Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Conclusioni (2)

Per quanto concerne la suddivisione in navate del corpo della chiesa, precisiamo che — pur attuandosi variamente a Ravenna — le ripartizioni rispecchiano la naturale tendenza dei secoli V e VI verso un maggior sviluppo della nave centrale.

Le tappe di questo fenomeno non seguono rigorosamente la cronologia degli edifici, ma l’andamento generale vi si adegua.

Riferendoci alle chiese a tre navate, da principio la nave principale presenta larghezza minore della somma delle altre due (N < 2n), come a S. Giovanni Evangelista e a S. Francesco. Poi il rapporto praticamente si uguaglia in S. Agata (N = 2n); sminuisce nello Spirito Santo ed in S. Apollinare Nuovo, dove si concreta in una espressione complessa (N = 2 (n + m). Finalmente la basilica classense — per lo spirito chiarificatore che l’informa — ritorna alla proporzione più semplice, affermando l’ampiezza della navata centrale doppia di quella delle navatelle.

La frequenza dei colonnati interni a dodici sostegni merita pure di esser subito rilevata per la nota analogia con il numero degli Apostoli. La predilezione per le colonne corinzie, per il loro simbolico numero e la costante sequenza dei pulvini e degli archi laterizi che le sormontano puntualizza un comune carattere che imprime a queste espressioni ravennati indiscutibile unità e logica compositiva. Gli architravi, orizzontalmente gettati tra colonna e colonna, sono sconosciuti a Ravenna, fors’anche per l’assenza di marmi e di pietre nella regione attigua; ma non esistono certo analoghe ragioni pratiche, ad esempio, per giustificare l’ostracismo date ai capitelli ionici.

La sequenza delle archeggiature si attua con ritmo pressoché uguale, fissato nel rapporto tra altezza totale ed interasse di ogni arcata che si aggira sul valore di 2.

Dai valori sopra riportati si possono trarre alcune deduzioni, con l’affermare, prima di tutto, la validità del rapporto istituito. Evidentemente i costruttori paleocristiani, invece di riferirsi all’altezza totale, in sommità della curva, si basavano, nello studio del progetto, su questi più concreti elementi di alzato e di pianta.

Notiamo poi che, per l’interasse, ricorre spesso la misura intorno a m 3,20, e proprio negli edifici apparentati dalle ricerche prospettiche emerse dalle planimetrie studiate. La registriamo, non potendo non rilevare ogni significativa comunanza che attesti continuità in filoni di attività architettoniche che, in questo caso, assumono semplici tradizionali espressioni.

Dovrebbe colpire invece la mancata correlazione fra la postura delle colonne interne e la scansione delle arcate o delle paraste esteriori. Ma tale indipendenza non è casuale o soltanto legata a specifiche esigenze compositive; dobbiamo supporre che anche il numero delle archeggiature esterne avesse qualche significato se ne vediamo fregiare in numero di nove le antiche fiancate del primo S. Giovanni Evangelista, di S. Apollinare Nuovo e della Cattedrale ariana. Non devo certo insistere sull’importanza che si annetteva, anche in campo religioso, alla ricerca di questo numero. Sarà invece più originale — e direi più divertente — scorgere come si sia invece voluto sfuggire un altro numero.

A tal proposito, mi sembra illuminante l’esempio di S. Apollinare in Classe. La logica planimetrica di quel monumento era riuscita ad assicurare una esatta rispondenza fra i sostegni interni e le paraste esterne. Ma l’architetto — per aprire dodici finestre sui fianchi — ne ha evitato a terreno la tredicesima, ponendo, all’inizio delle due fiancate, una originale insolita nicchia in corrispondenza dell’intercolunnio più vicino al prospetto.

Così pure è avvenuto superiormente, dove — salvo il divagante motivo delle nicchie che ha dato molto a pensare — una arcata risulta ugualmente cieca. Anche in S. Giovanni Evangelista ed in S. Apollinare Nuovo si è pure coscienziosamente evitato il numero di tredici, fatale in una disposizione interna a dodici colonne. La totale coincidenza è impressionante e le soluzioni dissimmetriche adottate non rivelano certo esigenze architettoniche.

Ma il discorso sulle arcate presuppone l’altro sulla presenza delle paraste, iniziato da tempo per la architettura tardo-romana e paleocristiana. L’animazione delle superfici esterne è attuati con semplice ritmo, dalle paraste e dai pilastri murari ai quali può anche affidarsi un preciso compito di resistenza nodale od un generico scopo di irrigidimento.

L’architettura paleocristiana milanese aveva già saputo, con tali mezzi di modulazione, imprimere alle pareti l’aspirazione ad un verticalismo prima non sentito.

Ravenna non esita, facilitata probabilmente dalle tradizioni locali e dall’ambiente adriatico, a far proprio un tale linguaggio, moderandone qualche slancio e dimensionandone classicamente gli accenti. La sua architettura laterizia — scandita nella successioni delle arcate incornicianti i finestroni — appare sobria e semplicissima in tutto il corpo prismatico della chiesa, che solo eccezionalmente doveva esser decorato sulla fronte. Lo scrigno di fantasiose bellezze e di rutilanti tesori era semplice, modesto nella sua povera essenza di terracotta: le sue forme sembrano desunte dall’edilizia domestica ed utilitaria. È soprattutto il metro delle realizzazioni, in confronto della scala umana, ad offrire la misura, il tono monumentale di questi sacri edifici.

Autore: Guglielmo De Angelis D’Ossat
Pubblicazione:
Studi ravennati: problemi di architettura paleocristiana
Editore
: Dante
Luogo: Faenza
Anno: 1962
Pagine: 34-37
Vedi anche:
Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Basilica Ursiana

Architettura cristiana ravennate – Edifici Basilicali: Basilica di Santa Croce
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