Il simbolismo del Centro del Mondo e della Scala Celeste

Alla base della visione del mondo nella religiosità antica stava il concetto della corrispondenza fra cielo e terra. Si riteneva che tra loro esistessero correnti invisibili e passaggi sempre aperti.

Mircea Eliade dice che “Tutte le civiltà orientali… conoscono un numero illimitato di Centri. Meglio ancora: ciascuno di questi centri è considerato, e addirittura letteralmente denominato il Centro del Mondo. Lo spazio in questione è uno spazio sacro, determinato da una ierofania, vale a dire costruito ritualmente e non uno spazio profano, omogeneo, geometrico, perciò la pluralità dei Centri della Terra all’interno di una stessa regione non fa alcuna difficoltà…” (Immagini e simboli, Milano, Jaca Book, 1980, p. 40).

Uno dei simboli più diffusi per indicare questi passaggi era l’Albero cosmico o l’Albero della Vita che, comune a tutte le culture pur con immagini diverse, raffigurava il rapporto fra il cielo e la terra, fra Dio e l’uomo. Quest’albero era posto nel mitico “ombelico” del mondo, il centro del cosmo, riconoscibile in ogni luogo che una comunità individuasse come carico di una particolare sacralità, vera e propria porta aperta sul cielo, come la scala che Giacobbe vide nel sogno scaturire dalla pietra di Betel, lungo la quale salivano e scendevano gli Angeli. La Scala di Giacobbe è il simbolo più usato nella mistica antica per indicare la Porta del Cielo. La meditazione rabbinica, così attenta ai significati nascosti in ogni parola della Scrittura, si è interrogata sul perché Giacobbe vedesse gli angeli prima salire e poi scendere: dal momento che gli angeli dimorano in cielo la logica vorrebbe che prima ne discendano e poi risalgano. La spiegazione che è riuscita a trovare è semplice: gli angeli visti in sogno da Giacobbe sono in realtà coloro che, raggiunta attraverso la contemplazione la spiritualizzazione del corpo, possono conseguire l’estasi, per essere poi ricondotti sulla terra interiormente trasfigurati. Questa interpretazione si trasferì fin dai primi secoli anche nella mistica cristiana.

Come la pietra di Betel poteva diventare una Casa di Dio perché il luogo dove si trovava era già stato riconosciuto da Giacobbe come una porta del cielo, cioè sacro per sua natura, così l’edificio sacro doveva collocarsi alla confluenza delle opposte correnti invisibili, la cui armonica combinazione ed esaltazione sembra rendere più facile al corpo sottile l’ascensione alla terra celeste, cioè la salita lungo la scala di Giacobbe fino alla visione di Dio. Era dunque opportuno che, come in un’alchimia spirituale, un tempio venisse costruito in luoghi speciali dove le vibrazioni della terra emergono con più intensità, e che le sue mura di pietre squadrate, funzionando come una cassa armonica, le accordassero con quelle celesti.

Per conseguire una totale corrispondenza fra la terra e il cielo ed aprire così il passaggio visto da Giacobbe, un edificio sacro doveva dunque rispondere a tre regole esoteriche. Vediamole.

  1. Doveva essere collocato nei luoghi più sensibili della terra, quelli che per loro natura sembrano posti alla confluenza dei tre mondi.
  2. Doveva essere costruito ad immagine del cosmo e secondo le sue leggi, cioè secondo i rapporti matematico musicali che formano i mattoni con cui l’universo è stato costruito dalla Sapienza primigenia.
  3. Doveva possedere un orientamento che lo ponesse in diretta relazione col cielo, il quale doveva penetrarvi attraverso i raggi del sole.

Autore: Renzo Manetti
Pubblicazione:
La lingua degli Angeli. Simboli e segreti della basilica di San Miniato a Firenze
Editore
: Polistampa (La Storia Raccontata, 26)
Luogo: Firenze
Anno: 2009
Pagine: 11-12

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Lessico iconografico-simbolico – Serpente: Uroboros e Anfisbena

Serpente: Uroboros e Anfisbena (LS)

Lessico iconografico-simbolico – Serpente: testi e aspetti

Serpente: testi e aspetti (LS)

La metafora nel linguaggio magico rinascimentale (1)

Non è davvero un’osservazione nuova, anzi è un motivo spesso sviluppato da storici, filosofi, etnologi e psicologi, che i procedimenti del pensiero magico siano sempre affidati a mezzi linguistici del tutto peculiari, a modi espressivi caratterizzati da strutture essenzialmente metaforiche e simboliche, al confine con l’allegoria e le forme « cifrate » della comunicazione emblematica. Né s’ignora che il nesso tra arte magica ed arte retorica è stato spesso assai stretto, come naturale conseguenza di un atteggiamento mentale che suppone di poter imporre il dominio umano sulle forze cosmiche per il tramite di strumenti che sono insieme linguistici, oratori e simbolici, fondati, insomma, sul proposito di « persuadere » i poteri più profondi della natura, concepiti secondo misure e caratteri umani. Il fatto che l’operazione magica non possa mai prescindere dall’uso dell’esorcismo, dell’invocazione e della preghiera e che, anzi, si affidi alla forza quasi ipnotica del ritmo e della musica è, già di per sé, un indizio eloquente della inevitabile convergenza tra alcuni dei modelli più tipici del processo retorico e la « virtù » di un metodo operativo che ritiene di poter discendere, oltre tutti gli schemi razionali, sino all’ultimo segreto delle cose. Ma, a guardar bene e senza pregiudizi, il singolare intreccio di forme linguistiche presentato da molti testi magici, non sfugge che, in realtà, il loro discorso si risolve sempre in un sistema continuo di metafore e di analogie e che, per dir meglio, il primo presupposto del linguaggio magico (almeno al livello della « magia dotta », perché assai diverse sono le considerazioni relative alla magia popolare di tipo « stregonesco ») è costituito da una metafora « centrale » dalla quale dipendono, con coerenza strutturale, lunghe serie e catene di altre metafore, ordini di riferimenti simbolici e trame analogiche estese, di grado in grado, all’intera rappresentazione dell’ordine reale.

Fondata sull’idea di una connessione universale e di un sistema di « simpatie » e antipatie che abbraccia tutta la realtà cosmica di cui l’uomo è lo « specchio » vivente e unitario, la magia è sempre guidata dalla convinzione che il mondo è come un linguaggio segreto che può essere decifrato solo se ci si affida agli istinti primordiali della coscienza ed al potere « arcano » della parola. E, infatti, l’opera del mago dotto sembra consistere, soprattutto, nel tentativo di recuperare, oltre le forme del linguaggio quotidiano, un significato primitivo ed originario al quale si attribuisce il valore di « cifra » dei nessi comuni tra tutte le cose e, dunque, di quei rapporti più segreti che sono afferrabili soltanto al livello del subconscio. In questo senso, l’elemento comune alla magia ed alla retorica è appunto l’appello a poteri, sentimenti, desideri e forze latenti, il cui dominio non può essere raggiunto con i mezzi della ragione argomentativa e richiede, invece, un linguaggio capace di afferrare le analogie metaforiche tra la natura cosmica e la natura umana e di operare entro di esse con gli stessi metodi usati per dominare i processi più oscuri della nostra coscienza. Non a caso, taluni procedimenti alchimistici o certe forme di magia astrologica non si limitano soltanto a postulare la diretta corrispondenza tra il mondo celeste e i processi e gli eventi naturali, bensì mirano a fissare in precise formule, in una serie ordinata di parole, la chiave per comprendere le potenze cosmiche ed agire su di esse. Il che spiega perché uno psicologo, sempre così attento all’analisi del linguaggio, come Carl Jung, abbia dedicato indagini ormai classiche alle forme dell’esperienza alchimistico-magica, e perché oggi, anche sotto l’influsso del Lacan, si tornino ad analizzare, proprio sul loro reale versante linguistico, i « nodi » centrali dell’atteggiamento magico.

Non è, naturalmente, mio proposito trattare adesso argomenti di questo genere che richiederebbero una ricerca assai più complessa e circostanziata; né voglio richiamarmi alle suggestive considerazioni del Lacan sulla « fonction signalétique » propria di questi linguaggi, per spostare la mia breve ricerca su un terreno ancora troppo inesplorato e, comunque, facilmente soggetto a pericolose estrapolazioni antistoriche. Credo però che simili accenni fossero necessari come introduzione ad un tentativo di lettura di passi tolti da alcuni celebri « monumenti » della magia dotta rinascimentale che, proprio per il loro carattere letterario e la consapevole struttura retorica, rendono ancora più evidente la struttura metaforica fondamentale e le sue evidenti implicazioni di carattere simbolico e/o allegorico. I testi sono notissimi ed appartengono al catalogo consueto dei testi magici rinascimentali, giacché si tratta di alcuni passi del De vita coelitus comparanda, di Marsilio Ficino e del De occulta philosophia di Cornelio Agrippa di Nettesheim, di alcuni brevi riferimenti, ai De rerum varietate libri di Girolamo Cardano o di estratti più ampi dalla Magia naturale di Giambattista Della Porta. Così il campo della nostra analisi si estende, nel tempo, per la misura non breve di un intero secolo, allo scopo di documentare la sostanziale continuità di espressioni, forme semantiche, la cui sopravvivenza s’identifica con la fortuna di una lunga tradizione esoterica, nutrita non solo di evidenti ispirazioni platonizzanti, ermetizzanti e cabbalistiche, ma anche di convenzioni retoriche ben codificate e di un’indiscussa fiducia nei procedimenti di tipo metaforico ed analogico.

Autore: Cesare Vasoli
Pubblicazione:
Simbolo, metafora, allegoria. Atti del IV convegno italo-tedesco, Bressanone 1976 (Quaderni del circolo filologico linguistico padovano, 11)
Editore: Liviana
Luogo: Padova
Anno: 1980
Pagine: 145-147

Lessico iconografico-simbolico – Piede nudo e piede calzato

Piede nudo e piede calzato (LS)

Verde Medioevo delle erbe (3)

Altro tema interessantissimo dell’erbario medievale e non: la sessualità delle piante, quasi un «mondo sessualizzato», una fisionomia diversa da dare alla morfologia dei vegetali: quel rapporto di simpatia che lega le piante alla vita, al tempo che passa. Ad esempio la fertilizzazione artificiale degli alberi da frutto: un autentico rituale che evoca la fertilità vegetale e richiama la partecipazione sessuale dell’individuo. I frammenti che Maimonide ci salva del Libro sull’agricoltura nubiana di Ibn Washya raccontano una «presenza» dell’uomo/pianta nel quotidiano: era proibito agli Ebrei consumare limoni di alberi innestati perché non cedessero ad abitudini orgiastiche connesse con il concetto di «innesto», inteso sessualmente. Esiste un’etica della natura che l’età tardo-antica e altomedievale hanno paura di sconvolgere, com’è appunto il caso dall’innesto contro natura fra differenti specie di vegetali; innestando un ramo di limone in un lauro o in un olivo è possibile produrre limoni piccolissimi come olive. E perché questo monstrum riuscisse occorreva una particolare congiunzione tra il sole e la luna. E Maimonide aggiunge: «Il ramo da innestare deve trovarsi nelle mani di una giovane molto bella, mentre un uomo deve avere con lei rapporti sessuali vergognosi e contro natura; durante questi rapporti e questa unione sessuale, la ragazza innesterà il ramo nell’albero». Il ciclo, così, si chiude: un innesto contro natura deve essere favorito da un rapporto contro natura e la ragazza, innestata contro natura dal maschio, innesta a propria volta il ramo nella pianta. Maschile e femminile della natura, scambio di ruoli ed eccessi di fronte ai quali il Medioevo reagisce attonito e sospettoso, liberandosi con difficoltà dalle classificazioni «maschili» e «femminili» che l’antichità assegna al mondo vegetale. Così,il cipresso e la mandragola sono «maschi», mentre certi arbusti sono considerati «maschio» o «femmina» in base alla loro forma o alla funzione che hanno in particolari riti.

La sessualità delle piante è soltanto uno degli aspetti della più vasta sessualità e fertilità del mondo, e lo stesso uso terapeutico delle erbe tende a ripristinare una sanità che ha come prima conseguenza una riacquistata capacità procreativa. Come accade per le pietre e per i minerali, secondo quanto insegna la cultura dei Lapidarii. Non a caso le culture indigene africane dividono i minerali in «maschio» e «femmina»: i minerali «femmine» sono teneri e rossi, vengono estratti dalle profondità più ime delle miniere; e l’unione di minerali «maschio» con minerali «femmina» è, anche nel Medioevo, il primo gradino dell’alchimia. Ancor oggi si distinguono i diamanti sui gradi della lucentezza e questa dà loro il «sesso» riferito al colore e alla durezza. I Lapidarii medievali sono ricchi di siffatte connotazioni sessuali applicate a pietre e gemme, e la trattatistica araba è piena di queste allusioni: scrive, nel X secolo, il medico arabo Sabattai Donnolo: «l’amore non è esclusivo della specie umana; esso penetra ogni cosa esistente sul piano del cielo, degli elementi e dei vegetali». Gli fa eco il poeta Ibn Errumi: «Qual è la migliore arma? Soltanto una sciabola bene affilata, col suo taglio maschio e la sua lama femmina». E gli Arabi chiamano dzakar «uomo» il ferro duro, e anit «femmina» il ferro tenero. Nella terminologia alchimistica lo Schmelzhofen «forno fusorio» è designato con il nome di «utero», come è «maschia» una pioggia dura e battente che ricopre pietre e vegetali. Simbolismi sessuali della Terra, madre di elementi naturali. Le terminologie delle culture antiche forniscono prove eloquenti: in babilonese il vocabolo pu vuol dire sia «sorgente d’acqua», sia «vagina»; e il babilonese nagbu «sorgente» è assai vicino all’ebraico neqeba, «femmina». In ebraico, ancora, il termine «pozzo» si riferisce anche alla donna, alla sposa. In egiziano il vocabolo bi significa «galleria di miniera», ma anche «utero». Questo è il ventre della Terra, questa è la maternità della natura, e noi non possiamo non pensare che tutto questo non sia legato ad un complessivo modo d’intendere il creato come esaltazione della produttività fertile degli elementi, piante o pietre che siano. Di tutto questo l’uomo resta l’interprete più alto, colui che con la sapienza proveniente da Salomone riesce a dosare le proprietà degli elementi. Il tempo della natura diventa, allora, il tempo della vita che si riproduce dovunque e che dall’alma Tellus si trasforma nel concetto cristiano di alma mater, Terra o donna.

Attraverso il mondo del verde nel cuore stesso dell’insondabile meccanismo delle esistenze: pietre, gemme, alberi, piante, erbe, uomini; un ciclo fantastico che promette evoluzioni di eccezionali qualità, di profondi significati fisico-scientifici e mistici che il Medioevo seppe vedere come poche altre fasi nella storia della cultura. Dalla semplicità della natura, dall’irripetibilità dei suoi colori, e del suo colore dominante, il verde, impariamo applicazioni, medicine, simboli, taumaturgie e risanamenti. Perfino l’umile erba del trifoglio, simbolo dell’amore semplice e della sapienza degli umili, troviamo che racchiude una lezione filosofica, un disegno d’armonia dov’è prefigurata l’armonia del cosmo, che, secondo l’immagine d’Isidoro di Siviglia, riassume tutta l’armonia della bellezza.

Autore: Massimo Oldoni
Pubblicazione:
Gli erbari medievali tra scienza simbolo magia
Editore
: Officina di Studi Medievali (Scrinium. Quaderni ed estratti di “Schede Medievali”, 10)
Luogo: Palermo
Anno: 1990
Pagine: 322-324
Vedi anche:
Verde Medioevo delle erbe (1)
Verde Medioevo delle erbe (2)

De Virtutibus Lapidum (2)

Le pietre preziose fissano, una volta per tutte, la “loro” Luce: il loro rosso di fuoco o di sangue, i loro verdi, i loro azzurri, i loro gialli oro. La “loro” Luce sarà la “loro” potenza, quella lama d’arcobaleno che guiderà ad un certo, e particolare, bene. Arcobaleno: iride, in Greco, significava la Via, e la pietra preziosa è un tratto della Via, è quasi una parte della unica strada che porta alla Fonte di ogni Splendore (Zohar…).

Piante, animali, pietre, parole potenti, sono gli strumenti attraverso cui l’uomo-mediatore interagisce col cosmo. Il cosmo è, essenzialmente, ordine (Gr. kòsmos) e da quest’ordine lo sciamano prende gli elementi utili a ricostruirsi ed a ricostruire chi ricorra a lui. Egli chiama a sé e respinge oppure sale e scende; guida le anime nell’altro mondo, riporta tra gli umani le anime prematuramente o “illogicamente” andate nell’aldilà. Cura malanni d’ogni tipo, predice future cose. E per tutto questo usa strumenti adatti a mediare: trita pietre, semi e animali, distilla erbe e liquidi organici, confeziona medicamenti.

L’antropologia sciamanica vede un uomo in perenne contatto con le forze naturali e celesti: quest’uomo deve imparare ad usare di ciò che le drammatizza, di quanto le rende percepibili, per potersi nobilitare. Conosce sim-patie ed anti-patie, lo sciamano, e sa riequilibrare, con sottile arte spagirica, ogni dissesto, interiore ed esteriore. Come avrebbero detto Comario o Zosimo panopolitano: sa usare dell’Arte delle Bilance.

Queste conoscenze tecniche non sono state, nella storia, esclusivo appannaggio di coloro che, fino a tempi relativamente recenti, ancora le possedevano. Chi aveva curato se stesso dal primo grande male, il male originario, avrebbe anche potuto curare gli altri, da ogni malanno, sì, ma anche dai mali più subdoli, sottili, pervadenti, nefasti. E la medicina dell’anima questo proprio rappresentava.

Molti santi uomini si sono prodigati in quest’arte; hanno lasciato testi di terapeutica tradizionale importanti fondati su conoscenze sottili che riguardano, prima di tutto, l’anima umana e, dopo, il corpo. Ci hanno consegnato anche opere di medicina e farmacopee, sceverando le capacità terapeutiche dei semplici e, last but not least, le potenze incantate nelle pietre. Qui i lapidari antichi e medioevali: testi in cui la Pietra è considerata secondo le leggi di analogia che di fatto incarna. Ogni Pietra ha sue sym-patie e sue anti-patie, serve, secondo universali logiche, in un ambito od in un altro; cura un male dell’anima o un altro; guida ad un bene o ad un altro.

Autore: Maurizio Barracano
Pubblicazione:
Il libro delle gemme. I lapidari di Ildegarda di Bingen e Marbodo di Rennes
Editore
: Il Leone Verde (Via Lattea, 2)
Luogo: Torino
Anno: 1998
Pagine: 10-12
Vedi anche:
De Virtutibus Lapidum (1)