Physiologus (3)

Nella sua History of Magic and Experimental Science, il Thorndike, seguito poi da altri studiosi, espresse la convinzione che « il significato simbolico della letteratura raggruppata sotto il titolo Physiologus sia stato esagerato, mentre l’attenzione e l’interesse per la scienza naturale dei quali esso testimonia sono stati troppo spesso perduti di vista »: il Physiologus è quindi inteso come un fisiologo in senso moderno, le cui ricerche naturalistiche soltanto in un secondo tempo sarebbero state corredate di interpretazioni teologiche. Questo giudizio non regge a un’indagine approfondita: la stessa presenza di codici non ‘ moralizzati ‘, in cui un’insufficiente conoscenza della tradizione manoscritta aveva fatto riconoscere la forma più antica del testo, si è poi rivelata il frutto di tarde epitomi. Inoltre esso non tiene conto del significato che il termine physiologia possedeva nella letteratura alessandrina, giudea o cristiana, dei primi secoli dopo Cristo. Il Leisegang ha precisato che, in Filone, la physiologia designa l’allegoria, cioè l’intelligenza spirituale delle Scritture, mentre, nell’àmbito cristiano, il senso del termine è chiaramente definito da Clemente Alessandrino negli Stromati : « La Fisiologia secondo la norma della verità, o meglio iniziazione, che si acquisisce mediante la conoscenza tradizionale, esordisce dalla cosmogonia, e di qui s’innalza alla contemplazione delle cose divine » (IV, 1, 3). Si tratta insomma della concezione cristiana della natura come specchio delle realtà celesti, quale sarà enunciata, negli stessi anni in cui si situa verosimilmente la composizione del ‘ bestiario ‘, da Origene, il quale sulle orme di san Paolo insegna come « visibilis hic mundus de invisibili doceat, et exemplaria quaedam coelestium contineat positio ista terrena; et ab his quae deorsum ad ea quae sursum sunt possimus ascendere, atque ex his quae videmus in terris sentire et intelligere ea quae habentur in coelis » (Homiliae in Canticum Canticorum, III, 9). Non a torto ha scritto quindi lo Sbordone che il Physiologus dev’essere considerato meno « un semplice naturalista » che un vero e proprio « esegeta della natura secondo i canoni della fede cristiana ».

Lo schema secondo cui si configura l’opuscolo è più precisamente quello dell’esegesi scritturale patristica, trasferito dal « liber scripturae » al « liber naturae ». Nell’itinerario che occorre compiere per giungere alla comprensione della Parola divina, la dottrina cristiana distingueva fondamentalmente tre tappe; sviluppando l’analogia con le parti di cui si compone l’uomo, Origene scrive nel IV libro dei Princìpi che tre volte si debbono notare nella propria anima i concetti delle Sacre Scritture:

  • alla « carne » della Scrittura corrisponde l’esegesi più immediata, quella letterale;
  • alla sua « anima » corrisponde l’interpretazione morale, adatta a chi è solo un poco progredito nella conoscenza;
  • al suo « spirito », infine, la perfetta intelligenza, spirituale appunto, che contiene l’ombra dei beni futuri, « umbram futurorum bonorum ».

Così nel Physiologus alla « natura » dell’animale segue un’interpretazione ora di carattere etico, ora propriamente teologico: talora, come nel caso della solitudine della tortora (cap. 28), che significa insieme il ritiro di Cristo sul monte in compagnia di Pietro, Giacomo e Giovanni e l’obbligo per il fedele di amare la vita anacoretica, sono presenti entrambe le interpretazioni e il principio ermeneutico è rispettato in modo ancor più rigoroso. Del resto, l’assimilazione della « natura » al Testo sacro è resa tangibile dalla citazione, in apertura di numerosi capitoli, di un lacerto biblico contenente un’allusione all’animale trattato.

L’importanza di tale configurazione simbolica è stata così decisiva da influire sulle stesse nozioni naturalistiche che ne costituivano il punto di partenza : in non pochi casi la « natura » è stata adattata alle esigenze dell’applicazione allegorica, e quindi notevolmente modificata. Così, nei capitoli sul pellicano, sulla rana, sull’elefante, sul sicomoro e in molti altri, le comuni nozioni di zoologia sono state ridotte, accresciute o combinate in modo tale da farle corrispondere analogicamente agli insegnamenti di Cristo o ai precetti della Chiesa: inoltre, sono stati sistematicamente inseriti numeri simbolici (il 3 nelle « nature » del leone, dell’aquila, della fenice, della pantera, ecc.), o simboli generici come il sole, la fonte, il mare che ricorrono frequentemente con i medesimi significati. Non va peraltro dimenticata la precisa funzione apologetica che una simile letteratura aveva nei primi secoli del cristianesimo: le meraviglie e i prodigi del regno animale potevano costituire, per gli increduli, una prova dei paradossi della rivelazione cristiana. Ancora sant’Agostino, nel De Civitate Dei,
adduceva la fenice e la salamandra come prove della resurrezione della carne e della sopravvivenza dei corpi nel fuoco infernale.

Autore: Francesco Zambon
Pubblicazione: Il Fisiologo
Editore
: Adelphi (Piccola Biblioteca Adelphi, 22)
Luogo: Milano
Anno: 2011
Pagine: 19-23
Vedi anche
:
Physiologus (1)
Physiologus (2)

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