’una ricchezza incredibile ed altamente rappresentativo delle culture mesoamericane.

Il personaggio di Quetzalcoatl, re di Tula, presumibilmente visse nel II o III secolo della nostra era ed è l’ancestrale archetipo che riassume nella sua persona le concezioni metafisiche ed antropologiche del suo popolo. Qui, egli è rappresentato in quanto Signore dell’Aurora, Centro delle quattro direzioni dell’Universo. L’immagine si dà come il riporto sul piano orizzontale del cubo cosmico. L’universo appare nei suoi differenti piani di direzione caratterizzati da quattro alberi che si sviluppano dalle regioni inferiori, simboleggiate una volta da una botte e due volte da maschere vomitanti. Il quarto albero, quello della zona superiore corrispondente al nord, è concepito come l’asse cosmico innalzato sulla ruota della rosa dei venti che sta alla base dell’albero stesso; esso si prolunga al di sotto nelle regioni inferiori.

Autore: Gerard de Champeaux; dom Sebastien Sterckx
Pubblicazione:
I simboli del medioevo
Editore
: Jaca Book
Luogo: Milano
Anno: 1988
Pagine: 55-57