Analogia: proporzione e struttura cosmica

Una ricognizione storica sulla nozione di analogia, per quanto limitatamente agli autori che hanno avuto maggiore importanza nel pensiero neoplatonico, mette in luce come a questa nozione siano stati attribuite, a partire dal suo originario significato matematico, due accezioni differenti ma complementari.

L’analogia, infatti, è primariamente una nozione matematica: essa esprime l’identità tra due rapporti che coinvolgono determinazioni differenti.

A partire da tale accezione, la tradizione filosofica greca ha sviluppato la riflessione sull’analogia analizzandone la natura e indagandone il potenziale significato speculativo. Aristotele fornisce in questo senso il contributo maggiore, approfondendo lo studio dei meccanismi logici dell’analogia e sottolineandone l’importanza per la teoria della letteratura, per la poesia e per la teoria dell’argomentazione.

L’analogia quale strumento dell’indagine logico-matematica diviene poi legge che regola la nascita e la vita del cosmo. Già nel Timeo platonico l’analogia si presenta come legge che permette di spiegare l’ordine universale, divenendo regola che presiede al fondersi degli elementi naturali e principio capace di garantire l’armonia e la coesione della realtà fisica (specchio in questo modo della perfezione celeste). La ratio analogica come legge universale viene impiegata chiaramente poi da Plotino e dopo di lui da Proclo e da Dionigi.

L’attribuzione all’analogia del ruolo di principio organizzativo dell’universo trova, quindi, all’interno della riflessione platonica e neoplatonica, la propria giustificazione teoretica nel funzionamento matematico e logico del dispositivo analogico stesso. L’analogia, infatti, quale identità tra i rapporti che intercorrono tra due realtà differenti, permette di pensare in modo rigoroso l’idea di similitudine: due enti risultano simili in ragione della relazione che li lega con altre realtà appartenenti alla loro stessa dimensione. La similitudine diviene così identità di funzioni.

Aristotele, infatti, aveva individuato nell’analogia lo strumento che permetteva di cogliere la similitudine tra differenti determinazioni mediante la definizione del genere comune e delle proprietà condivise. Gli esempi portati per illustrare tale funzione del discorso analogico, come quello dell’osso di seppia negli Analitici secondi, sottolineano come le proprietà condivise tra i termini della proporzione, in grado di fondare la loro similitudine, possano essere concepite quali funzioni svolte dai termini stessi.

Tale accezione di “simile” permette di creare rapporti di affinità anche tra realtà all’apparenza molto diverse le une dalle altre. E questo il caso degli enti che appartengono a differenti piani o livelli della gerarchia cosmica nella quale il pensiero neoplatonico organizza l’universo. In questo modo risulta garantita, al tempo stesso, la continuità tra le varie ipostasi dell’essere che procedono dall’Uno e la differenza tra l’immateriale e il sensibile.

L’analogia manifesta, così, il suo legame con l’εἰκών. L’immagine, infatti, è pensata, nella tradizione neoplatonica quale copia di un modello con il quale intrattiene un complesso rapporto di similitudine e differenza, di sinonimia e omonimia (secondo l’espressione plotiniana che reimpiega il lessico aristotelico). L’εἰκών indica, quindi, ciò che è simile al modello in modo non perfetto, ciò che manifesta una similitudine nascosta sotto una difformità superficiale che non può mai essere del tutto superata.

L’analogia rappresenta il dispositivo logico-ontologico che fonda tale ambigua similitudine tra immagine e paradigma e che permette di pensare l’oscillazione tra sinonimia e omonimia.

L’espressione εἰκών, tuttavia, rimanda nella tradizione neoplatonica a due differenti oggetti. Εἰκών indica, infatti, sia una peculiare tipologia di discorso, una allegoria o similitudine, sia le realtà concrete, gli enti del mondo terrestre e ogni determinazione di un livello ipostatico inferiore nel suo rapporto con gli enti di quello superiore. Ciascuna creatura, infatti, è immagine ambigua, allegoria che deve essere sciolta per cogliere il riflesso della superiore natura che l’ha prodotta. La stessa nozione di analogia costituisce l’elemento in grado di disambiguare la valenza dell’espressione “simile”. La proporzione individua, infatti, come notato precedentemente, una somiglianza mediante la definizione di un predicato posseduto dai termini differenti coinvolti nel rapporto analogico; tale predicato permette di definire il genere comune al quale i termini stessi appartengono. La possibilità di sussumere realtà differenti sotto un unico genere permette, infine, di asserire la similitudine tra i medesimi termini proporzionali.

La tradizione neoplatonica sviluppa la ratio analogica facendone il principio per la definizione di una omologia strutturale, cioè un’identità tra gerarchie ipostatiche differenti. La presenza di una certa organizzazione interna propria di un livello henologico è, infatti, spiegabile come una serie di rapporti che legano termini appartenenti all’ordine in questione. In questo senso, la struttura è un insieme di funzioni quali relazioni tra elementi.

La similitudine che l’analogia permette di cogliere consiste, quindi, nell’identità tra le funzioni che due termini eterogerarchici svolgono, identità che permette di cogliere alcune proprietà condivise dai termini stessi.

L’analisi degli esempi concreti di σύμβολα in Proclo e Dionigi confermano che è questa nozione di similitudine a rendere possibile la significazione simbolica.

Il “simbolo” dionisiano e procliano operano, infatti, per mezzo di un rimando analogico. La relazione del dissimile con il dissimile, con la quale Proclo definisce il funzionamento delle immagini mitiche sconvenienti e scabrose, è quindi unicamente quanto si manifesta superficialmente nel dire simbolico (la lettera del simbolo). Alla difformità tra i termini congiunti dalla significazione simbolica è sottesa una più profonda similitudine: simbolo e simboleggiato sono congiunti da una reciproca relazione di somiglianza, definita secondo l’identità funzionale propria dell’analogia.

Se si fa riferimento, infatti, alla decifrazione di alcuni miti sconvenienti che Proclo propone nei suoi scritti, si vede come la similitudine che unisce le realtà coinvolte nel dire simbolico si possa esprimere nei termini di un’identità delle relazioni che uniscono simbolo e simboleggiato. L’interpretazione dell’incatenamento di Urano come corrispondente al rapporto che le cause hanno tra loro e con l’unità ineffabile costruisce, infatti, un’identità tra rapporti: la relazione che unisce Urano e le catene è la stessa che intercorre tra una causa e tutte le altre o tra le cause medesime e l’Uno ineffabile.

Autore: Francesco Paparella
Pubblicazione:
Le teorie neoplatoniche del simbolo. Il caso di Giovanni Eriugena
Editore
: Vita e Pensiero (Temi metafisici e problemi del pensiero antico. Studi e Testi, 111)
Luogo: Milano
Anno: 2008
Pagine: 52-54

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