Albero: l’uomo con l’albero in zona egiziana

Sezione: Lessico


Conformemente al pensiero pitagorico ripreso dal cristianesimo, il tema dell’albero a Y evoca contemporaneamente la buona e la cattiva salute e l’idea del Giudizio, poiché, secondo una concezione che, oltre tutto, appartiene alla Bibbia, coloro che stanno bene sono al tempo stesso gli eletti, e i malati sono invece i dannati: essere malato vuol dire essere vittima del demonio. Conformemente a ciò che a suo tempo si è detto, in linea generale, sulla distinzione fra zona egiziana e zona mesopotamica, se il significato di fondo dell’albero a Y è quello di presentare una sorta di bilancia fra buoni e i malvagi, esso è tuttavia più spesso albero di vita, hom, immagine dei buoni, nella prima delle due zone suddette (in armonia con l’idea di separazione che pone gli eletti in Paradiso, nei Giudizi di Conques e di Autun), mentre rappresenta piuttosto una minaccia nell’altra zona (in armonia con l’incertezza che incombe sui resuscitati di Beaulieu, dove la croce a bracci eguali equivale alla Y), non essendo qui visibile nessuna vera separazione. Infatti – prova della estrema attualità del tema in epoca romanica –, quest’albero compare in egual misura nell’una e nell’altra zona, in esempi precisi e perfettamente comprensibili. La zona egiziana sarebbe caratterizzata, sul lato settentrionale della navata di Saint-Vincent a Chalon, dall’accento posto sull’albero a Y, sul Cristo come Albero di vita e come Giudice (Caino e Abele), mentre la zona mesopotamica avrebbe mantenuto la dualità dei rami dell’albero, così com’è materializzato dal doppio fiordaliso dell’altare di Tolosa o del trumeau di Souillac.

Rappresentazioni del genere evocano perfettamente le tradizioni immemorabili che accostano l’uomo al mondo vegetale. Svolgendo un ruolo decisivo alle origini dell’uomo, l’albero di vita si ricollega a una diffusissima concezione primitiva che fa discendere l’uomo dal mondo suddetto, non di rado dalla pianta della zucca. Tali credenze si riflettono anche presso i popoli civilizzati nell’usanza alquanto comune – e viva ancora oggi in Alsazia – di piantare un albero alla nascita di un bambino, e di legare strettamente la sorte di quest’ultimo a quella dell’albero. Simbolicamente, l’albero è la forma invertita dell’uomo: il sangue circola in questi così come in quello circola la linfa; l’albero ispira l’acido carbonico che l’uomo rigetta, e così via. Donde il mito universale dell’albero capovolto che nella sua forma macroscopica protende le radici fino al cielo e i rami fino all’inferno. D’altronde, la crescita e le proporzioni dell’albero e dell’uomo sono rette dalle medesime armonie prestabilite, il numero aureo.

L’albero evoca con la sua morte temporanea l’idea del sacrificio. Esiste una logica intrinseca tra il fatto che l’albero sia la forma invertita dell’uomo, che il Cristo sia stato crocifisso ad un legno, e la forma in sé della Y, con le sue due asticelle, immagine del Giudizio e della duplice possibilità che regola il nostro destino dopo la morte.

Tuttavia, per esprimere la morte reale, l’uomo viene talvolta associato a delle forme vegetali che evocano l’incrocio.

Tutta una serie di programmi iconografici ci presenta il tema dell’albero che si identifica con l’uomo o con il Cristo: si è voluto in effetti accostare il sacrificio consenziente del Cristo e il sacrificio simbolico del cristiano nel suo battesimo alla morte temporanea dell’albero che, una volta esauritasi la linfa che lo ha reso lussureggiante, perde tutte le sue foglie e piomba nel letargo invernale. L’accostamento dell’albero cosmico al battesimo del cristiano è, per esempio, illustrato a Saint-Pierre di Chabrillan, nell’Ardèche, da una serie di dieci capitelli absidali.

Più ancora che a Poitiers, il ricordo delle immagini celtiche e germaniche traspare qui, dove l’unico episodio biblico a essere rappresentato è la caduta di Adamo ed Eva. Naturalmente, un programma simile doveva essere completato da un Cristo o da un Tetramorfo, dipinto o scolpito sull’altare, oppure da una croce reliquiario. Accanto alle tradizioni pagane – l’albero che tocca il cielo, come l’Iggdrasil, il sole della rosetta, la divinità col corvo, la maschera dell’androfago, i geni col mazzuolo, le maschere della luna o della terra, del cielo o del sole – l’episodio centrale che fa roteare in senso opposto le striature dell’albero è una Caccia al cervo: un modo come un altro per dimostrare che, identificandosi col suo Signore crocifisso e tuffandosi per tre volte nell’acqua purificatrice, l’uomo può accedere alla vita eterna. Abbiamo qui un linguaggio di cifre e di forme geometriche sapientemente orchestrate che associano tre nastri alla maschera triangolare, segno allora del cielo e della Trinità, mentre la maschera del lupo androfago interseca quattro nastri – quattro è il numero della terra –. Dopo avere mostrato la potenza orgogliosa dell’albero, la maschera divoratrice che spezza il quadruplice nastro e i genietti che martellano il tronco dimostrano che quello stesso albero deve soggiacere a una morte temporanea, poi definitiva, e la scena della Caccia al cervo è intenzionalmente accostata alle raffigurazioni suddette, perché il cervo rappresenta l’immagine del battezzato, sottoposto anch’esso a una morte simbolica. Le maschere, da parte loro, esprimono l’idea delle coppie ierogamiche che sono all’origine dei perpetui ricominciamenti.

Il programma che dimostra nel modo più probante e sensazionale il simbolismo dell’albero a Y è quello della chiesa di Saint-Vincent a Chalon-sur-Saone, chiesa che è stata da noi esplorata con l’aiuto dell’abate Salis. La stele neopitagorica della cripta ha, si può dire, guidato la disposizione dei temi secondo la bivias. Qui l’albero che cresce e poi temporaneamente muore, sotto l’aspetto del fiore di girasole reciso, s’identifica col Cristo.

Sono ben 48 i capitelli a soggetti iconici presenti nella suddetta chiesa; incontriamo ancora la contrapposizione fra l’albero della tentazione, che si presenta alla fine del programma, e l’albero della Redenzione nei capitelli del lato settentrionale: vediamo l’albero stendere i suoi rami da ovest a est, identificarsi col leone, simbolo di resurrezione, aprirsi a mo’ di porta verso il cielo, alla maniera dei due alberi del Paradiso, lasciarsi sollevare dal leone, di nuovo, come a Poitiers, sotto forma di fiore di girasole. Un’immagine, quest’ultima, che sembra alludere alla sua trasformazione finale nell’albero di cui parla l’Apocalisse. L’albero sotto le cui fronde Dio accetta l’offerta di Abele e rifiuta quella di Caino è ancora un albero dello stesso genere, poiché, secondo una leggenda popolare, la morte di Abele era avvenuta ai piedi di un rimessiticcio dell’albero della Caduta che avrebbe fornito più tardi il legno della Croce. L’albero della nostra redenzione è anche il ceppo eucaristico. Tutti i capitelli del lato sud insistono non sul tronco dell’albero, simbolo dell’Uno, del Cristo, ma sulla dualità dei rami, mentre le teste che si trovano sui fianchi evocano, come dice san Bernardo, «il mondo della dissomiglianza». È questa un’analogia con Poitiers, dove l’albero simbolo del Cristo escatologico si contrapponeva col suo tronco maestoso, sul triangolo terminale fra l’arco centrale e l’arco di destra, ai rami dell’albero di Jesse e a quelli dei fregi emergenti dalle maschere che accompagnano l’incarnazione temporale. Nonostante ciò, queste indicazioni e queste annotazioni che nel programma di Chalon, straordinariamente denso, possono ricollegarsi alla Bibbia non spiegano ancora tutto: l’albero a Y si rifà a concezioni pitagoriche. Come albero a ipsilon, è un albero del Giudizio; infine, bisogna rapportarlo al Romanzo di Alessandro, poiché è proprio la scena dell’ascensione di Alessandro a dare inizio sul lato sud al programma settentrionale, e numerosi capitelli contengono una chiara allusione a questo romanzo celebre nel medioevo: le sirene legate all’albero, il fiore solare e i geni lunari collocati rispettivamente dalla parte nord e dalla parte sud, il modo di rappresentare l’albero del sole e della luna che si rivolgono ad Alessandro per annunciargli il suo destino, ecc.

Il timpano profano con i quattro caratteri umani della chiesa di Saint-Ursin di Bourges dà, in maniere diverse, una grande importanza all’immagine dell’albero. Il senso generale del programma è chiarito dall’albero a Y, attorno al quale la Scuola del lupo, il Lupo e la cicogna, il Funerale della volpe e infine l’Orso, illustrano l’idea delle quattro età: Puerizia, Adolescenza, Maturità e Vecchiaia – o Morte; al tempo stesso, l’albero contrappone ai buoni che si fanno divorare i lupi o altre fiere diverse, ovverosia i malvagi che trionfano: in parole povere, l’assenza, in questo mondo, di ogni giustizia quando manca la grazia divina. Il tema dell’albero accompagna ancora la serie di animali della fascia successiva, collocata appena sotto. A sua volta, il tema dei Caratteri umani, dando risalto alla supremazia del cavaliere o del personaggio accovacciato, cioè a dire dell’uomo, mostra che, ponendosi sulla via del dominio degli istinti, dei temperamenti individuali, e soffocando in sé la bestialità, ci si eleva verso il Bene: gli alberi che via via si fanno più evidenti scandiscono questa gradazione. Contemporaneamente le allegorie vegetali attestano che, come gli animali vengono cacciati o soppressi, secondo un ordine imprescrittibile che pone la natura al servizio dell’uomo, la stessa cosa avviene nell’ordine vegetale, in quanto la natura prefigura in questo modo il sacrificio supremo: quello del Cristo. Sacrificio e amore sono la legge di questo mondo, che rende alla vita il suo senso, e non già la legge della giungla esposta nella fascia superiore. Infine, la vera via per l’uomo, che lo protegge contro se stesso, è naturalmente il lavoro, donde i Lavori dei mesi collocati nella fascia sottostante, la terza: secondo noi, i racemi dell’architrave rappresentano i Cieli, ai quali accede l’anima riscattata, mentre l’archivolto sta a significare il trascorrere dell’anno. Questa gradazione discendente si spiega col carattere profano del tema, un vero e proprio Tetramorfo alla rovescia: i quattro Caratteri umani esprimono un piano inverso rispetto a quello che poneva in primo piano il Cristo in atto di operare il riscatto dell’umanità, rappresentando gli eletti e i segni dello zodiaco, come a Bourg-Argental, o gli angeli, Davide e ancora i segni dello zodiaco, come a León, sulla cornice della porta dell’Agnello.

È interessante trovare una conferma di questo ordine discendente, associato a una diversa espressione dei caratteri umani, su un altro timpano, quello di Sainte-Jalle (o Sainte-Galle), nel dipartimento della Drôme. In questo caso sono soprattutto dei personaggi e un gallo a richiamare un pensiero morale. I racemi della fascia sottostante confermano il significato che deve essere attribuito alle figure umane e al pennuto, facendo ricorso a un simbolismo numerico. L’albero compare associato all’uomo morto sul capitello di destra. Sul capitello di sinistra, invece, l’uomo resuscita: in questo modo i due capitelli illustrano l’idea della resurrezione dell’uomo dopo la morte, a simiglianza dell’albero che recupera ogni anno il suo fogliame.

Ma consideriamo prima di tutto il timpano. Per indicare l’essenza del soggetto profano, l’allusione al piano terrestre, non c’è alcun tema celeste nella parte superiore del timpano. I quattro temi dei personaggi e del gallo sono incorniciati come se si trattasse di un architrave (quattro = terra) che sovrasta l’architrave propriamente detto, decorato a racemi al pari di quello di Sault-Ursin e indicante alla stessa maniera l’apertura verso il cielo dalla destra alla sinistra. Due ordini di motivi vegetali nell’archivolto sottolineano anch’essi il dominio dell’ambivalenza.

Nel timpano si fronteggiano un lato del male e un lato del bene: il lato del male è quello di un personaggio troppo elegante, associato all’uccello della notte, il gufo o il falcone; lo accompagna un musicista con tanto di violino, che rappresenta la musica lussuriosa. È lo stesso tema della cicala del buon La Fontaine, può darsi pure un’allusione al signore o magari all’ozio che dà via libera a tutti i vizi. Come si sa, in Provenza le corti d’amore erano numerose. Il lato del bene è invece quello del pastore che parte per il lavoro appena spuntato il giorno, e l’uccello che l’accompagna è il gallo che comincia a cantare proprio col sorgere del sole. La transumanza è un’attività importantissima in Provenza e il pastore, col suo corno, col suo sacco e col suo bastone, è evidentemente una figura quanto mai caratteristica dell’ambiente locale. È lui la formica che non si lascerà sorprendere all’arrivo dei giorni brutti. E perciò gli viene messo accanto l’albero a Y.

Tema vegetale derivante dall’albero, gli splendidi racemi dell’architrave «accompagnano» con un simbolismo numerico la gradazione così stabilita da destra a sinistra. Anzitutto, il fiore pentacolo che oltrepassa il quattro rappresenta l’uomo nel suo aspetto divino, la vita; viene poi il fiore a otto petali entro una voluta più piccola, che rappresenta la via della morte come seguito della vita; seguono quattro menischi lunari che incorniciano la spirale con cui termina la voluta: è il fiore capovolto, l’aldilà. Tutti e tre questi racemi sono volti a sinistra come i personaggi, e ad essi corrispondono il fiore capovolto che si accorda col pastore, e il numero 8 con il personaggio colpito a morte. Si arriva quindi al numero che rappresenta la Chiesa: un magnifico fiorone a dodici petali inserito in una voluta di senso contrario, nello stesso senso cioè a dire del gallo, che ci riporta all’idea della salvezza. L’ultima rosa a sinistra, che corrisponde al tracciato incrociato dell’ultima voluta di Saint-Ursin, è qui un bel motivo a cerchio, simbolo della perfezione, secondo Platone, e quindi dell’Uno, ovverossia del Cielo degli eletti, del quale la Chiesa ci schiude l’accesso, a condizione di applicare i suoi ammaestramenti. Ci si rende conto, a questo punto, di come potessero essere sufficienti un semplice timpano, delle semplici linee, per dare lo spunto a un insegnamento che il curato poteva a sua volta ripetere nella sua predica.

Ma dov’è l’albero in tutto ciò? Sul bellissimo capitello di destra: è l’asse che viene evocato da un mazzo di foglie uscenti da una colonna, sopra le spirali d’angolo, coronamento tradizionale dell’Iggdrasil; poi, al livello superiore c’è il fiore a cinque petali, d’una indubbia grazia, e, particolare stupefacente, l’uomo disteso, immagine della morte della carne. I quattro livelli rappresentano la gerarchia delle cose, con l’uomo collocato al livello superiore. Un tema, questo, che va accostato a quello dell’uomo inginocchiato raffigurato sul fregio verticale del Saint-Saveur di Aix, dove troviamo una successione di alberi diversi che sottolineano i livelli 6 e 7; all’uomo col leone-drago di Serrabone; e infine all’orante di Rozier. L’orante vero e proprio compare qui, alquanto mal ridotto, sul lato opposto, cioè sul capitello di sinistra, dalla parte del bene, com’è logico. E se l’uomo è messo vicino al fiore a cinque petali, al misterioso pentacolo, è perché esso rappresenta perfettamente l’idea della quintessenza, l’elemento arcano che si sovrappone ai quattro elementi, in quanto è lo spirito che lo farà sopravvivere alla morte della carne. Parimenti, se l’uomo è destinato a rinascere alla vita divina, come mostra il capitello di sinistra dove esso è raffigurato in atteggiamento di orante che sale al Cielo, è il suo accostamento all’albero che lo rende manifesto, poiché anche l’albero muore e rinasce perpetuamente (l’albero a foglie caduche, s’intende, che perde le sue foglie in autunno e le ritrova a primavera).

Il linguaggio diventa più complesso ed erudito in Alvernia, dove giocano influenze gallo-romane più ricche. Certe immagini, come quella dell’Hermes crioforo – il falso Buon Pastore – hanno dato vita a leggende sopravvissute fino ai nostri giorni. Qui l’uomo viene accostato all’albero differentemente – albero che è rappresentato a sua volta in maniera diversa, ma per lo più in una forma che ricorda la Y. Da questi alberi pende talora il grappolo eucaristico; anche i centauri di Mozat divaricano le zampe per disegnare la Y, mentre i grappoli pendono dall’albero vicino; poco lontano, su un capitello – oggi rimosso dalla sua ubicazione originaria – che era nel coro (idea di una gradazione absidale), degli atlanti accoccolati all’antica sui quattro angoli del càlato ed evocanti a loro modo la felicità degli eletti reggono con l’una e con l’altra mano dei grappoli iscritti a due a due entro una cornice a forma di cuore. In modo analogo, a Ennezat, degli uomini che si fanno largo tra i rami disegnano un cuore attorno al grappolo promesso. La forma del cuore, è bene rilevarlo, si armonizza con l’albero di vita, segno di buona salute.

Le varianti di questi personaggi collegati all’albero sono estremamente significative, sempre a Mozat, nella parte meridionale del programma. In primo luogo è evocata la Puerizia attraverso la rappresentazione del tema detto abitualmente dei «ladruncoli nella vigna»: un fanciullo è coricato sotto il ceppo e sta recidendo con un coltello un grappolo particolarmente pingue, un altro s’è arrampicato sul tronco ed è occupato a mangiare i frutti. La moltitudine dei grappoli mostra chiaramente che siamo all’epoca della vendemmia, ma l’atteggiamento dei fanciulli non lascia adito a dubbi: dobbiamo effettivamente pensare a dei ladri che vengono di nascosto nella vigna a impossessarsi di frutti che non sono stati loro a far crescere. È l’immagine dell’incoscienza della prima età che ha più il senso del giuoco che del lavoro; l’aspetto contorto e ondeggiante del tronco che si piega sotto il peso dei pesanti grappoli e gli atteggiamenti dei due fanciulli rendono perfettamente l’idea dell’attività incessante, a volte frenetica, che tanto diletta i bambini e che è del tutto normale alla loro età.

Vengono poi i due personaggi che tengono i rami dell’albero, e rappresentano rispettivamente l’Età matura e la Vecchiaia.

Sono entrambi aggrappati all’albero, il quale ha la forma del segno della buona salute e al tempo stesso indica la scelta e la necessaria limitazione che sono indispensabili all’uomo di fronte alla legge del lavoro. Poi, quando ci si approssima alla morte, giungono i centauri che divaricano i due rami dell’albero, quasi volessero dividere l’albero stesso in due parti e aprirlo come se si trattasse della porta del Cielo.

Il segno del Giudizio e i due grappoli che danno rispettivamente la misura dei buoni e dei cattivi frutti destinati a essere pesati sulla bilancia divina compaiono insieme con i due rami allargati dell’albero. All’avvicinarsi della morte il tronco unico scompare e i due rami si separano, assumono uno sviluppo insolito. L’uomo, privo quasi per intero dei suoi abiti, è coperto soltanto da un perizoma. Si è già inerpicato sull’albero. Da lassù si gira verso destra, ma in realtà è seduto sull’altro ramo, il sinistro, verso il quale si china, poiché l’albero ha subito una rotazione; vien fatto volentieri di pensare ch’egli sia bell’e morto, che abbia, come dicono i francesi, passé son arme à gauche: si tratta di una variante del tema dell’«incrocio». Questo ramo sinistro presenta tre livelli: già così com’è fatto disegna una Y, segno del giudizio; nel secondo livello corrisponde alla terra; comprende infine un terzo livello a tre terminazioni vegetali, col quale viene indicato il Cielo, sicché l’insieme richiama automaticamente l’idea dell’asse cosmico. Gli fa riscontro un secondo personaggio ,che ha dato la scalata a un albero perfettamente uguale. Unica differenza, i due fiori a cinque petali, disposti in senso opposto collocati all’estremità di due rami che pendono dal suo tronco-tema abbastanza comune. Allo stesso livello , si vedono nella chiesa la scimmia cuoriforme, immagine del lussurioso e dell’idolatra, e l’avaro tormentato dai demoni all’inferno. Viene poi nel transetto l’episodio di Giona, altro modo, biblico stavolta, di evocare la morte e la resurrezione dell’eletto. L’accostamento all’albero sembra dunque distinguere, come nei casi precedenti, la via della salvezza di fronte alla minaccia del male.

Un albero simbolico, che non appartiene, a essere esatti, né all’una né all’altra zona, è l’albero della Caduta. Ma naturalmente, grazie alla tendenza biblica, tipologica, più diffusa nella zona egiziana, in relazione soprattutto alla contrapposizione Eva-Maria, già espressa da Sant’Ireneo, esso, esattamente come tale o attraverso suoi equivalenti, sarà più frequente proprio nella zona suddetta.

Lessico dei Simboli Medievali, Jaca Book, Milano 1989, pp. 38-42

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