Marziano Capella: la difesa della cultura pagana e le artes cyclicae

Marziano concepì la stesura della sua opera enciclopedica, Le nozze di Filologia e Mercurio, anzitutto per fornire un compendio delle arti liberali al figlio, al quale riferisce un racconto narratogli da Satira, personificazione dell’omonimo genere letterario. Marziano e Satira discutono, litigano e ricostruiscono la vicenda delle Nozze che si dipana lungo nove libri in prosa, ma con numerosi inserti metrici, secondo lo stile della satira menippea. Il tono della narrazione alterna momenti aulici e solenni a uno stile leggero, divertito, segnato dall’ironia e anche dall’autoironia (come quando Marziano si descrive, in chiusura dell’opera, come avvocatuncolo di cause perse).

Le fonti alle quali Marziano attinse sono molteplici. È qui sufficiente ricordare Apuleio e Macrobio per la cornice narrativa e l’impianto filosofico, l’enciclopedista latino Varrone per le arti (la sua opera Sulle discipline è andata perduta), mentre Aristide Quintiliano è la fonte principale per la musica. Il racconto di Marziano è stato definito un romanzo teologico, costruito sulla base della tradizione filosofica neoplatonica e caratterizzato dall’uso costante dell’allegoria. Il carosello di simboli e personificazioni è ricchissimo, e l’ambientazione è quella della corte celeste della religione astrale. Allegorici, benché dalla simbologia non univocamente definita, sono anzitutto gli sposi, il dio Mercurio e la mortale Filologia, personificazioni il primo della parola coerente, del discorso retoricamente costruito, oppure anche dell’intelletto o del principio divino, la seconda della ragione umana o dell’anima. Le loro nozze sono parimenti allegoriche, simboleggiando l’ascesa dell’anima all’immortalità, grazie all’esercizio dello studio e della ragione. L’ingresso nei cieli di Filologia porterà alla sua divinizzazione, a seguito di una serie di prove che la giovane supera
ascendendo di cielo in cielo, e meritando infine, quale dote dello sposo, l’omaggio delle sette Arti. La fabula si snoda in una cornice narrativa che occupa i primi due libri – i più letti e commentati in età medievale e rinascimentale – e che riemerge negli altri sette, dedicati ciascuno a un’arte, opportunamente personificata; nell’ordine proposto da Marziano: Grammatica (libro III), Dialettica (IV), Retorica (V), Geometria (VI), Aritmetica (VII), Astronomia (VIII) e infine Armonia, cioè la musica (IX). Il quadro festoso del matrimonio, l’attesa delle prove da superare, la regalità del corteo di dèi e semidei, di eroi e di Arti, la ricca esposizione dottrinale sono il racconto edificante, il ponte che traghetta l’antica Paideia e la sua desolata compagna Filosofia da un mondo che stava inesorabilmente scomparendo a un altro che emergeva fra mille difficoltà, anche culturali (indocta saecula,
come annota Marziano). L’intellettuale pagano, alle soglie del V secolo, percepiva ancora il cammino di formazione attraverso i saperi come percorso sapienziale di aspirazione alla vita immortale. Così, fra consapevolezza del declino e fiducia totale nei propri valori in disgrazia, Marziano tesse un romanzo dell’anima: non solo quella allegorica di Filologia, ma anche la sua personale. Le Nozze fondono insieme ironia e tragedia, facendo trapelare anche al lettore moderno quanto fosse difficile, ma necessario, credere ancora nelle Muse e praticare le attività intellettuali nelle dirutae scuole filosofiche, fidando nella raffinata escatologia della religione astrale.

La scelta e disposizione delle arti operata da Marziano, soprattutto quelle del quadrivio, è alquanto originale. Nella tradizione nicomachea, che adotta a sua volta lo schema aristotelico di divisione delle scienze in teoretiche e pratiche, le matematiche sono disposte nella successione: aritmetica (scienza del numero in sé), geometria (scienza della grandezza in sé), musica (scienza del numero in relazione, o in movimento) e astronomia (scienza della grandezza in movimento), che sarà la sequenza più comune a partire da Boezio. In Marziano questa prospettiva è invece assente. È probabile che la sua inedita successione derivi da Varrone, anche se, a differenza di quest’ultimo, Marziano esclude le arti dell’architettura e della medicina (pur richiamandole esplicitamente nella lista delle artes cyclicae).
La scelta e la disposizione non sono affatto arbitrarie o casuali, ma del tutto coerenti con il disegno narrativo che impone la risistemazione delle arti secondo il cammino sapienziale di Filologia.

Partendo dalla formazione linguistica offerta dalle arti del trivio, fra le quali figura in posizione più alta Retorica, la scienza dell’eloquenza (non sorprende la preferenza dell’avvocato Marziano, la cui fonte principale è ovviamente Cicerone), Filologia penetra nel cuore delle discipline matematiche. Ma la chiave di lettura di queste arti non segue la natura del loro oggetto di conoscenza, come sarà in Boezio, quanto, invece, il percorso ascensionale del sapere, che parte dalle cose della terra e arriva a quelle del cielo. La polverosa e irsuta Geometria propone infatti una ricca esposizione geografica, basata su Plinio il Vecchio e Solino, in accordo con l’accezione romana e varroniana della disciplina, intesa etimologicamente come misurazione, e dunque anche descrizione, della Terra. La geometria euclidea, che Marziano concepisce come insieme di praecepta dell’arte geometrica è solo succintamente esposta in chiusura del libro. Pitagora invece (VII, 729]) e Platone, «che tra gli arcani spiega i caliginosi contenuti del suo Timeo» (VIII, 803]), sono i sapienti che pendono dalle labbra di Aritmetica. La disciplina è concepita come scienza del calcolo e delle misure di grandezza, la cui pratica è l’indispensabile trampolino di lancio verso lo studio del cielo. Ella è dunque fondamento delle altre arti, ma in senso assai diverso da quanto stabilito da Platone, Aristotele e Nicomaco: la sua astrazione dalla materia, che per quelli è sinonimo di perfezione, è invece per Marziano segno di versatilità, necessaria per il distacco dalle cose terrene e per la proiezione verso quelle celesti. Le dita sempre intrecciate e in movimento, la testa radiosa di raggi multicolori che ella magicamente riduce a unità, la veste che nasconde tutte le opere della natura: questi i tratti peculiari di Aritmetica, la quale manifesta sulla terra l’unità originaria delle molteplicità divine. Astronomia è l’arte che compie il salto verso il cielo; ma non senza esitazioni, come ella stessa chiarisce:

E infatti non credo che sia degno di verecondia e di correttezza spiegare i loro propri movimenti e percorsi a quelli che appunto si muovono e volere insegnare agli dèi quello che sono essi stessi a fare […]. Tuttavia, poiché il dovere verso il Cillenio [Mercurio], che mi educò e mi insegnò, non mi permette di tacere e dato che anche la sollecitudine per la sposa mi invita a
rivelare gli arcani della nostra materia, io non tacerò al vostro cospetto, o dèi del cielo, che vi sentirete esporre i vostri stessi cammini.
[VIII, 812-813].

Per un seguace della religione astrale, l’astronomia è cosmologia e teologia insieme. La competenza in quest’arte rivela la meccanica divina dell’universo, ponendo la ratio umana di fronte alla perfezione logica e matematica della causalità celeste. Ma l’uomo può compiere un passo ulteriore verso la sapienza che lo innalzerà agli dèi. Attraverso lo studio della musica potrà infatti cogliere il senso di tale universale perfezione. Ecco dunque che l’arte dei suoni porta infine a compimento il processo di formazione intellettuale di Filologia, e dunque della ragione umana. In Agostino la musica è la prima delle discipline del numero, poiché «assicura la mediazione dal sensibile all’intelligibile». In Marziano questa funzione è svolta da Aritmetica, come visto sopra. In Boezio e nella tradizione aristotelica la musica è la seconda arte, in ragione del suo oggetto “applicativo”. In Marziano, è l’ultima in ragione della sua natura. C’è, insomma, un elemento centrale nella concezione filosofica delineata nelle Nozze e che gradualmente si chiarisce nel progressivo avanzamento lungo la catena dei saperi umani: è l’armoniosa unità del mondo divino e del mondo naturale che l’uomo riesce a cogliere sempre più distintamente nel suo percorso sapienziale, il quale è, pertanto, anche un percorso di ritorno al cielo.

La musica, arte prediletta dagli dèi, è la conoscenza delle ragioni dell’armonia universale, per cui è il culmine e la mèta di questo erudito cammino.

Autore: Cecilia Panti
Pubblicazione:
Filosofia della Musica. Tarda Antichità e Medioevo
Editore
: Carocci (Studi Superiori, 541)
Luogo: Roma
Anno: 2008
Pagine: 50-53

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