Il simbolo medievale: modi di intervento

Detto questo, nel simbolismo medievale come in ogni altro sistema di valori o di corrispondenze, niente funziona fuori contesto. Un animale, un vegetale, un numero, un colore, acquistano tutto il loro significato solo in quanto associati od opposti ad uno o a parecchi altri animali, vegetali, numeri o colori. Lo storico deve dunque diffidare di ogni generalizzazione impropria, di ogni ricerca di un significato che scavalchi il documento. Al contrario, deve sforzarsi sempre di partire dal documento che sta studiando ricercando dapprima in tale documento i sistemi ed i modi di significazione dei diversi elementi simbolici che vi si trovano. È solo in un secondo tempo che dovrà fare confronti con altri documenti della stessa natura, poi con altri ambiti di ricerca, al fine di avvicinare testi e immagini, immagini e luoghi, luoghi e rituali, per paragonare i loro rispettivi contributi. Infine, in un ultimo stadio dell’analisi, gli sarà lecito far ricorso ad un simbolismo più generale, quello su cui insistono spesso gli autori del Medioevo, ma che conduce talvolta su false strade poiché queste si situano al di fuori di qualunque contesto documentario. Per invitare lo storico alla prudenza – e prendere a prestito dai linguisti una frase che impiegano volentieri a proposito del lessico – si potrebbe dire che, nel simbolismo medievale, gli elementi significanti (animali, colori, numeri, ecc.) non hanno, come le parole «un significato in sé ma soltanto degli usi». In ogni costruzione simbolica medievale, l’insieme delle relazioni che i differenti elementi annodano tra di loro è sempre più ricco di significato della somma dei significati isolati che ciascuno di quegli elementi possiede. In un testo, in una immagine, su un monumento, il simbolismo del leone, ad esempio, è sempre più ricco e più facile da comprendere quando è associato o paragonato a quello dell’aquila, del drago o del leopardo che non quando è considerato isolatamente.

Spingendoci ancora più avanti, potremmo persino dire che i simboli medievali si caratterizzano più per dei modi di intervento che per questo o quel significato particolare. Se prendiamo l’esempio dei colori, possiamo così affermare che il rosso non è tanto il colore che significa la passione o il peccato quanto il colore che interviene violentemente (nel bene o nel male); il verde, il colore che è causa di rottura, di disordine e poi di rinnovamento; il blu, quello che calma o stabilizza; il giallo, quello che eccita o trasgredisce. Dando priorità a questi modi di intervento sui codici di significazione, lo storico mantiene tutta l’ambivalenza del simbolo, la sua stessa ambiguità; ambiguità che fa parte della sua natura più profonda e che è necessaria al suo buon funzionamento. Grazie ad un tale atteggiamento di fronte al simbolo, il medievista può aprirsi al comparativismo oppure iscrivere taluni problemi nélla lunga durata senza separare il simbolismo medievale da quello della Bibbia o delle culture greca e romana, per le quali questi modi di intervento sembrano talvolta più importanti di questa o quella funzione o significato preciso. Nella mitologia greca, ad esempio, Ares (Marte per i romani) non è tanto il dio della guerra quanto il dio che, sempre e dappertutto, interviene con violenza. Esattamente come fa il colore rosso nei testi e nelle immagini del Medioevo.

I grandi assi del simbolismo medievale, quali si vengono organizzando nel corso dei primi cinque o sei secoli del cristianesimo non sono costruzioni ex nihilo frutto dell’immaginazione di alcuni teologi. Sono al contrario il risultato della fusione di parecchi sistemi di valori e di modi di sensibilità anteriori. In questi campi, il Medioevo occidentale ha beneficiato di una triplice eredità:

1. quella della Bibbia, forse la più importante;

2. quella della cultura greco-romana;

3. quella dei mondi «barbari», vale a dire celtico, germanico, scandinavo e persino più lontani.

Aggiungendovi, nel corso di un millennio di storia, le proprie stratificazioni. Nel simbolismo medievale, infatti, niente si elimina mai completamente; al contrario, tutto si sovrappone in una moltitudine di strati che si compenetrano nel corso dei secoli e che lo storico ha difficoltà a districare. Ciò che lo conduce talvolta – a torto – a credere nell’esistenza di un simbolismo interculturale, fondato su archetipi e dipendente da verità universali. Un tale simbolismo non esiste. Nel mondo dei simboli tutto è culturale e va studiato in rapporto alla società che ne fa uso, in un dato momento della sua storia e in un contesto preciso.

L’accento posto sui modi di intervento del simbolo più che sul repertorio grammaticale delle equivalenze o dei significati sottolinea pure come, nelle società medievali, sia impossibile separare le pratiche simboliche dalla sensibilità che le esprime. Nel mondo dei simboli, suggerire è spesso più importante che dire, sentire più importante che comprendere, evocare più importante che dimostrare. Ecco il motivo per cui l’analisi che facciamo oggi dei simboli medievali è spesso anacronistica: è troppo meccanica, troppo razionale. I numeri ne costituiscono il migliore esempio. Nel Medioevo, essi esprimono tanto delle qualità che delle quantità e non sempre devono essere interpretati in termini aritmetici o contabili, ma piuttosto in termini simbolici. Tre, quattro o sette, ad esempio, sono numeri simbolicamente primordiali il cui significato non si esaurisce nelle sole quantità di tre, quattro e sette. Dodici non rappresenta soltanto una dozzina di unità ma anche l’idea di una totalità, di un insieme completo e perfetto; da ciò discende che undici è insufficiente e tredici eccessivo, incompleto e funesto E quaranta, così ricorrente in tutti gli ambiti, non va affatto compreso come un numero preciso, ma come l’espressione generica di un gran numero, un po’ come noi oggi impieghiamo cento o mille. Il suo valore non è quantitativo, ma qualitativo ed evocativo Esso si rivolge più all’immaginazione che alla ragione.

Ciò che è vero dei numeri vale anche per le forme, i colori, gli animali, i vegetali e per tutti i segni quali che siano. Essi suggeriscono e strutturano il carattere dell’azione tanto quanto lo dicono. Fanno sentire e sognare più di quanto non indichino. Fanno entrare in quell’altra parte della realtà che è l’immaginario.

Autore: Michel Pastoreau
Pubblicazione:
Medioevo Simbolico
Editore
: Laterza (Biblioteca Universale Laterza, 597)
Luogo: Roma-Bari
Anno: 2009
Pagine: 14-17
Vedi anche:
Il simbolo medievale: l’immaginario come parte della realtà
Il simbolo medievale: una storia da costruire
Il simbolo medievale: l’etimologia
Il simbolo medievale: l’analogia
Il simbolo medievale: lo scarto, la parte e il tutto

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