Preliminari di geografia immaginale (5)

L’annullamento della disposizione storica provoca un’analoga alterazione del concetto spaziale. O meglio: è allora allo spazio, a un certo tipo di spazio, che viene demandata la funzione coordinante e la dimensione esplicativa e narrante. Insomma, per dirla con Durand, «se la durata non è più la condizione a priori di tutti i fenomeni in generale — poiché il simbolo gli sfugge — non resta che attribuire lo spazio come ‘sensorium‘ generale della funzione fantastica» (Le strutture antropologiche dell’immaginario).
Ma sarà, esso, uno spazio perfettamente in linea con quella sensibilità “storica” che si è cercato di delineare: libero da costrittive coordinate temporali, espletante funzioni di conoscenza superiore, deduttiva, esso si estenderà come spazio del tutto autonomo dalla realtà e dalle sue leggi, ricondotto ad enti, latitudini, longitudini che non hanno più alcun significato fisico. Spazio eminentemente ontologico, psicologico, dimostrativo, esso, come il tempo, diviene allora campo d’azione per il simbolo e la liturgia: «spazio iconografico puro, che nessuna deformazione fisica, dunque temporale, raggiunge e dove gli oggetti si dislocano liberamente senza subire la costrizione prospettica […]. Spazio poetico che fa perdere la temporalità al tempo e definisce un coesistenzialismo nel quale le precedenze della distanza temporale si cancellano e dove l’orizzonte ha tanta esistenza quanto il centro».

È questo il concetto centrale che presiede alla costruzione geografica medievale, laddove lo stesso Dio, in base a una fortunata definizione misticheggiante, è «Colui il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo». Proprio in quanto non c’è più nulla da conoscere, oltre le verità rivelate, tutto appare risaputo, codificato e inserito in una trama di certezze dettate a priori: «dato il carattere indifferenziato non solo dei rapporti tra l’uomo e la natura, ma anche delle rappresentazioni del mondo terreno e di quello ultraterreno, le concezioni geografiche del tempo facilmente associavano i due piani. La descrizione del ‘cerchio terrestre’ includeva, accanto ai frammenti di reali conoscenze geografiche, rappresentazioni bibliche del paradiso […]. In questo mondo non esistevano regioni ignote, e il cielo era conosciuto altrettanto bene quanto la terra […]. Il viandante che smarriva la strada, capitava all’inferno o in paradiso e trovava qui i luoghi natii, incontrava gente conosciuta».

Vero e proprio fulcro di un intero sistema intellettuale, il “mondo fantastico” diventa così lo stage ove Dio si compiace di realizzare e condurre a termine il disegno della salvazione dell’uomo; la percezione nuova delle vicende umane e dello spazio geografico altro non è allora che la storia di quelle tappe: «nelle ‘topografie cristiane’ le notizie geografiche si fondono con i motivi biblici. La conoscenza positiva era impregnata di contenuto simbolico-morale: le vie terrene sembravano confluire con le vie verso Dio e il sistema dei valori etico-religiosi si sovrapponeva, subordinandoli, ai valori gnoseologici, poiché per l’uomo di quel tempo le idee sulla superficie terrestre non erano affatto paragonabili per importanza alla dottrina della salvezza dell’anima. Le ‘topografie cristiane’ trasferivano facilmente l’uomo dagli insediamenti sulla terra alle rive dei quattro fiumi che scorrevano in paradiso […]. Le testimonianze antiche s’intrecciavano con i simboli biblici e con descrizioni fantastiche di paesi esotici, dove non vigono consuetudini e divieti cristiani, dove è ammessa la poligamia e dove fiorisce l’antropofagia, dove si compiono sacrifici umani e vivono esseri straordinari, metà uomini e metà animali».

Autore: Giuseppe Tardiola
Pubblicazione:
Atlante fantastico del Medioevo
Editore
: De Rubeis (L’arco Muto, 1)
Luogo: Anzio
Anno: 1990
Pagine: 20-21
Vedi anche:
Preliminari di geografia immaginale (1)

Preliminari di geografia immaginale (2)
Preliminari di geografia immaginale (3)
Preliminari di geografia immaginale (4)

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