La natura del simbolo e dell’immagine in Dionigi e la loro decodifica

Immagini e simboli appaiono come segni impropri e spesso oscuri, la cui corretta comprensione richiede competenza filosofica e preparazione teologica: la natura materiale di tali σύμβολα, così difformi dalla perfezione divina, rischia di suscitare lo scandalo dei fedeli meno dotti, che possono rifiutare le εἰκόνες mistiche.

Dionigi si preoccupa, quindi, nella sua opera di analizzare e spiegare le immagini simboliche che la Scrittura utilizza, al fine di mostrare chiaramente quali realtà celesti si celino dietro le raffigurazioni materiali. In questo modo l’Areopagita fornisce, anche se in modo indiretto, una descrizione dei meccanismi logico-linguistici che presiedono al funzionamento della significazione simbolica.

Dionigi, nel De coelesti hierarchia,
inizia ad elencare i diversi simboli con i quali le gerarchie celesti sono state descritte nel testo sacro.

Prima fra le immagini esaminate è quella del fuoco. Dopo aver sommariamente passato in rassegna i molteplici modi in cui tale εἰκών viene impiegata nei testi sacri (carri fiammeggianti, ruote di fuoco, creature splendenti di fiamme etc), Dionigi inizia a individuare le similitudini che permettono di associare il fuoco alla natura angelica e divina. Il fuoco sta in tutte le cose e passa attraverso tutte le cose senza mescolanza con esse; è in grado di trasformare le cose con le quali si unisce rendendole a lui simili; è sempre dinamico e mobile e tende verso l’alto; è dotato di grande potenza e rimane spesso nascosto manifestandosi all’improvviso. Tali attributi, tuttavia, sono i medesimi che si possono ritrovare nella sostanza “tearchica”, la quale trasforma le realtà materiali e le rende a lei simili con la sua infinita potenza. Il fuoco è, quindi, immagine sensibile della potenza tearchica, in quanto dell’uno e dell’altra sono predicate qualità analoghe.

In modo simile, l’Areopagita passa in rassegna le altre immagini e simboli che la Scrittura impiega per parlare, in modo misterioso e traslato, della natura divina. La figura umana, le verghe e le lance con le quali le creature angeliche vengono descritte, il cuore umano, il leone sono εἰκόνες e σύμβολα,
ovvero realtà sensibili che possono riflettere la dynamis del Principio grazie ad alcune loro peculiari proprietà: la relazione semiotica che si instaura tra ente concreto e sostanza divina è fondato sulla presenza in entrambi i termini di qualità analoghe, che fanno del primo un riflesso della seconda. Il cuore umano è così simbolo di Dio in quanto rimanda all’idea di una vita perfetta, che si diffonde e si prende cura delle realtà create; gli oggetti con i quali le figure angeliche appaiono (come la verga), invece, evocano la giustizia divina che punisce e ricompensa gli uomini; il battesimo, infine, è σύμβολον dell’ingresso nel novero dei salvati, in quanto il nome di colui che ha ricevuto il sacramento viene iscritto in uno speciale registro, mentre ricevere il battesimo senza abiti e rivolti a Occidente significa la liberazione dalla vita precedente e il tendere verso la sorgente della vera luce.

Autore: Francesco Paparella
Pubblicazione:
Le teorie neoplatoniche del simbolo. Il caso di Giovanni Eriugena
Editore
: Vita e Pensiero (Temi metafisici e problemi del pensiero antico. Studi e Testi, 111)
Luogo: Milano
Anno: 2008
Pagine: 33-34

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