Il microcosmo e il macrolibro (2)

Ho parlato di fascino, ricordando “omnis mundi creatura”, soprattutto in quanto ammirevole esempio di quella che con Dante chiameremo “fabricatio verborum harmonizatorum”. Per le rime, diciamo, che fonicamente congiungendo le desinenze di vocaboli aventi diversa e talora opposta significazione, sensibilizzano l’unità di quei due concetti, anticipando e ulteriorizzando rispetto alla discorsività razionale (creatura-pictura = Creaturapictura). E per certi versi di due parole che differiscono nella sola iniziale, ma nello stesso suono hanno significato contrario come contrarii sono nascita e morte, li unificano temporalmente nell’unità fonica dei due vocaboli, l’un l’altro specchiantisi: “oriendo moriens”.

Simultaneità dei due eventi, il nascere e il morire, significata dalla specularità delle sillabe che li designano e suona ammonimento ineludibile sulla caducità del nostro essere al mondo: quella caducità che poco prima era stata significata dall’unione di due concetti opposti nella quasi identità fonica dei vocaboli che li significano e pur essi fra loro differiscono solo per l’iniziale mortis e sortis “nostrae vitae, nostrae mortis / nostri status, nostrae sortis”. E poi, quell’insistito ripetersi, con significati opposti, della sillaba fio, che da floret a effloret, passando per defloratus, flos tramuta in inquietante sensazione acustica la fugacità, simbolo di quanto effimera sia la nostra esistenza, della vita della rosa “quae dum primo mane floret / defloratus flos effloret“.

O ancora: i ricorrenti, gravi rintocchi dell’avverbio bisillabo mane, “al mattino”: che momentaneamente si combina nella rima col genitivo “humanae” della nostra vita, ma verrà tosto respinto dal “sic aetatis ver humanae / juventutis primo mane / refiorescit paululum. / Mane tamen hoc excludit / vitae vesper dum concludit / vitale crepusculum …”.

Ma non ci attarderemo in una lettura critica minuta, sarebbe intempestiva, del resto, e qui fuori luogo, di tutta intera la Sequenza della Rosa. E nemmeno ci intratterremo più dello stretto necessario sulla figura del suo presumibile autore, Alano di Lilla.

Basterà ricordare che oltre a varie trattazioni speculative egli scrisse due romanzi filosofici esemplati sul De consolatione philosophiae di Boezio: il De planctu Naturae e l’Anticlaudianus (databile intomo al 1180): ove in meditante e maestosa andatura di esametri, anziché nel drammatico incalzare degli ottonari a rima accoppiata con cui hanno inizio tutte le strofe di Omnis mundi creatura e con meno serrato e meno frequente gioco di allitterazioni, la davvero ridente e fuggitiva vita dei fiori è pur sempre poetata come “fidele signaculum”. Non della condizione mortale di noi uomini, bensì dell’alterna vicenda cui inevitabilmente è esposto tutto ciò che soggiace alla volubile signoria della Fortuna e del Caso.

Così nell’isola ove la Fortuna ha dimora, i fiori animati dal soave aleggiar degli Zefiri subitamente li fa sfiorire l’infuriante Borea: Dum leni Zephirus inspirat singula flatu, / Sed cito deflorat flores et gramina saevius / Deperdit Boreas ubi, dum flos incipit esse, / explicit et florum momento fallitur etas …”. E nel bosco definito ambiguo, un albero rimane sterile nel mentre un altro fruttifica; si allegra questo di fronde nel mentre l’altro piange la non frondosa sua orfanezza; se uno verdeggia, molti ingialliscono; e quando alcuni si infiorano certi altri sfioriscono: “Hic nemus ambiguum diversaque nascitur arbor: / Ista manet sterilis, hec fructum parturit; illa / Fronde nova gaudet, hec frondibus orfana plorat; / Una viret, plures arescunt, unaque fioret, / Efflorent alie …” (Anticlaudianus, ed. Bossuat, VII, vv. 413-422).

Ma non così nei giardini attornianti la reggia ove risiede la Natura incorrotta. Compaiono, sì, nei versi che li descrivono, gli stessi vocaboli che fanno la tragica suggestività di Omnis mundi creatura, ed ugualmente si contrappongono: ma con minore concitazione di ritmo; e con qualche sostituzione che in certo modo li sdrammatizza: “nascendo moriens”, anziché “oriendo moriens” attenua la forza allitterativa che qui si affida solo alla desinenza dei gerundi; e la specularità è più concettuale che fonica: meno conturbante, perciò, alla lettura. E delle rose della terra apprendiamo, inclusi come sono, i versi che le rammemorano, nella descrizione celebrativa di quel luogo ove sempiternamente è stagione di fiori, di fronde e di frutti, che la passeggera loro bellezza è vera e propria mimesi, nel senso platonico, della imperitura bellezza di cui esse sono quaggiù messaggere.

E la bellezza di un luogo a noi remoto, “locus secretus”, “locus locorum”: il luogo di tutti i luoghi:
in cui rivestendosi di una delicata pelurie di fiori, (“pubescens tenera lanugineflorum“), costellata di fulgidi ornamenti, la terra imporporata dalle rose si adopera far di se stessa una novella immagine del cielo. Qui non subitamente svanisce la leggiadria del fiore appena sbocciato, del fiore che nasce morente, come la rosa, fanciulla al mattino, che al tramonto, già vecchia, declina: sempre invece conservando lassù il gioioso suo aspetto, in perpetuo la rosa ingiovanisce in grazia di quella eterna primavera:non ibi nascentis expirat gracia floris / Nascendo moriens; nec enim rosa mane puella / Vesper languet anus, sed vultu semper eodem / Gaudens, eterni iuvenescit munere veris …(I, vv. 61-67).

Nel suo profondo e dottissimo studio su Letteratura europea e latinità medioevale (Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter, 1948), Ernst Robert Curtius ribadiva l’ipotesi, da lui in precedenza formulata, che l’Anticlaudianus di Alano sia stato una fonte diretta della Commedia: ed effettivamente, per non parlar della peregrinazione oltremondana di “Prudenza” o della descrizione dell’Empireo, già fa pensare al ventottesimo Canto del Purgatorio il paesaggio che attornia la Reggia della Natura, con il suo giardino di eterna primavera. Un paesaggio archetipale e topico, peraltro: che a leggerne tutta intera la descrizione, vi si potrebbe identificare un antecedente iconografico del tardogotico Giardino di Paradiso, anonimo dipinto del Quattrocento renano, oggi nello Stadel Institut di Francoforte: un quadro dove ogni creatura del mondo, ogni fiore, ogni pianta, è figurata come liber et speculum di un significato sopramondano, con facili rimandi al Mariale
di Alberto Magno.

Luogo nella terra dunque ma non più luogo della terra; luogo mondano e sopramondano ad un tempo, quel paesaggio poetato negli esametri di Alano certamente rammemora a noi la risposta di Matelda: “Quelli ch’anticamente poetaro / l’età dell’oro e suo stato felice, / forse in Parnaso esto loco sognaro. // Qui fu innocente l’umana radice; / qui primavera sempre e ogne frutto; / nèttare è questo di che ciascun dice” (vv. 139-144). E anche il Bossuat nella Introduzione alla edizione critica dell’Anticlaudianus (1955), dichiara vrai semblable l’ipotesi che Dante, scrivendo la Commedia, si sia ricordato di Alano.

Autore: Rosario Assunto
Pubblicazione:
Musica e architettura nel pensiero medievale
Editore
: Cesare Nani
Luogo: Lipomo (Como)
Anno: 1994
Pagine: 27-29
Vedi anche:
Il microcosmo e il macrolibro (1)

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