Zoologia medievale (1)

I bestiari medievali sono quegli strani «libri di animali» che parlano delle diverse specie zoologiche non tanto per descriverle oggettivamente e ancor meno per studiarle in maniera scientifica, ma piuttosto per trarne significati morali e religiosi. Non sono trattati di storia naturale, almeno non nel senso comune del termine, ma opere che parlano degli animali per meglio parlare di Dio, di Cristo, della Vergine, a volte dei santi, e soprattutto del diavolo, dei demoni e dei peccatori. Se si soffermano sulle «proprietà» delle bestie e sulle meraviglie delle loro varie «nature», non è per dissertare della loro anatomia, etologia o biologia, ma per celebrare la Creazione e il Creatore, per trasmettere le verità della fede, per invitare i fedeli a emendarsi. Proprio per questo, l’influenza dei bestiari è stata molto più grande che se si fosse trattato di semplici manuali di storia naturale. A partire dal XII secolo, tale influenza si fa sentire in numerosi ambiti: la predicazione, la letteratura allegorica, la scultura romanica, i racconti e le favole, il Roman de Renart, i proverbi, i sigilli, gli stemmi. Lo studio dei bestiari appartiene più al campo della storia culturale che di quella naturale.

Ecco perché la zoologia medievale non è la zoologia moderna. Essa non deve essere studiata – e ancora meno giudicata! – sul metro delle nostre attuali cognizioni, della nostra sensibilità, della nostra etica. Sarebbe non soltanto anacronistico, ma anche assurdo.

A differenza di quanto generalmente si creda, gli uomini del Medioevo sapevano osservare assai bene la fauna e la flora, ma non pensavano affatto che ciò avesse un rapporto con il sapere, né che potesse condurre alla verità. Quest’ultima non rientra nel campo della fisica, ma della metafisica: il reale è una cosa, il vero un’altra, diversa. Allo stesso modo, artisti e illustratori sarebbero stati perfettamente in grado di raffigurare gli animali in maniera realistica, eppure iniziarono a farlo solo al termine del Medioevo. Dal loro punto di vista, infatti, le rappresentazioni convenzionali – quelle che si vedono nei bestiari miniati – erano più importanti e veritiere di quelle naturalistiche. Per la cultura medievale, preciso non significa vero. Del resto, cos’è una rappresentazione realistica se non una forma di rappresentazione convenzionale come tante altre? Non è radicalmente diversa né costituisce un progresso. Se non si cogliesse questo aspetto, non si capirebbe niente né dell’arte medievale né della storia delle immagini. Nell’immagine tutto è convenzione, compreso il «realismo».

Lo storico della zoologia medievale deve anche considerare che molti concetti oggi per noi familiari, all’epoca erano sconosciuti. La nozione di mammifero, per esempio, benché più o meno riconosciuta già da Aristotele – che però non ne faceva un elemento essenziale delle sue classificazioni -, nel Medioevo non esiste. Bisognerà aspettare l’Illuminismo perché qualche scienziato, come Linneo, le conferisca una certa importanza nell’organizzazione del mondo animale. Stessa cosa per le nozioni di cetaceo, di rettile, di batrace, che appaiono veramente solo a cavallo tra il Sette e l’Ottocento e che portano, assai tardi, alla separazione o al raggruppamento di specie la cui parentela era rimasta a lungo incerta. Anche l’idea di insetto non rientra nelle conoscenze antiche e medievali; emerge a pieno titolo solo nel Cinquecento, dando a poco a poco origine a un ambito di studi specifico, l’entomologia.

Nessuna di queste nozioni può essere proiettata cosi com’è, senza le dovute cautele, sul sapere medievale. Gli autori di bestiari, di enciclopedie, di testi letterari di argomento zoologico, o di opere riguardanti l’allevamento, l’agronomia e perfino la medicina veterinaria, catalogavano ed elencavano la fauna in base ad altri principi. I loro criteri di classificazione erano profondamente diversi dai nostri, che abbiamo per lo più ereditato dai sistemi proposti dai grandi naturalisti del Sette e Ottocento.

Come gli autori greci e latini, quelli del Medioevo distinguono nella maggior parte dei casi cinque grandi famiglie: i quadrupedi, gli uccelli, i pesci, i serpenti e i vermi. Ciascuna specie si colloca all’interno di una di queste categorie, i cui contorni sono ampi, elastici, aperti. I «pesci», per esempio, oltre ai pesci propriamente detti, comprendono la maggior parte delle creature che vivono in acqua, inclusi i cetacei e i mammiferi marini, così come esseri per noi assolutamente chimerici: la sirena, il monaco di mare, l’enigmatica serra. Quanto alla categoria dei vermi (vermes), include tutti gli animali di piccole dimensioni che non rientrano in nessuna delle classificazioni precedenti: larve e parassiti, ma anche roditori, insetti, batraci, gasteropodi e qualche volta addirittura le conchiglie. Una parte dei nostri molluschi e dei crostacei, infatti, trova posto tra i pesci; l’altra tra i «vermi».

Autore: Michel Pastoreau
Pubblicazione:
Bestiari del Medioevo
Editore
: Einaudi (Saggi, 930)
Luogo: Torino
Anno: 2011
Pagine: 6-8
Vedi anche:
Bestiari del Medioevo: l’Aquila

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