La metafisica della luce: Bonaventura

San Bonaventura riprende su basi pressoché analoghe una metafisica della luce, salvo spiegare in termini più vicini all’ilemorfismo aristotelico la natura e il processo creativo di questa. Essa gli appare infatti come forma sostanziale dei corpi in quanto tali; determinazione prima che la materia assume nel venire all’essere.

La luce è la natura comune che si trova in ogni corpo, sia celeste che terrestre… La luce è la forma sostanziale dei corpi, che possiedono tanto più realmente e degnamente l’essere quanto più partecipano di essa
(II Sent. 12, 2, 1, 4; II Sent. 13, 2, 2)

In tal senso la luce è principio di ogni bellezza, non solo
perché essa è maxime delectabilis tra tutti i tipi di realtà che si possano apprendere, ma perché per mezzo suo si crea il vario differenziarsi dei colori e delle luminosità, della terra e del cielo. La luce infatti si può considerare sotto tre aspetti.

  1. Come lux essa è considerata in se stessa, come diffusività libera e origine di ogni movimento; sotto questo aspetto essa penetra sino nelle viscere della terra formandovi i minerali e i germi di vita, portando alle pietre e ai minerali quella virtus stellarum che è opera appunto della sua occulta influenza.
  2. Come lumen essa possiede l’esse luminosum ed è trasportata dai mezzi trasparenti attraverso gli spazi.
  3. Come color o splendor essa appare riflessa dal corpo opaco contro il quale si e urtata; in senso stretto, si può parlare di splendore a proposito dei corpi luminosi che essa rende visibili, e di colore a proposito dei corpi terrestri.

Il colore visibile nasce in fondo dall’incontro di due luci, quella incorporata nel corpo opaco e l’altra irradiata attraverso lo spazio diafano: la seconda attualizza la prima. La luce allo stato puro è forma sostanziale (forza creativa, dunque, di tipo neoplatonico); la luce in quanto colore o splendore del corpo opaco è forma accidentale (cosi come l’aristotelismo inclinava a pensare).

Era la massima precisazione in senso ilemorfico cui potesse arrivare il filosofo francescano nell’ambito del suo pensiero; per san Tommaso la luce si ridurrà a una qualità attiva che risulta dalla forma sostanziale del sole e che trova nel corpo diafano una disposizione a riceverla e a trasmetterla, acquisendo quest’ultimo uno “stato” o “disposizione” nuova che è poi lo stato luminoso. Ipsa participatio vel affectus lucis in diaphano vocatur lumen:
la stessa partecipazione e produzione della luce nel diafano si chiama lumen. Per san Bonaventura invece la luce, prima di essere una realtà fisica, è senz’altro e fondamentalmente realtà metafisica.

E proprio in virtù di tutte le implicanze mistiche e neoplatoniche della sua filosofia, egli è portato a sottolineare gli aspetti cosmici ed estatici di una estetica della luce. Le più belle pagine sulla bellezza egli le ha proprio nel descrivere la visione beatifica e la gloria celeste:

Quanto splendore ci sarà quando la luce del sole eterno illuminerà le anime glorificate… Una gioia straordinaria non può essere nascosta, se erompe in gaudio o in giubilo e canti per quanti verrà il regno dei cieli.
(Sermones VI)

Nel corpo dell’individuo rigenerato nella risurrezione della carne, la luce rifulgerà nelle sue quattro proprietà fondamentali:

  • la claritas che illumina;
  • l’impassibilità per cui nulla può corromperla;
  • l’agilità, quia subito vadit;
  • la penetrabilità per la quale attraversa i corpi diafani senza corromperli.

Trasfigurato nella gloria dei cieli, le proporzioni originarie risolte in pure rifulgenze, l’ideale dell’homo quadratus ritorna come ideale estetico anche nella mistica della luce.

Autore: Umberto Eco
Pubblicazione:
Arte e Bellezza nell’estetica medievale
Editore
: Bompiani (Strumenti Bompiani)
Luogo: Milano
Anno: 1994
Pagine: 63-65

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