Il funzionamento dei simboli dissimili in Dionigi Areopagita

Un’importante indicazione per la comprensione del funzionamento della simbologia teratologica è fornita, tuttavia, dalla stesso Dionigi all’interno del De coelesti hierarchia.

Nel secondo capitoletto di quest’opera, infatti, le εἰκόνες difformi e mostruose sono definite come similitudini dissimili:
anche i simboli difformi, quindi, sono affini alle realtà da essi denotate, ma tale similarità è unita sempre a una condizione di differenza e di disuguaglianza.

L’analisi di alcuni simboli dissimili proposta da Dionigi permette di chiarire ulteriormente l’ossimorica natura della similitudine difforme.

L’ira ad esempio – sentimento di certo negativo e condannabile -, attribuito dalle Scritture a Dio, può essere intesa in senso traslato: mediante tale emozione si può indicare una forma di forza e coraggio, che per Dionigi è possesso saldo delle virtù razionali. In modo analogo la concupiscenza, della quale a volte la Rivelazione parla quale qualità delle realtà intelligibili, è per le creature finite un atteggiamento biasimevole, rappresentato da un desiderio corporeo di ciò che è mutevole e puramente materiale; tale affezione dell’anima, però, può venire intesa come riferimento a un diverso tipo di amore, ovvero come l’attaccamento alle cose spirituali e lo slancio verso la bellezza soprasensibile.

L’analisi condotta nell’Epistula IX su due altre immagini difformi del divino propone un’identica ricostruzione dell’interna struttura propria del simbolo dissimile. Dionigi prende in considerazione, da un lato, l’immagine della coppa e del cibo preparati, secondo Proverbi 9, 2-5, dalla Sapienza divina e, dall’altro, l’immagine dell’ebbrezza di Dio (cfr. Salmi 78, 65) definendole σύμβολα del divino. Dionigi fornisce una interpretazione di tali simboli osservando che la coppa, in quanto è tondeggiante e ricurva, deve rimandare alla provvidenza divina: in ragione della sua forma, infatti, essa richiama la capacità propria dell’azione divina di giungere a tutte le creature. Il cibo solido e quello liquido, di cui si dice nello stesso passo delle Scritture, rimandano rispettivamente, secondo la lettura dell’Areopagita, al sapere intellettuale delle cose divine e al procedere e ritornare della potenza divina, che riconduce all’origine trascendente le diverse realtà. La conoscenza intellettuale delle realtà divine è solida, come stabile è anche la Sapienza divina, perché essa produce un’unità immutabile con le essenze celesti; il moto di processione e ritorno al divino è simile a un liquido che ha una natura mobile e dinamica. In modo del tutto simile l’ebbrezza di Dio va intesa, secondo un’accezione positiva, quale ricchezza e pienezza: come l’ebbrezza nell’uomo è un essere pieni e un perdere l’intelligenza, così in Dio l’ebbrezza è un essere ricchi e colmi di ogni bene, superando ogni capacità conoscitiva in ragione della propria eccellenza.

I casi concreti di simboli dissimili analizzati e decodificati dall’Areopagita permettono così di individuare il dispositivo semiotico che fonda tali immagini, tutte motivate da una precisa “logica” interna.

Alcune realtà materiali, infatti, possono agire come σύμβολα difformi del divino, in quanto possiedono qualità analoghe a quelle che vengono rinvenute anche nelle sostanze intelligibili e nella medesima essenza divina; tale similitudine tra le proprietà peculiari delle realtà mostruose e quelle proprie della sostanza divina, tuttavia, risulta inizialmente nascosta e richiede uno sforzo di decodifica per essere resa evidente.

La definizione di similitudini dissimili proposta dall’Areopagita del De coelesti hierarchia può così essere meglio compresa. La dissimilitudine tra ente concreto quale “superficie significante” ed essenza celeste deve essere considerata solamente momentanea e parziale; l’apparente difformità tra realtà materiale e sostanza tearchica nasconde, infatti, una più profonda analogia fondata sulla presenza di proprietà simili in entrambi i termini del discorso simbolico.

Simbolo simile e simbolo dissimile sono fondati, quindi, su un identico meccanismo semiotico di natura traslativa: una certa realtà rimanda a una differente sostanza (il fuoco, la pantera e il verme rimandano tutti a Dio) in ragione di proprietà comuni possedute da entrambi i termini del processo traslativo (simbolo e simboleggiato).

Autore: Francesco Paparella
Pubblicazione: Le teorie neoplatoniche del simbolo. Il caso di Giovanni Eriugena
Editore
: Vita e Pensiero (Temi metafisici e problemi del pensiero antico. Studi e Testi, 111)
Luogo: Milano
Anno: 2008
Pagine: 36-37
Vedi anche:
Simboli e immagini dissimili in Dionigi Areopagita

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