Concezione platonica dei rapporti numerici e arte greca

La connessione delle Idee con i numeri ha stupito non pochi studiosi, al punto che alcuni hanno addirittura pensato che si trattasse di una invenzione dei discepoli, e pertanto di un fraintendimento, o, comunque, di una involuzione del pensiero del vecchio Platone. Il dubbio che a non pochi studiosi è venuto è il seguente: rispetto alla splendida, luminosa e trasparente visione del mondo delle Idee, le complicazioni che comporta la chiamata in causa dei numeri non guastano forse il quadro, compromettendo quell’equilibrio e quella misura propri dello spirito ellenico?

Intanto, questa problematica non può essere né una invenzione degli allievi e neppure una tesi del «vecchio» Platone, perché una fitta rete di richiami allusivi è riscontrabile nei dialoghi platonici, a partire addirittura dall’Ippia maggiore, e poi nel Fedone in maniera cospicua, nonché in modo insistito nel corso della Repubblica, oltre che dei dialoghi dialettici.

Tale dottrina rispecchia una maniera tipica di pensare dei Greci, presso i quali – lo si ricordi – Idea significa Forma. Gli architetti, gli scultori e gli artisti dell’arte plastica non ritenevano che la Forma stessa fosse il vertice supremo dell’arte, ma che essa derivasse proprio dai rapporti numerici, sulla base di precisi «moduli» e «canoni», che esprimevano, appunto, i fondamenti ultimativi delle Forme stesse. Nell’architettura, così come nella scultura e nella ceramica, il «canone» corrispondeva al «nomos», ossia alla legge che regolava la musica, ed esprimeva una essenziale regola di perfezione, che veniva indicata appunto in proporzione numerica.

Gli artisti ellenici si riferivano alle Forme visibili, mentre Platone trasportava il discorso sul piano metafisico e protologico, ma seguendo la stessa logica: considerava le Idee e le Forme intelligibili non come vertici ultimativi, ma le collegava con i Numeri ideali e quindi con i Princìpi primi e supremi e da essi le deduceva.

Richiamo alcuni esempi per chiarire il mio asserto. Incominciamo dalle splendide forme dei templi greci. Tatarkiewicz, nella sua Storia dell’estetica, precisa: «Nel tempio greco ogni particolare si attiene a proporzioni stabilite. Se prendiamo come modulo il raggio di una colonna, il tempio di Teseo ad Atene ha una facciata di sei colonne di 27 moduli: le sei colonne misurano 12 moduli, le tre navate centrali comprendono 3,2 moduli, le due navate laterali 2,7 ognuna, 27 in tutto. Il rapporto tra una colonna e la navata centrale è di 2 :3,2, oppure di 5 : 8. Il triglifo ha la larghezza di un modulo e la metopa è 1,6, di modo che il loro rapporto è di nuovo 5 : 8. Gli stessi numeri si possono trovare in molti templi dorici».

Tatarkiewicz fa richiamo ai seguenti concetti di Vitruvio, a conferma del fatto che anche il canone della scultura dipendeva da una proporzione numerica stabilita, riassumendoli come segue:

Come attesta Galeno, la bellezza nasce dall’esatta proporzione non degli elementi ma delle parti, di un dito rispetto ad un altro dito, di tutte le dita rispetto al carpo e al metacarpo, di questi rispetto all’avambraccio, e insomma di tutte le parti tra di loro, com’è nel Canone di Policleto.

E dunque chiaro che il «canone» di Policleto esprimeva le proporzioni delle parti come traducibili in precisi «rapporti», che, come abbiamo sopra spiegato, per i Greci coincidevano con i «numeri».

Inoltre, la perfezione della figura e della forma realizzata nella scultura greca era collegata con le figure geometriche, precisa Tatarkiewicz: «Durante il periodo greco classico si afferma anche l’idea secondo cui il corpo umano idealmente costruito può essere compreso entro le semplici figure geometriche del cerchio e del quadrato. “Se distendiamo un uomo sul dorso con braccia e gambe allargate e disegniamo un cerchio avente per centro l’ombelico, la circonferenza del cerchio toccherà la punta delle dita delle mani e dei piedi”». Analogamente, se, immaginando l’uomo sempre con le braccia e le gambe allargate, tracciamo una retta da mano a mano, quindi una retta da mano a piede a destra e a sinistra, e infine da piede a piede, otteniamo un quadrato (che si iscrive in modo perfetto nel cerchio di cui sopra), le cui diagonali si intersecano esattamente in corrispondenza con l’ombelico. Si tratta della famosa rappresentazione diventata classica e designata con l’espressione homo quadratus.

Ma si potrebbe anche dimostrare, sulla base di precisi calcoli, che uno dei «canoni» cui gli artisti greci si ispiravano era quello della «sezione aurea», applicata in vario modo nell’insieme e nelle parti e nel gioco dei rapporti delle parti con il tutto, con splendidi risultati.

Anche per quanto concerne l’arte vascolare esistevano canoni espressi in proporzioni numeriche, che regolavano i rapporti fra altezza e larghezza dei vasi, che andavano dai rapporti più semplici (1:1) a quelli più complessi e sofisticati, che rispecchiavano la proporzione della sezione aurea, come nelle statue. L’occhio plastico del Greco non vedeva la Figura e la Forma (Idea) come qualcosa di ultimativo, ma vedeva al di là di essa qualcosa di ulteriore come suo fondamento, ossia il Numero e il Rapporto numerico.

Le Idee, che esprimono le Forme spirituali e le Essenze delle cose, non sono la ragione ultimativa delle cose, ma suppongono un alcunché di ulteriore, ossia i Numeri e i rapporti numerici, e quindi i Princìpi primi e supremi, da cui derivano gli stessi Numeri ideali e gli stessi rapporti numerici ideali.

Autore: Giovanni Reale
Pubblicazione: Platone. Alla ricerca della sapienza segreta
Editore: Rizzoli
Luogo: Milano
Anno: 1998
Pagine: 173-175

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