Architettura cristiana ravennate – Costruzioni centriche: San Vitale

La chiesa di S. Vitale svolge un tema complesso, assurgendo a significativo capolavoro di un’epoca e di una civiltà che dovremo ancor meglio riconoscere e valutare. Le sicure notizie cronologiche, l’implicazione nella fabbrica di Giuliano Argentario, personalità discussa, ma indubbiamente partigiano della causa bizantina, il carattere non storico, ma politico, dei due celebri quadri musivi favoriscono tale interpretazione, chiaramente confermata dai precedenti e dagli echi che la storia dell’architettura può allineare sull’argomento delle chiese palatine.

Schizzo assonometrico di S. Vitale

 

Il complesso organismo architettonico non è privo di precedenti, anche molto remoti e significativi, ma non puntualmente rispondenti allo schema del S. Vitale. Per la struttura concentrica, radialmente articolata e divisa a due piani nel deambulatorio periferico, va più precisamente riguardato come una elaborazione del S. Lorenzo di Milano; impiantato su un quadrato di base, anziché su otto lati, è questo l’unico edificio di data anteriore che può oggi essergli confrontato. Il paragone, quanto mai evidente nella strutturazione, verrebbe, a mio avviso, rafforzato dalle supposte analogie funzionali.

Oltre questa vistosa ascendenza, l’organismo del S. Vitale trova notevoli similitudini e precisa contemporaneità nella chiesa del Ss. Sergio e Bacco a Costantinopoli, che puntualizza gli ultimi sviluppi di un lungo processo evolutivo avvenuti nell’ambito della corte bizantina.

Ma non e solo la provenienza dello schema – che in questa caso le circostanze indicano in Costantinopoli – a caratterizzare un’opera architettonica; sono le risultanze visive e la propria inconfondibile figuratività. Per il S. Vitale è soprattutto l’interpretazione degli alzati a veramente qualificare l’opera d’arte.

Parallelo grafico tra le sezioni dei Ss. Sergio e Bacco e di S. Vitale.
Triangoli equilateri proporzionano il complesso vitaliano nei rilevanti episodi ed incidenze spaziali,
compresi i loggiati

 

L’interiore forma ettagona è qui chiaramente estrinsecata con un ben più ricco gioco di volumi, connaturale, del resto, alle maggiori dimensioni. L’alta
cupola emisferica raccordata da nicchie, contribuisce ad imprimere all’interno quella diversa, più vigorosa stesura del testo architettonico che è indubbio appannaggio del S. Vitale e che è – in effetti – determinata dal limpido ardito proporzionamento delle sue membrature.

Così in forza di irrefrenabili impulsi, il monumento ravennate si differenzia in maniera sostanziale, emancipandosi da pedisseque soggezioni orientali ed eleva a vera gloria artistica uno schema costruttivo, con la creazione di un autentico capolavoro. Distaccandosi nobilmente dal supposto gemello, i paragoni con la chiesa dei Santi Sergio e Bacco divengono improponibili, per quanto riguarda i valori architettonici: resta solo in comune il canovaccio di una rara trama, la nuda similitudine di un soggetto costruttivo.

È facile ammettere che provenga dal Bosforo il materiale marmoreo, impareggiabilmente scolpito, dei sostegni e delle decorazioni; ma è anche altrettanto facile e doveroso riconoscere che tutte le colonne monolitiche a pian terreno sono state collocate in opera allungandone il fusto in modo notevole e significativo.

Ogni colonna poggia difatti su un rocchio di marmo appositamente aggiunto e su una insolita base a gradini, più alta delle normali.

L’architetto latino si rivela compiutamente in questo episodio. La spregiudicata modifica attesta non tanto libertà d’azione ed originalità interpretativa nei confronti del prezioso materiale giunto da lontano, quanto una spontanea efficace reazione a moduli e proporzioni di marca bizantina non congeniali al gusto italiano e che altrove – in paesi di meno alto potenziale architettonico – sarebbero riusciti graditi o ritenuti accettabili.

Sono queste sentite esigenze di sciolta eleganza e di acuita snellezza a rivelare lo spirito della nuova architettura italiana, le cui tendenze al verticalismo erano già emerse a Milano ed a Ravenna e che ora raggiungono una suprema affermazione.

Malgrado che l’interno risulti chiaramente proporzionato, nelle sue essenziali scansioni, secondo lo schema tradizionale del triangolo equilatero, tuttavia nel vano centrale l’aspirazione verso l’alto appare ben più decisa. L’elastica dilatazione dello spazio interno, determinata dal sistema dei pervii nicchioni, collabora nel suggerire e imporre il predominante verticalismo del tempio.

Gli archi costantemente sovrapposti – per le ancora inappagate esigenze di slanciato proporzionamento – alle prolungate colonne, preludono alle altissime, nicchie inquadranti i trifori, dove si accentua il rapporto tra altezza e larghezza raggiungendo valori unici, quasi incredibili, rivelando più che una tensione, addirittura uno spasimo verso l’alto.

In un così eccitato clima di rapporti e sotto il corrusco velame degli stupendi mosaici, non meraviglia scorgere le proporzioni spigliatissime dell’arcone principale e dell’abside, che pur sminuiscono gradualmente quella eccezionale dei nicchioni. Però dall’alta tribuna di fronte al santuario – che dobbiamo considerare il punto di visuale più importante – quel senso di esasperato verticalismo pare attenuarsi.

All’esterno risponde lo snello spartito determinato da semplici paraste e da sobri contrafforti, attraversati solo da una cornice demandante i solai interni. Imprimono slancio e vigore alle grandi pareti dell’ottagono, qui proporzionate secondo il quadrato, come pure le facce del tiburio; queste sono prive di paraste per lasciarne in risalto l’essenza geometrica, credo anche per attrazione verso i simili prismi terminali dei Battisteri ravennati.

La semplice orditura cede il posto nella zona absidale ad una accesa fantasia volumetrica per l’incalzare delle masse prorompenti da una pianta a ventaglio e per il frammentato accavallarsi dei tetti. Cubi, cilindri e prismi si giustappongono nella comune essenzialità costruttiva, si compenetrano in un gioco che prima fiancheggia l’emergente abside e poi la sormonta, culminando nel timpano proteso ai lati, quasi a rilanciare – sventagliando verso il cielo – tanti dinamici impulsi.

Autore: Guglielmo De Angelis D’Ossat
Pubblicazione:
Studi ravennati: problemi di architettura paleocristiana
Editore
: Dante
Luogo: Faenza
Anno: 1962
Pagine:  44-48
Vedi anche:
Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Basilica Ursiana

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