La metafisica della luce: Grossatesta

Nelle sue prime opere il vescovo di Lincoln aveva sviluppato una estetica delle proporzioni, e a lui si deve anzi una delle più efficaci definizioni della perfezione organica della cosa bella:

La bellezza è la concorde convenienza di un oggetto a se stesso e l’armonia di tutte le sue parti in se stesse e di ciascuna rispetto alle altre e rispetto all’intero e di quest’ultimo nei loro confronti
(De divinis nominibus)

Ma nelle opere seguenti egli assimila pienamente la tematica della luce, e nel commentario all’Hexaëmeron egli tenta di risolvere il contrasto tra principio qualitativo e principio quantitativo. Qui egli tende a definire la luce come la massima delle proporzioni, la convenienza a sé:

[La luce] è bella di per sé, “dato che la sua natura è semplice e comprende in sé tutte le cose insieme”. Per questo è massimamente unita e proporzionata a se stessa in maniera concorde per l’eguaglianza: la bellezza è infatti concordia delle proporzioni
(In
Hexaëmeron)

In tal senso l’identità diviene la proporzione per eccellenza e giustifica la bellezza indivisa del Creatore come fonte di luce, poiché Dio, che è sommamente semplice, è la massima concordia e convenienza di sé a se stesso.

Con tale argomento Grossatesta imbocca una via sulla quale si pongono, con varie sfumature, gli scolastici dell’epoca, da san Bonaventura a san Tommaso. Ma la sintesi dell’autore inglese è ancor più complessa e personale. L’impostazione neoplatonica del suo pensiero lo porta a insistere a fondo sul problema della luce: egli ci dà un’immagine dell’universo formato da un unico flusso di energia luminosa che è fonte insieme di bellezza e di essere. La prospettiva è praticamente emanatistica: dalla luce unica derivano per rarefazioni e condensazioni progressive le sfere astrali e le zone naturali degli elementi, e di conseguenza le sfumature infinite del colore e i volumi meccanico-geometrici delle cose. La proporzione del mondo altro non è dunque che l’ordine matematico in cui la luce, nel suo diffondersi creativo, si materializza secondo le diversificazioni impostele dalla materia nelle sue resistenze:

Quindi o la corporeità è la luce stessa oppure essa agisce in quel modo e conferisce le dimensioni alla materia in quanto partecipa della natura della luce e agisce in virtù di essa
(De luce)

Alle origini di un ordine di impostazione timaica starebbe dunque un flusso di energia creatrice di stampo, mutatis mutandis, bergsoniano:

La luce infatti per sua natura si propaga in ogni direzione, così che da un punto luminoso si genera istantaneamente una sfera di luce grande senza limiti, a meno che non si frapponga un corpo opaco…
(ibidem)

Nell’insieme la visione del creato risulta una visione di bellezza, sia per le proporzioni che l’analisi rinviene nel mondo, sia per l’effetto immediato della luce, piacevolissima a vedersi, maxime pulchrificativa et pulchritudinis manifestativa.

Autore: Umberto Eco
Pubblicazione:
Arte e Bellezza nell’estetica medievale
Editore
: Bompiani (Strumenti Bompiani)
Luogo: Milano
Anno: 1994
Pagine: 61-63

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