Il simbolo medievale: l’etimologia

È probabilmente attraverso le parole che il simbolo medievale si lascia più facilmente definire e caratterizzare: per comprenderne meccanismi e ambiti interessati lo studio del lessico costituisce dunque il primo livello di indagine. Per un buon numero di autori anteriori al XIV secolo, la verità degli esseri e delle cose è da cercare nelle parole: ritrovando l’origine e la storia di ciascuna parola si può accedere alla verità «ontologica» dell’essere o dell’oggetto che essa designa. Ma l’etimologia medievale non è l’etimologia moderna. Le leggi della fonetica sono sconosciute, e l’idea di una filiazione tra il greco ed il latino emergerà con chiarezza solo nel XVI secolo. È dunque nella stessa lingua latina che si cerca l’origine e la storia di una parola latina, con l’idea che l’ordine dei segni sia identico all’ordine delle cose. Da qui talune etimologie che stridono con la nostra attuale filologia e la nostra concezione della lingua. Ciò che i linguisti moderni, dopo Saussure, chiamano «l’arbitrarietà del segno», è estraneo alla cultura medievale. Tutto è motivato, talvolta a prezzo di ciò che sembrano essere fragili giochi verbali.

Questa verità delle parole spiega nondimeno un gran numero di credenze, di immagini, di sistemi e di comportamenti simbolici. Essa riguarda tutti gli elementi del lessico, ma soprattutto i nomi: nomi comuni e nomi propri. Diamo qualche esempio. Tra gli alberi, il noce viene considerato malefico perché il nome latino che lo designa, nux, viene generalmente ricollegato al verbo che significa nuocere, nocere. Il noce è dunque un albero nocivo: è necessario non addormentarsi sotto il suo fogliame pena l’essere visitati dal Diavolo o dai cattivi spiriti. Stessa idea per il melo, il cui nome, malus, evoca il male. E del resto al suo nome che deve la sua progressiva trasformazione, nella tradizione e nelle immagini, nell’albero del frutto proibito, causa della Caduta e del peccato originale. Tutto è detto nel nome e attraverso il nome. Lo studio del simbolismo medievale deve sempre iniziare da quello del vocabolario; spesso infatti, quest’ultimo metterà lo storico sulla buona strada evitando che si perda in spiegazioni fin troppo positiviste, ovvero in un approccio psicoanalitico il più delle volte fuori luogo. Parecchi romanzi francesi di cavalleria del XII e XIII secolo hanno così disorientato numerosi eruditi mettendo in scena un luccio, singolare premio consegnato al vincitore di un torneo. Né il simbolismo generico dei pesci né quello del luccio in particolare hanno qualcosa a che fare con la scelta di una tale ricompensa; non più di quanto sia in causa l’oscuro tema junghiano delle «acque primordiali», o quello dell’animale selvaggio, «immagine archetipica – come si è scritto – del guerriero predatore». No, ciò che spiega la scelta di un luccio per premiare il cavaliere vincitore di un torneo è semplicemente il suo nome: in antico francese questo pesce è chiamato lus (dal latino lucius), e questo nome è prossimo al termine che designa una ricompensa: los (dal latino laus). Da los a lus per il pensiero medievale la relazione è «naturale» e, lungi dal costituire ciò che oggi chiameremmo una approssimazione o un gioco di parole, costituisce una articolazione notevole attorno alla quale può strutturarsi il rituale simbolico della ricompensa cavalleresca.

Una relazione verbale della stessa natura si incontra riguardo ai nomi propri. Il nome dice la verità della persona, permette di ripercorrere la sua storia, annuncia quello che sarà il suo avvenire. Nella letteratura e nella agiografia il simbolismo del nome proprio gioca così un ruolo considerevole. Nominare è sempre un atto estremamente forte, perché il nome intrattiene rapporti stretti con il destino di colui che lo porta. E il nome che dà senso alla sua vita. Molti santi, ad esempio, devono la loro vita, la loro passione, la loro iconografia, il loro patrocinio o le loro virtù solo al loro nome. Il caso limite è quello di santa Veronica che deve la sua esistenza – tarda – unicamente alla costruzione di un nome proprio di persona sulle due parole latine vera icona che designano il Volto Santo, ossia la vera immagine del Salvatore impressa su un sudario. Veronica è così diventata una giovane donna che, in occasione della salita al Calvario, ha asciugato con un panno il sudore del Cristo che portava la croce; miracolosamente, i tratti del Cristo rimarranno impressi sulla stoffa.

Esempi analoghi, per i quali è il nome a dar vita alla leggenda agiografica, sono numerosi. Si considera così che l’apostolo Simone abbia subito il martirio venendo segato per lungo, supplizio che condivide con il profeta Isaia: questi due nomi propri ricordano effettivamente in francese quello della sega [scie] – strumento abominevole per la sensibilità medievale perché, contrariamente all’ascia, la sua opera è lenta – contribuendo a creare leggende, immagini, patrocini. All’inverso, santa Caterina d’Alessandria, che subì il supplizio della ruota, divenne ben presto la patrona di tutti i mestieri che utilizzavano o fabbricavano ruote, a cominciare dai mugnai e dai carrai. Si è potuto notare che in Germania, alla fine del Medioevo, il nome di battesimo Katharina veniva dato di frequente alle figlie il cui padre esercitava uno di questi mestieri; una canzone afferma pure che «tutte le figlie di mugnaio si chiamano Caterina» e che sono «ricche ragazze da marito». Allo stesso modo, alcuni santi guaritori devono i loro poteri terapeutici o profilattici esclusivamente al nome. Poiché la relazione tra il nome del santo e quello della malattia non è la stessa nelle diverse lingue, le virtù di ciascun santo differiscono secondo il paese. In Francia san Maclou viene così invocato contro un gran numero di malattie pustolose (clous), mentre in Germania è san Gallo a svolgere un ruolo simile (die Galle, il bubbone). Analogamente, se nei paesi germanici sant’Agostino guarisce dalla cecità o allevia il mal d’occhi (die Augen), per gli stessi disturbi in Francia si invoca santa Chiara e in Italia santa Lucia (gioco di parole con il latino lux, luce).

Conoscere l’origine di un nome proprio significa dunque conoscere la natura profonda di colui che lo porta. Da qui le innumerevoli glosse para-etimologiche che ci appaiono oggi risibili ma che nel Medioevo hanno valore di verità. Così per quanto concerne Giuda: in Germania, a partire dal XII secolo, il suo soprannome di Iscariota (in tedesco Ischariot) – l’uomo di Carioth, località a sud di Hebron – viene scomposto in ist gar rot (che «è tutto rosso»). In questo modo, Giuda diventa l’uomo rosso per definizione, colui il cui cuore è abitato dalle fiamme dell’Inferno, e che nelle immagini deve essere rappresentato con i capelli fiammeggianti, ossia rossicci, il colore rosso essendo il segno della sua natura malvagia e annuncio del suo tradimento.

Autore: Michel Pastoreau
Pubblicazione:
Medioevo Simbolico
Editore
: Laterza (Biblioteca Universale Laterza, 597)
Luogo: Roma-Bari
Anno: 2009
Pagine: 6-9
Vedi anche:
Il simbolo medievale: l’immaginario come parte della realtà
Il simbolo medievale: una storia da costruire

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