La musica e il sapere enciclopedico: Isidoro di Siviglia

Il potere dell’armonia richiamato da Cassiodoro, con la sua ricaduta sul piano dell’etica cristiana, fu puntualmente ripreso nelle Etimologie dell’enciclopedista Isidoro, vescovo di Siviglia nel regno visigoto spagnolo del VII secolo.

Isidoro sistema la totalità dei saperi all’interno di un’onnicomprensiva sapientia cristiana, la quale coincide in tutto con la philosophia pagana di cui è fedele continuatrice, come afferma nei Differentiarum libri:
«gli antichi chiamarono filosofia la sapienza, cioè la conoscenza di tutte le cose umane e divine» (II, 39, 149). Sapienza o filosofia è l’insieme delle conoscenze delineate nelle Etimologie, e organizzate secondo una suddivisione dei saperi che accoglie la scomposizione tripartita in physica, ethica e logica. Questa tripartizione – alternativa a quella aristotelica in theoretica, practica, poietica – è fatta risalire a Platone, ma in realtà affonda le sue radici in un’annotazione ciceroniana (De finibus,
IV) ripresa anche nell’ottavo libro del De civitate Dei agostiniano. L’etica è quella delle quattro virtù cardinali, la logica è bipartita in dialettica e retorica (la grammatica è lo strumento organizzatore del sapere), mentre la physica è un coacervo di conoscenze che espande il quadrivio, aggiungendo ad aritmetica, geometria, musica e astronomia anche l’astrologia, la meccanica e la medicina. In Isidoro la distinzione introdotta da Cassiodoro fra arti e discipline ha minor rilievo e l’attribuzione delle scienze del numero alla physica,
o “filosofia naturale”, organizza i saperi secondo una metodologia di tipo etimologico-grammaticale. Anche la musica risente di questa diversa impostazione concettuale. Lo deduciamo dalla definizione della disciplina, che conviene riportare per esteso:

La musica è l’arte che concerne la voce e la gestualità, che ha in sé una certa disposizione dei numeri e del suono con la conoscenza della giusta modulazione. Questa consta di tre modalità, nel suono, nelle parole e nei numeri. (Differentiarum libri II, 39, 151)

L attenzione verso la pratica musicale e perfino coreutica della musica sembra fare capolino in Isidoro molto più che in Cassiodoro, il quale resta comunque la sua fonte principale anche nell’elaborazione dei saperi musicali. Il De institutione musica di Boezio è invece assente, ed e chiaro dalla definizione sopra riportata come la matematica musicale sia relegata inter pares fra la conoscenza del “suono” e quella delle parole”. È proprio il contesto delle parole, dunque della grammatica, che più interessa Isidoro, secondo l’impostazione metodologica adottata. E questo è dimostrato fin dall’esordio della trattazione musicale nelle Etimologie, che inizia dalla definizione etimologica, ricondotta all’arte delle Muse, con un manifesto richiamo al De ordine di Agostino:

Musica è la perizia della modulazione che consiste nel suono e nel canto. Si chiama musica per derivazione dalle Muse […] poiché attraverso di esse come volevano gli antichi si cercava il carattere (vis) dei poemi e la modulazione della voce, il cui suono, essendo cosa sensibile, passa nel tempo e si imprime nella memoria. Perciò i poeti ritenevano che le Muse fossero figlie di Giove e della Memoria, e infatti se i suoni non sono ritenuti dalla memoria umana, periscono, perché non possono essere scritti (Etymologiarum sive originum libri, II, 15, 1-2).

Il suono (sonus)
e la voce umana (vox)
sono il vero oggetto dell’arte musicale. Componente principale della voce, il suono perisce se non è impresso nella memoria, della quale può invece fare a meno la parola grazie all’ausilio della scrittura. L’annotazione, che sembra evidenziare la paradossale assenza del concetto di notazione musicale in Isidoro (il quale risulterebbe all’oscuro perfino della notazione alfabetica greca), pone in effetti di fronte al nodo centrale del suo pensiero sulla musica, cioè l’inscindibile relazione fra il suono, la sua articolazione nel linguaggio e la funzione eminente della memoria nella trasmissione melodica.

L’identificazione fra suono musicale e vox è tale da influire anche sulla divisione in generi della musica. Come già in Marziano e Agostino, Isidoro tripartisce la musica in armonica, ritmica e metrica. La musica armonica distingue i suoni acuti da quelli gravi, ed è praticata da coloro che cantano con la propria voce, come i teatranti e i coristi; la ritmica definisce se il suono si adatta bene o male alle parole, mentre la metrica distingue le tipologie di versi. Ma all’interno della tripartizione Isidoro introduce una ulteriore divisione del suono, il quale, essendo “materia” (materies)
dei canti, ha una triplice natura: è armonico il suono melodioso della voce umana, organico quello che è insufflato negli strumenti a fiato, ritmico quello degli strumenti a percussione. In questa divisione dello “spazio” sonoro negli strumenti che lo producono, Isidoro inserisce la sua indagine sulle qualità del suono e della voce, che è, appunto, lessicologica: il suono è chiaro o scuro o acuto o dolce; la voce è aspra, cieca, soffocata, ampia, dimessa e via qualificando. In questo modo, Isidoro espande la terminologia musicale, aggiungendo le parole dell'”estetica” dei suoni a quelle della “tecnica”, generando problematiche polisemie. Prendiamo ad esempio la parola tonus,
che abbiamo già visto indicare in Boezio e in Marziano sia l’intervallo di tono (9/8) sia una scala di trasposizione (chiamata pure “tropo” o “modo”). In Isidoro “tono” e anche una modalità di avvio vocale sull’acuto (acuta enuntiatio vocis),
oltre che, come in Cassiodoro, «una quantità che consiste nell’accento o nella durata della voce» (Etymologiarum sive originum libri, II, 20, 7), la quale ultima definizione rimanda forse alla distinzione fra ritmica accentuativa (la quantità di emissione vocale nella sillaba forte e debole) e metrica (la durata temporale della sillaba lunga e breve).

Anche l’affondo nella musica organica e ritmica consente di allargare lo sguardo su ciò che concerne il mondo delle voci, stavolta strumentali. L’esposizione organologica concerne gli strumenti della tradizione biblica, sui quali Isidoro esercita la forza argomentativa delle sue etimologie moraleggianti. Come le voci sono classificate in base alle qualità e alla tipologia di emissione sonora, così gli strumenti sono esplorati nella forma, nei materiali e nella tecnica di costruzione, i quali concorrono a determinarne i significati simbolici ed etici. Inutile sottolineare la fortuna che ebbero queste pagine, che, trasmesse anche in estratti, contribuirono ad alimentare la letteratura pedagogica dell’età carolingia, e ben oltre. A poca cosa, invece, si riduce la matematica musicale, che interessa a Isidoro solo nell’ottica di dare un fondamento all’armonia cosmica:

Ma questa ratio dei numeri, così come si trova nell’universo in virtù del moto circolare dei pianeti, si trova anche nel microcosmo [cioè nell’uomo], ben al di là della voce, a tal punto che senza la sua perfezione l’uomo, sprovvisto di tale armonia, non può sussistere (Etymologiarum sive originum libri, III, 23, 2).

Il contenuto musicale delle Etimologie, dunque, si differenzia da quello che la tradizione boeziana e anche agostiniana consegnerà al Medioevo; tuttavia, lo stimolo suscitato dall’attenzione di Isidoro a esplorare la realtà del fenomeno musicale nelle sue componenti qualitative favorì una rilettura e attualizzazione anche di tematiche speculative, in particolare della dottrina neoplatonica dell’armonia del mondo. Questo è ciò che accade nella cosiddetta musica Isidori,
un testo connesso alla tradizione ispanica dei manoscritti delle Etimologie,
consistente in annotazioni esplicative a una serie di figure geometriche e diagrammi musicali inseriti fra la trattazione della musica e quella della geometria. Il responsabile dei diagrammi si riconduce alla tradizione del commentario oggi perduto di Porfirio al Timeo di Platone, e il riferimento della più complessa delle figure è alla serie dei numeri dell’anima del mondo. La particolarità pm interessante di questo schema, è l’aver sostituito alla scala strumentale greca una scala vocale che sembra riconducibile all’antico repertorio ispanico di canti liturgici. L’anonimo compilatore della Musica Isidori avrebbe,
così, mostrato il principio pitagorico che tutto è numero adattando una concreta gamma vocale, quella nella quale le melodie liturgiche erano costituite, alla scala matematica greca, anticipando un processo che si sarebbe realizzato solo nell’età carolingia col recupero del De institutione musica boeziano.

Autore: Cecilia Panti
Pubblicazione:
Filosofia della Musica. Tarda Antichità e Medioevo
Editore
: Carocci (Studi Superiori, 541)
Luogo: Roma
Anno: 2008
Pagine: 108-112

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...