Beatitudini

Fonti

Secondo san Matteo, il discorso della mon­tagna è il primo grande intervento di Gesù durante la sua vita pubblica.

Dopo l’arresto del Battista, Cristo si è ri­tirato in Galilea; ma è già famoso e una folla accorre da lui. Egli sale allora su una monta­gna, e pronuncia il cosiddetto discorso delle «Beatitudini», riferito da Matteo (5,3-11). Luca riprenderà il testo con qualche varian­te e ambientando la scena nella pianura (6,20-26). Le Beatitudini sono diventate famo­se perché condensano in poche frasi tutto l’insegnamento che sarà poi sviluppato da Gesù, insegnamento fondato sull’amore di Dio che perdona i peccati e sull’amore del prossimo.

Iconografia

Una notevole illustrazione delle otto Beatitudini è quella che ci dà il libro di preghiere di Ildegarda di Bingen, celebre monaca re­nana della seconda metà del XII secolo. Il ci­clo consta di otto quadri, ciascuno dei quali è formato da due immagini giustapposte: quelle del registro superiore sono dedicate alle Beatitudini, secondo il Vangelo di Mat­teo; quelle del registro inferiore rappresentano, in maniera simmetrica, delle maledi­zioni. Queste ultime non compaiono nel te­sto del discorso riferito da Matteo, che cita solo le otto Beatitudini, ma sono state estra­polate dall’artista partendo dal testo di Lu­ca, il cui discorso è formato da quattro Bea­titudini e quattro maledizioni; le une e le al­tre sono accompagnate da didascalie latine che ne precisano il significato.

In ogni illustrazione del registro superio­re compaiono due personaggi virili, separati fra loro da una piccola altura che si erge ai loro piedi e rappresenta la montagna sulla quale è stato pronunciato il discorso e, in al­to, dalla mano di Dio che esce da una nuvo­la e simboleggia la Parola.

Esaminiamo le diverse scene, interessan­ti perché, per l’arte medievale, costituiscono una sorta di grammatica dei gesti e degli at­teggiamenti:

– Prima Beatitudine: «Beati i poveri in spiri­to…». I due uomini si portano una mano alla guancia in segno di dolore. La mano divina regge una Croce.

– Seconda Beatitudine: «Beati i miti…». I due uomini giungono le mani, sempre in se­gno di dolore.

– Terza Beatitudine: «Beati coloro che pian­gono…». Uno dei due personaggi serra le mani, l’altro si strappa i capelli.

– Quarta, quinta e sesta Beatitudine: «Beati coloro che hanno fame e sete della giusti­zia…», «Beati i misericordiosi…», e «Beati i puri di cuore…». L’atteggiamento dei perso­naggi è meno caratterizzato che nei casi pre­cedenti.

– Settima Beatitudine. «Beati gli operatori di pace…». I due uomini si abbracciano.

Le otto maledizioni del registro inferiore riguardano rispettivamente gli «orgogliosi», i «collerici», «coloro che gioiscono del male», gli «avari», «coloro che sono malvagi con il prossimo», «coloro che vogliono il male», «coloro che provocano la discordia» e i «per­secutori».

La loro rappresentazione è molto vivace: dalla bocca di ogni personaggio esce una specie di cornetto che termina con una testa di demonio che ne simboleggia la malvagità di parole e pensieri; i «collerici» si strappa­no i capelli, gli «avari» contano il loro dena­ro, «coloro che vogliono il male» impugna­no delle armi, «coloro che provocano la di­scordia» si trafiggono a vicenda con la lan­cia, e i «persecutori» si minacciano fra loro con una spada.

Jean-Claude Schmidt, che ha analizzato a fondo questa composizione nel suo libro La raison des gestes (Gallimard, Paris 1990), fa notare che i personaggi delle Beatitudini hanno i piedi nudi, come Adamo prima del­la Caduta, mentre i maledetti sono calzati; un’altra interpretazione di questo tratto ca­ratteristico si può forse cercare nella profe­zia di Isaia: «Come sono belli i piedi di quelli che portano il lieto annuncio della salvezza».

Il discorso delle Beatitudini è stato illu­strato anche su un bel cofanetto d’avorio, proveniente da San Isidoro di Leon e conservato al Museo Archeologico Nazio­nale di Madrid. Ogni Beatitudine è rappre­sentata da un personaggio affiancato da un Angelo, sotto un’arcata sormontata da un motivo architettonico che simboleggia la Gerusalemme celeste; un’iscrizione sopra l’arcata ricorda il testo del discorso.

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Le beatitudini
San Isidoro di León , Museo di Madrid

Notiamo, infine, che il tema è stato trat­tato, secondo il medesimo principio, in un capitello del chiostro di Moissac nel quale, purtroppo, la maggior parte delle teste dei personaggi è mutilata.

Dizionario di Iconografia Romanica, Jaca Book, Milano 1997, pp. 118-120

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