L’armonia delle sfere (1)

Da quando Carl Allan Moberg ha pubblicato il suo lavoro riccamente documentato e pertinente in cui enumera i tentativi, sempre rinnovati, fatti dall’antichità fino al secolo XVII, di identificare i suoni dell’armonia delle sfere con certe note, si è diventati assai silenziosi intorno alla questione. J. Handschin si è peraltro preoccupato di scartare l’intera concezione, screditando i pianeti sonanti come un’ubbia dei neopitagorici, negando importanza al noto passo della Repubblica (617b) di Platone, che egli ricaccia nell’ambito della poesia, senza darsi pensiero del fatto che esso è collegato all’idea centrale del «fuso della necessità» nella Repubblica, la quale è un’opera severa, e senza rendersi conto che questa specie di poesia, così come l’episodio della caverna e dell’uomo sferico, nel mondo antico, è il rivestimento mitologico di un fondo seriamente filosofico. E così egli rifiuta il suono dei pianeti benché Platone scriva ben chiaramente: « Su questo cerchio (o sfera che muove attorno al fuso della necessità) sedeva una sirena, girando con esso e facendo udire la sua particolare nota, di modo che le otto voci formavano insieme una somma armonia ». È detto inoltre che tre altre figure femminili, ciascuna sopra un trono, a distanze uguali sedevano su una distinta cerchia. Erano le figlie della Necessità, Lachesi, Cloto e Atropo, le quali insieme alle sirene cantavano il passato, il presente, l’avvenire. Cloto (il presente) muoveva a tempo il cerchio esterno con la destra, Atropo (il futuro) afferrava con la sinistra il cerchio interno e Lachesi (il passato) ora questo ora quello con ambo le mani.

J. Handschin commenta così: « L’armonia delle sfere è chiaramente un pensiero di contenuto simbolico schiettamente teologico. Ma fu precisato e concretato in due sensi:

  1. I pitagorici sembrano aver veramente creduto che il cosmo fosse ordinato secondo i semplici rapporti numerici del mondo acustico, sicché le sfere planetarie nelle loro distanze reciproche corrispondevano agli intervalli musicali.
  2. Per lo meno nella versione popolare, la loro dottrina riteneva che delle vere e proprie note in rapporti precisi l’una con l’altra si sprigionassero dal moto dei corpi celesti, in funzione della velocità e dell’ampiezza di giro (i valori numerici delle vibrazioni corrispondendo alla lunghezza delle corde!). Tuttavia già Platone non si poneva sul piano di una tale concretezza, poiché le sirene, a ciascuna delle quali egli attribuisce una sfera celeste e il canto di una nota particolare, sono evidentemente un’immagine poetica. Non affermò sul serio che quelle sfere (o i pianeti in esse infissi) risuonassero».

In seguito Handschin tenta di spiegare la dichiarazione del pitagorico Archita, secondo il quale il moto rapido produce una nota alta e quello lento una bassa, nel senso che Archita non avrebbe inteso parlare della frequenza bensì della rapidità di propagazione della nota. In conclusione, l’armonia delle sfere è accoppiata al passo dell’ottavo capitolo nell’Epistola ai Romani di san Paolo!

Eppure, se J. Handschin credeva di ridurre queste concezioni a una « scientificizzazione » di un modo di pensare puramente poetico, in realtà si limitava a confermare soltanto il suo radicale rifiuto del pensiero analogico. Così egli si escludeva dalla comprensione del pensiero arcaico e delle dottrine degli Egizi e degli Indiani intorno alla creazione, tanto strettamente collegate al primo, e che, in base al pensiero analogico, facevano nascere il mondo da puri suoni e consideravano espressamente l’aurora come la luce cantante del sole. Non è il caso di scartare questo pensiero mediante la minimizzazione dei fatti.

Tuttavia già in Plutarco c’è una tale abbondanza di serie di note, corrispettive alla serie dei pianeti, tutte in contraddizione l’una con l’altra, che non si poteva immaginare di poter risolvere il problema. Innanzi tutto manca un punto di partenza concreto e storicamente accertato. La tradizione ci è nota soltanto dal suo stadio terminale e siamo perciò costretti a partire da un’ipotesi. Il tentativo compiuto da E.M. von Hornbostel, di sciogliere il dilemma a partire dalla tradizione arcaica cinese, è precario, dal momento che la sua coordinazione delle note (secondo serie di quinte) e dei pianeti è fondata su un’ipotesi che non ha riscontro possibile, quanto ai punti intermedi I e II, nelle fonti babilonesi ed è poco persuasiva rispetto al risultato tardo (la teoria etica musicale greca). Dobbiamo partire dunque da premesse diverse.

Tali premesse sono certamente contestabili o per lo meno poggiano su pochi dati, che si possono riconoscere validi soltanto nella misura in cui portino ad un risultato finale accettabile.

Autore: Marius Schneider
Pubblicazione:
Il significato della musica
Editore
: Rusconi (Problemi Attuali)
Luogo: Milano
Anno: 1996
Pagine: 205-207

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