La visione estetica medievale dell’universo

I medievali parlano continuamente della bellezza di tutto l’essere. Se la storia di quest’epoca è piena di ombre e contraddizioni, l’immagine dell’universo che traspare dagli scritti dei suoi teorici è piena di luce e ottimismo. Insegna il Genesi che, al termine del sesto giorno, Dio aveva visto che tutto ciò che aveva fatto era buono (1, 31), e dal libro della Sapienza, commentato da Agostino, essi apprendevano che il mondo è stato creato da Dio secondo numerus, pondus e mensura: categorie cosmologiche che sono, come vedremo anche in seguito, categorie estetiche oltre che manifestazioni del Bonum metafisico.

Accanto alla tradizione biblica, ampliata dai Padri, la tradizione classica concorreva a rafforzare questa visione estetica dell’universo. La bellezza del mondo come riflesso e immagine della bellezza ideale era concetto di origine platonica; e Calcidio (tra III e IV sec. d.C.) nel suo Commentario al Timeo (opera fondamentale nella formazione dell’uomo medievale) aveva parlato del mundus speciosissimus generatorum… incomparabili pulchritudine (splendido mondo degli esseri generati… di incomparabile bellezza), facendo sostanzialmente eco alla conclusione del dialogo platonico (che peraltro il suo commento, incompleto, non aveva portato a conoscenza del Medioevo):

Perché questo mondo, ricevendo animali mortali ed immortali ed essendone pieno, è così divenuto un animale visibile, che accoglie in sé tutte le cose visibili, ed è immagine dell’intellegibile, dio sensibile, massimo ottimo e bellissimo, e perfettissimo questo cielo uno e unigenito (Timeo, 92c)

E Cicerone nel De natura deorum riconfermava: Nihil omnium rerum melius est mundo, nihil pulchrius est (Di tutte le cose, nulla è migliore e più bello del cosmo).

Tutte queste affermazioni trovano però nella temperie intellettuale del Medioevo una traduzione in termini assai più enfatici, in virtù sia di una naturale componente cristiana di amorosa adesione all’opera divina, sia di una componente neoplatonica. Entrambe hanno la loro sintesi più suggestiva nel De divinis nominibus dello Pseudo Dionigi Areopagita. Qui l’universo appare come inesausta irradiazione di bellezze, una grandiosa manifestazione della diffusività della bellezza prima, una cascata abbacinante di splendori:

Il Bello soprasostanziale è chiamato Bellezza a causa della bellezza che da parte sua viene elargita a tutti gli esseri secondo la misura di ciascuno; essa che, come causa dell’armonia e dello splendore di tutte le cose, getta su tutti, a guisa di luce, le effusioni che rendono belli del suo raggio sorgivo, chiama a sé tutte le cose – donde appunto si dice anche Bellezza – e raccoglie in se stessa tutto in tutto (De divinis nominibus IV, 7)

Tutti i commentatori di questo autore non si sottraggono al fascino di questa visione che conferiva dignità teologica a un sentimento naturale e spontaneo dell’animo medievale.

Scoto Eriugena elaborerà una concezione del cosmo come rivelazione di Dio e della sua bellezza ineffabile attraverso le bellezze ideali e corporali, diffondendosi sulla venustà di tutta la creazione, delle cose simili e delle dissimili, dell’armonia dei generi e delle forme, degli ordini differenti di cause sostanziali e accidentali conchiusi in meravigliosa unità (De divisione naturae 3, PL 122, col. 637-638). E non c’è autore medievale che non torni su questo tema di una polifonia del mondo che impone spesso, accanto alla constatazione filosofica espressa in termini controllati, il grido di ammirazione estatica:

Quando osservi l’eleganza e la magnificenza dell’universo… trovi che… questo stesso universo assomiglia a un bellissimo cantico… [e trovi che] le altre creature, che grazie alla loro varietà… si accordano in una stupenda armonia, costituiscono un concerto di meravigliosa letizia (Guglielmo d’Alvernia, De anima V, 18)

Per definire in termini più filosofici questa visione estetica del cosmo erano state elaborate numerose categorie provenienti tutte dalla triade sapienziale: dal numerus, pondus et mensura erano derivati il modus, la forma e l’ordo, la substantia, la species e la virtus, il quod constat, quod congruit e quod discernit e così via. Si trattava sempre tuttavia di espressioni non coordinate e impiegate sempre a definire sia la bontà sia la bellezza delle cose, come appare ad esempio in questa affermazione di Guglielmo di Auxerre:

Nella sostanza si identificano la sua bontà e la sua bellezza… La bellezza di un oggetto si giudica a partire da queste tre cose (specie numero e ordine), nei quali consiste la bellezza, secondo Agostino (Summa aurea, Paris, 1500, f. 57d e 67a)

Autore: Umberto Eco
Pubblicazione:
Arte e Bellezza nell’estetica medievale
Editore
: Bompiani (Strumenti Bompiani)
Luogo: Milano
Anno: 1994
Pagine: 25-28

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