Semantica dell’alterità: il mostro nel Medioevo (1)

I mostri hanno per gli autori cristiani un senso che eccede la pura e semplice esistenza (o supposizione di esistenza). Girolamo, nella Lettera
72 a Vitale, ricorre a loro per risolvere un dubbio del suo corrispondente sull’esegesi di alcuni episodi biblici poco credibili. E non ricorre solo a quelli sperimentati di recente (un mostro duplice di cui si riparlerà più volte) ma anche a quelli della tradizione classica più antica. La spiegazione della loro esistenza fornita da Girolamo è, in nuce, quella stessa che Agostino chiarirà in maniera più organica e diffusa. La deroga alle leggi di natura che l’esistenza dei miracoli comporta si giustifica col fatto che Dio è il signore della natura. Potrebbe mai un vaso pretendere che l’artefice gli rendesse conto delle sue forme? D’altra parte, ciò che avviene pro miraculo, signo atque portento non costituisce la legge di natura. Se si hanno notizie di parti mostruosi, non per questo tutti i parti debbono essere mostruosi.

L’argomento prodigio è ripreso ed ampliato da Agostino in una questione così delicata ed al tempo stesso così terrorizzante da essere chiaro indizio, tra l’altro, della forza di persuasione che l’ipponese attribuiva ai prodigi: l’eternità della pena del fuoco infernale riservata ai reprobi. Seguiamo da vicino il suo discorso. Gli avversari della fede cristiana – dice Agostino – non si assoggettano a credere che i corpi bruceranno in eterno nel fuoco infernale. In realtà, non si può rispondere alle loro obiezioni adducendo, come per altri fatti meravigliosi (il sale di Agrigento che si scioglie nel fuoco e scoppietta nell’acqua, l’asbesto che una volta infiammato è inestinguibile, il magnete che attira il ferro), la forza di una specifica natura: è troppo noto che il fuoco distrugge la carne umana. Pure, se riandiamo alle sacre scritture, leggiamo che prima del peccato la natura umana era incorruttibile e che dopo il peccato essa è divenuta corruttibile e mortale: ma leggiamo anche che dopo la resurrezione essa sarà diversa da come è ora. Ma cercare di convincere un pagano con argomentazioni tratte dalle sacre scritture è impossibile. È necessario dunque il ricorso all’esemplificazione pagana. Varrone riferisce del portentoso cambiamento di natura e di corso della stella Lucifero e, colto com’era, non avrebbe chiamato prodigio quel fatto se non gli fosse sembrato cosa contro natura. Il fatto è che noi consideriamo i portenti contro natura. In che modo può essere mai contro natura ciò che avviene per volontà di Dio, dal momento che la volontà di un così grande e maestoso Creatore coincide con la natura di qualsiasi cosa creata? Portentum ergo fit non contra naturam, sed contra quam est nota natura.

Portenti tramandati dalla storia – prosegue Agostino – sono innumerevoli, ma basterà riferirci ad uno solo, quello già accennato del mutamento prodigioso della stella. Gli astronomi osarono dire che un fatto del genere non era mai avvenuto prima né sarebbe mai più avvenuto: eppure nelle sacre scritture leggiamo che perfino il sole si fermò e che tornò indietro e che anche un fiume si fermò, e questi fatti non avvennero per arti magiche, ma per le preghiere di santi uomini, mentre ciò che Varrone scrive di Lucifero non fu concesso per le preghiere di alcuno. L’errore dei pagani è quello di farsi ottenebrare dalla loro cognizione della natura, come se in essa non possa avvenire, per volere divino, qualcosa che ecceda la loro conoscenza umana. Ma anche nel corso comune della natura ci sono cose che dovrebbero destare meraviglia: l’infinita diversità dell’aspetto degli uomini nella totale uniformità della loro specie, ad esempio, è un fatto al quale nessuno presta attenzione, ma è un fatto meraviglioso.

Ma forse nemmeno gli stessi pagani prestan fede a quello che ho detto narrato da Varrone – seguita Agostino – perché il corso di quella stella fu per poco tempo eccezionale e ritornò in breve normale. Un esempio che, credo, possa convincerli a pensare che Dio può mutare come vuole il corso della natura, anche al di là delle idee che essi se ne son fatti, è tratto ancora dalla Bibbia: la terra di Sodoma, che le stesse Scritture paragonavano al Paradiso Terrestre per la sua bellezza e fertilità, non è forse ora, dopo la punizione celeste, squallida e caliginosa? Ed i suoi frutti, sotto l’apparenza della maturità non nascondono forse il fuoco? Ecco, non era così, ed ora lo è! Dio, creatore della natura, mutò in abominevole la sua: questo avvenne tanto tempo fa e dura a tutt’oggi dopo tanto tempo.

A Dio – conclude Agostino – non fu impossibile creare le nature che volle; non gli è dunque impossibile mutare come vuole le nature che ha creato. Spuntano quindi numerosi come piante in un bosco quei miracoli che si chiamano mostri, ostenti, portenti, prodigi: e se io volessi menzionarli tutti, quando finirebbe quest’opera? È giusto che si dica perciò che monstra deriva da monstrando, dal momento che fanno conoscere qualcosa indicandola; e ostenta da estendendo, e portenta da portendendo, cioè da “preannunciando” e prodigio dal fatto che dicono prima, cioè predicono le cose future. Ma i loro interpreti si renderanno conto di come sono ingannati da essi o di come, per istigazione degli spiriti, che han cura di impaniare nelle reti di una nociva curiosità gli animi umani degni di tal pena, quei presagi predicano anche cose vere, o di come riescano ad essere talvolta anche sinceri, tra le tante cose che dicono. Tutte queste cose che avvengono come se fossero contro natura e che si dice che avvengano contro natura […] e a cui si dà il nome di mostri, ostenti, portenti, prodigi, ci devono, invece, mostrare, far vedere o far prevedere, predire questo: che Dio farà dei corpi degli uomini ciò che preannunziò che avrebbe fatto, senza che alcuna difficoltà si frapponga, senza che nessuna legge di natura lo impedisca.

Il prodigio è dunque il segno dell’onnipotenza di Dio. Più che presagi veri e propri, per l’Ipponense i portenti sono dei signa della potenza infinita di Dio: dell’onnipotenza e dell’insondabilità. «Dio è infatti il creatore di tutto e, sapendo perfettamente con la somiglianza o dissomiglianza di quali parti intessere la bellezza dell’universo, sa anche dove e quando è o sarà necessario che qualcosa sia creata», dice Agostino a proposito di esseri mostruosi e stranamente bizzarri. Vero è che «chi non può guardare il fondo di tutto rimane spiacevolmente impressionato da ciò che giudica essere la deformità di una parte, poiché non sa a cosa essa si riallacci e dove abbia il suo corrispettivo: sappiamo ad esempio che nascono uomini con più di cinque dita nelle mani e nei piedi […], tuttavia non salti su alcuno tanto stolto che, pur non sapendo perché il Creatore lo abbia fatto, pensi che Egli abbia sbagliato nel numero delle dita».

Il ragionamento agostiniano da ciò era portato a dedurre che come quei mostri sono esseri possibili, reali, umani (come tutti gli esseri umani sono animali ragionevoli e mortali) e, singolarmente, appartengono alla stirpe di Adamo, «così, di tutte quelle genti che si dice abbiano come esorbitato, nella diversità dei loro corpi, dal corso normale della natura, seguito invece da quasi tutte le altre, se rimangono incluse in quella definizione che le vuole animali ragionevoli e mortali, bisogna credere fiduciosamente che traggano la loro origine da quel medesimo, unico, primo genitore». Possono esistere, dunque, al pari dei mostri singoli, popoli dalle caratteristiche mostruose: «Posto che sono uomini quegli esseri dei quali sono state scritte tante meraviglie: se Dio ha voluto creare in quel modo anche alcuni popoli, vorremmo forse credere che la Sua sapienza, che modella la natura umana, abbia potuto errare come l’arte di un artigiano imperfetto qualunque, in questi mostri, che presso di noi nascono dagli uomini? Perciò non deve sembrare assurdo che nello stesso modo in cui in ciascuna gente ci sono alcuni uomini mostruosi, nel genere umano intero ci siano genti mostruose».

L’arrischiata generalizzazione di Agostino ha una sua profonda giustificazione: è il tentativo di sistematizzare, in una prospettiva teologica, le scarse conoscenze che ai suoi tempi si avevano sia delle scienze biologiche che di quelle antropologiche. Reali parti teratomorfi, eccezionali esempi di malformazioni congenite, insieme ad esseri mitici, animali fantastici, popolazioni inverosimili, la esistenza dei quali è attestata attraverso un ragionamento analogico che poggia le sue basi sull’assioma dell’onnipotenza di Dio.

Autore: Franco Porsia
Pubblicazione:
Liber Monstrorum (secolo IX)
Editore
: Liguori (Nuovo Medioevo, 88)
Luogo: Napoli
Anno: 2012
Pagine: 17-21

 

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