Preliminari di geografia immaginale (1)

Alla Navigatio Sancti Brendani, testo latino redatto in Irlanda tra IX e X secolo contenente una straordinaria leggenda avventuroso-edificante, sembra sia stata donata la grazia di cogliere la quintessenza di ciò che costituisce l’universo narrativo del “Medioevo fantastico”, ma soprattutto, inquadrata sullo sfondo della produzione intellettuale dell’Età di mezzo, esempio smagliante del concetto stesso di «opera» intesa come testo globale che abbracci, descriva e riassuma i vari aspetti del sapere e della realtà, ponendoli al servizio della sola verità e della Conoscenza suprema.

In un’area definita spazialmente e storicamente, dall’Irlanda di san Brandano ai confini remoti e sconosciuti dell’Oceano, hanno modo di confluire i più disparati apporti della scienza medievale: dalla religione, con reminiscenze scritturali (rivolta di Satana, Giuda, Roveto ardente) e le più suggestive teorie teologiche (come la collocazione degli spiriti nei tre regni della natura, etere, firmamento, terra, e il concetto di refrigerium per i dannati), alla naturalis historia, con quelle isole che abbondano di pecore ed i portenti teratologici: le belve di mare, Jasconius, il grifone e non ultima l’iconografia diabolica. La stessa conoscenza geografica fonde indistintamente localizzazioni precise e attendibili, come le isole abitate da eremiti e comunità monastiche a ovest dell’Irlanda (e anche l’isola degli uccelli bianchi è da credere uno dei tanti scogli al largo, dimora di sule, fulmari, ecc.) ad altre chiaramente fantastiche, quali l’isola ove crescono frutta dal potere prodigioso, quella del castello incantato, la «colonna» di cristallo, l’Inferno, e, ovviamente, lo stesso Paradiso terrestre.

Questo panorama enciclopedico della cultura medievale viene inoltre, grazie all’esperienza stessa del viaggio, sacralizzato, reso significante dal rito e dalla liturgia della celebrazione, nel rispetto delle tappe cicliche (Cena Domini, Pasqua, Natale, ecc.) effettuate nei medesimi luoghi e nell’esibizione di sovrasensi simbolici affidati alla mistica dei numeri (sette anni di navigazione, quaranta giorni come periodo significativo di sosta nelle isole più importanti) e ai referenti iconografici (uve, pani e pesci come alimento; antagonisti e “aiutanti magici”, l’ordine delle isole sacre contro il caos di quelle infernali). Il tutto, costellato di miracoli e signa che ad ogni angolo esibiscono ed esaltano la potenza e l’onnipresenza del Signore.

Lo spazio geografico tende così a configurarsi quale meta-spazio, come trama di eventi e situazioni iper-naturali che siano soprattutto segni, figure, specula di un altro ordine, di una “sovra natura”; la navigazione dei monaci irlandesi è, da un punto di vista strutturale e “testuale”, facilmente riconducibile allo schema che, in geografie meno avventurose, dà sfondo ad un qualsiasi pellegrinaggio, costellato di memorie, di segni tangibili della presenza divina, di luoghi narranti diversissimi fra loro ma sempre rapportabili a una stessa dialettica: viaggi mitici, viaggi liturgici, ove gli orizzonti naturali “aprono” a ben altro tipo di geografie: in un’analoga leggenda, ambientata stavolta in Oriente, i viaggiatori intendono raggiungere il Paradiso terrestre posto ai confini del mondo, là dove «la terra si congiunge con lo cielo».

Omnis mundi creatura / quasi liber et pictura / nobis est in speculum, recita Alano di Lilla; in questa visione ermeneutica, il mondo è pertanto il liber e la pictura per eccellenza, perché scriptus per digito Dei (Pier Damiani). L’immagine del mondo è, prima di tutto, un’immagine divina; un codice infarcito di messaggi, citazioni, senhals, paradigma che lo stesso Dio ha creato e che a Lui rimonta e conduce. Lo spazio geografico è una trama di segni da interpretare: l’immagine del mondo è un’enciclopedia semiotica aperta alla meditazione. La monotonia ed uniformità di una carta del mondo medievale sono qualcosa di ben diverso da quelle di una mappa moderna: essa descrive uno schema non immediatamente percepibile, che nasconde nella disposizione dei mari e dell’oceano, ad esempio, la figura della croce; che va letta, in senso orario, partendo da est, dalla Testa-Sole-Lux Christi. Descrive così un’imago mundi da ricreare “al di là”, mistica e spirituale, come un “panorama interiore” demandato al Mandala.

Da quanto appena sostenuto, è evidente che siamo totalmente all’opposto del concetto di geografia positiva a noi noto: proprio in quanto luogo “intermedio”, passaggio per la vera patria, quella celeste (si ricordi la fortunata metafora dell’Homo viator), la nostra terra è una rete di esempi che portano l’uomo a questa sua meta futura.

Emerge allora una constatazione: lo spazio geografico medievale è eminentemente immaginale, è un’esibizione esemplare della volontà di Dio: della Creazione e, allo stesso tempo, dei mezzi per penetrarla e giungere così alla conoscenza suprema. In esso hanno posto le visioni dei profeti, reminiscenze bibliche, convinzioni geografiche, nozioni “scientifiche” e naturali, liturgie, epopee storiche e mistiche, simbolismi e ogni sorta di referente dialettico, perché il mondo è il Libro, così come il Libro (biblos) è il mondo. Lo spazio terreno è pertanto lo “spazio” dell’avventura dell’anima, ove la realtà oggettiva — oceano, isole, animali, il tempo stesso — diventano simboli e necessitano di una percezione del mondo eminentemente spirituale.

Autore: Giuseppe Tardiola
Pubblicazione:
Atlante fantastico del Medioevo
Editore
: De Rubeis (L’arco Muto, 1)
Luogo: Anzio
Anno: 1990
Pagine: 12-15

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