Semantica dell’alterità: il mostro nel Medioevo (3)

Nella società medievale l’abnorme, l’inspiegabile, l’assurdo, il “mostro” in una parola, impaurisce ed esaspera, attrae, regolarizza l’evasione, dà una norma al dissenso: in ogni caso esso è considerato con deferenza e sospetto, con una tesa curiosità venerante che rasenta la passione. In termini freudiani diremmo che esso ha il significato di un tabù.

Gli intellettuali ne rimangono affascinati e, confondendo il reale con l’immaginario, accreditando mostri di tradizione antica e producendone di nuovi, espungendo da un’ampia casistica ciò che contraddice ai principii della loro cultura, tentano una sistematizzazione del mostro nella scienza ufficiale. Così, nello sforzo di analizzarlo e di giustificarlo, divengono i manipolatori di una materia ambigua, dalle potenti qualità da una parte intimidatorie e repressive, dall’altra mistificanti ed alienanti.

Patrimonio della conoscenza e della fede comuni i portenti, di qualunque provenienza fossero, guadagnando in amplificazione attraverso le varie fortune della tradizione scritta ed orale, godono di un’incredibile stabilità iconografica: i mostri e gli animali fantastici di cui parlano Agostino ed Isidoro si ritrovano, inquadrati nella stessa tipologia nei poeti, nei mitografi, geografi ed antiquari latini e, risalendo nel tempo, in quelli greci, fino all’Odissea e, sembra, ancor più indietro: «In certe storie egiziane, come quella del Medio Impero che racconta del marinaio naufrago sull’isola del grande serpente, si può riconoscere un antichissimo patrimonio narrativo mediterraneo». Il parto siamese, i monocoli, l’idra immortale sono sopravvissuti intatti e virulentemente nativi. È appunto questa stabilità a far sì che essi, attraverso successive mediazioni riescano ad assumere un significato simbolico ed a sostituire, con il loro linguaggio, quello astratto sui vizi, le virtù, l’esistenza di Dio, il problema del male. Quanto poi agli animali (quelli che la tradizione più comune accetta come reali ed esistenti: ma neanche Aristotele era capace di distinguere tra realtà e capriccio fantastico, quando si trattava di esseri abitanti in terre lontane o mitiche), anche essi hanno una cattedra privilegiata dalla quale esprimersi con ugual forza didattica. Inquadrati nel mondo naturale dalla scienza aristotelica e dalla compilazione pliniana, utilizzati dai favolisti nelle sfere dell’allusione, della moralità, della satira o del puro trastullo letterario, essi entrano nel mondo cristiano come depositari di simboli sacri, e qui non parlano più, ma significano. Il Physiologus
(la parola è con grande probabilità da interpretare “il naturalista”) è un’opera giunta attraverso numerose redazioni in lingue diverse (copta, araba, etiopica, siriaca, greca, latina). In quarantotto brevi capitoli l’autore descrive le caratteristiche fisiche ed etologiche di alcuni animali reali o mitici e di alcune piante e pietre, dandone poi la “moralizzazione”, cioè la spiegazione in chiave allegorica biblica. In genere si attribuisce al Physiologus un’ascendenza gnostica o comunque eretica e si pensa che sia stato originariamente composto in greco tra la seconda metà del II secolo ed i primi decenni del III in ambiente alessandrino. Esso fu il testo capostipite della letteratura zoologica a significato simbolico.

Il cosiddetto Decretum Gelasianum, che sembra non essere attribuibile a papa Gelasio I (e quindi non poter avere la data del 498), ma ad un privato della Gallia meridionale dell’inizio del VI secolo, e che contiene il cànone de non recipiendis libris, cita il Physiologus come apocrifo falsamente attribuito ad Ambrogio, ma composto, secondo l’estensore dell’elenco dei libri all’indice, da non meglio specificati eretici. Questo scritto subirà la stessa sorte di molti altri apocrifi.

Di qualunque valore fosse il cànone, i Physiologi ed i Bestiari
continuarono ad insegnare per tutto il Medioevo che l’onocentauro, avendo natura mista di uomo e di asino, è il simbolo della doppiezza dell’eretico, che il coccodrillo significa ipocrisia, che il serpente può simbolizzare il diavolo ma anche la prudenza, ma che la sirena significa sempre lussuria: era un linguaggio più esteso e generalizzabile, un succedaneo meno colto e più immediato del linguaggio astratto, che raggiungeva in maniera rapida ed efficace le sue finalità parenetiche. Strumento di comunicazione, comunque, carico di ambigue risonanze: senz’altro profano per Bernardo di Chiaravalle che, in quel notissimo passo dell’Apologia ad Guillelmum usa parole di fuoco contro i bestiari dipinti o scolpiti in claustris coram legentibus fratribus. E nella chiusa dell’invettiva è lecito cogliere la diffidenza nei confronti della matrice di quelle ineptiae, non sappiamo se viste chiaramente come tentazioni pagane, ma senz’altro avvertite come blasfeme distrazioni. Lo sdegno ed i sospetti di Bernardo non riuscirono, in ogni modo, né a ridurre la produzione di bestiari, né ad alterarne la chiave di lettura. Animali, pluricefali, asessuati continuarono ad essere descritti, analizzati ed accolti come segni visibili dell’invisibile universo della moralità.

Autore: Franco Porsia
Pubblicazione:
Liber Monstrorum (secolo IX)
Editore
: Liguori (Nuovo Medioevo, 88)
Luogo: Napoli
Anno: 2012
Pagine: 25-28
Vedi anche:
Semantica dell’alterità: il mostro nel Medioevo (1)
Semantica dell’alterità: il mostro nel Medioevo (2)

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