Lo spirito teorico della scienza greco-ellenistica

La scienza specialistica alessandrina non solo si affrancò dai pregiudizi religiosi e dai dogmi filosofici, ma volle assumere una propria autonoma identità anche nei confronti della «tecnica», con cui, invece, se dovessimo giudicare con la mentalità di oggi, parrebbe naturale pensare che dovesse stringere una alleanza.

La scienza ellenistica sviluppò l’aspetto teorico delle scienze particolari e solo questo, disprezzando il momento applicativo-tecnico nel senso moderno.

La mentalità tecnologica è quanto di più distante si possa pensare dalla antica scienza.

Si suole citare l’atteggiamento di Archimede nei confronti delle proprie scoperte nel campo della meccanica, che egli interpretava, se non come svago, certo come un momento marginale della sua vera attività, che era quella del matematico puro.

Ci si è domandati il perché di questo fatto, che a noi sembra tanto innaturale. La risposta è stata, per lo più, ricercata nelle condizioni socio-economiche del mondo antico: lo schiavo stava al posto della macchina e il padrone non aveva bisogno di congegni particolari per evitare fatiche o risolvere problemi pratici. Inoltre, poiché del benessere beneficiava solo una minoranza, non era necessario uno sfruttamento intensivo né della produzione agricola, né di quella artigianale. Insomma: la schiavitù e la discriminazione sociale sarebbero lo sfondo che rende comprensibile la non necessità delle macchine. Viene ricordata, a questo proposito, la distinzione di Varrone fra tre tipi di strumenti:

  1. quelli «parlanti» (gli schiavi);
  2. quelli «parlanti a metà» (i buoi);
  3. quelli «muti» (gli strumenti meccanici). Ma questo era stato addirittura teorizzato da Aristotele: «l’operaio nelle tecniche rientra nella categoria degli strumenti», «lo schiavo è una proprietà animata ed ogni operaio è come uno strumento che precede e condiziona gli altri strumenti». Tutto questo è senza dubbio fondamentale per spiegare i fenomeni che stiamo studiando.

Ma il punto chiave è un altro. La scienza ellenistica fu quella che fu, perché, pur cambiando l’oggetto dell’indagine rispetto alla filosofia (concentrandosi sulle «parti», anziché sull’«intero»), mantenne lo spirito della vecchia filosofia, lo spirito «contemplativo» che i Greci chiamavano «teoretico».

Lo spirito del vecchio Talete che, come si narra, cadde nella fossa, tutto intento a contemplare il cielo e che Platone additava come simbolo del più autentico spirito teoretico, c’è tutto intero in Archimede, in quel suo motto superiore «Noli turbare circulos meos» rivolto al soldato romano che stava per ucciderlo, e in quel suo gioioso «èureka!». Così come c’è in quell’aneddoto secondo cui Euclide, richiesto da uno di spiegargli a che cosa servisse la sua geometria, per tutta risposta gli fece dare del denaro, una specie di obolo, come si dà ad un mendicante. E lo stesso Tolomeo presenterà la sua astronomia come la vera scienza nel senso dell’antica filosofia, e Galeno dirà che l’ottimo medico, per essere tale, dovrà essere filosofo.

Insomma, la scienza greca è stata animata proprio da quella forza «teoretico-contemplativa» — da quella forza, cioè, che spingeva a considerare le cose visibili spiraglio attraverso cui si accede all’invisibile —, che la mentalità «pragmatico-tecnologica» moderna parrebbe aver dissolto, o perlomeno emarginato.

Autore: Giovanni Reale
Pubblicazione: La Filosofia nel suo sviluppo storico – 1. Antichità e Medioevo
Editore: La Scuola
Luogo: Brescia
Anno: 1988
Pagine: 211-212

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