La moralitas musicale e i tre tipi di musica mondana, umana e strumentale (1)

Il De institutione musica fu composto da Boezio in età giovanile, attorno al 510, forse a seguito del De institutione arithmetica, ma il testo si interrompe a metà di una frase del capitolo 19 del quinto libro: Boezio stariferendo le idee del primo libro degli Armonici di Tolomeo, ed è verosimile che le parti mancanti siano in realtà disperse. Tolomeo tratta di musica umana e cosmica nel terzo libro del suo trattato, e Boezio ne promette un’indagine che, invece, non ci è giunta. È stato dunque ipotizzato che Tolomeo fosse stata la fonte di Boezio per queste parti perdute, ma anche altre fonti tardoantiche potrebbero essere state nella mente del filosofo romano: il medioplatonismo e il neoplatonismo avevano interpretato in chiave di teoria musicale la struttura armonica del cosmo e della psiche, seguendo la dottrina delineata nel Timeo platonico. Del resto, la vexata quaestio della o delle fonti su cui Boezio “costruì” il suo trattato di musica è ancora in larga parte aperta. Il De institutione musica si apre con un affondo sulla natura della sensazione: le facoltà percettive sono proprie di ogni vivente, e le percezioni in sé sono sempre chiare, anche se non lo è affatto la natura dei sensi. Per Boezio non c’è scienza in senso proprio della mutevolezza del divenire, ma solo di quegli aspetti “essenziali” delle cose che l’intelligenza umana concepisce come se fossero separati dalla materia. Coerentemente con questo assunto, Boezio afferma:

l’osservazione di un oggetto di forma triangolare o quadrata e immediata e intuitiva per tutti, ma capire la natura del quadrato o del triangolo richiede una mente matematica. Questo vale anche per la sensazione uditiva, la cui potenza (vis) è capace di captare così bene i suoni che non solo li giudica e ne conosce le differenze, ma perfino se ne diletta se sono dolci e concordi, e ne soffre se sono disordinati e incoerenti. In conseguenza, essendoci quattro discipline matematiche, le altre investigano la ricerca della verità, ma la musica si congiunge non solo alla speculazione, ma anche alla moralità (moralitati). Nulla è infatti così proprio (proprium) dell’umanità che abbandonarsi a dolci modi (modis) e sentirsi contratti da quelli discordanti e […] naturalmente con un certo impulso (affectu) spontaneo < tutti > sono così trascinati dai modi musicali che non c’è età che non provi diletto di una dolce melodia. (1, 1)

Il presupposto scientifico della musica è fin da subito sottolineato in coerenza con la teorizzazione dei saperi disciplinari, ma Boezio aggiunge qui un elemento nuovo nella sua definizione della disciplina musicale: contrariamente alle altre matematiche, essa prevede anche un legame con una “proprietà” umana che Boezio definisce moralitas. Il proprium è, nella logica aristotelica, uno dei cinque predicabili; cioè è quella caratteristica peculiare che appartiene in modo permanente a tutti gli individui di una stessa specie, e solo a quelli. Una proprietà umana è ad esempio il ridere, che è un’affezione (affectum) tipica e unica di questa specie. Nel De institutione musica Boezio si rifà quindi alla dottrina del proprium come affectio, e infatti tutta la spiegazione che completa il proemio (cap. I) è volta a dimostrare che la moralitas è una proprietà affettiva permanente dell’uomo; e ciò è fatto partendo dal Timeo di Platone e dalla teoria della similitudo. Per Platone, dice Boezio, la musica è in ogni uomo, e il piacere che spontaneamente suscita deriva dal suo ordine intrinseco, che a sua volta riflette nella somiglianza quello dell’anima universale. La similitudo è amica, la dissimilitudo è odiosa e contraria, e da qui derivano per Boezio i cambiamenti dei costumi (mores). «La gente gode nei modi musicali per la loro somiglianza ai propri costumi» (ibid.), quindi la musica è costumata se, come afferma Platone nella Repubblica, è quella di cui gode un popolo costumato. La progressiva esposizione a musiche non confacenti trasforma anche i costumi dello Stato, dunque il senso di moralitas che Boezio intende quale proprietà affettiva dell’uomo è, in sostanza, l’idea platonica di ethos: costume, carattere, inclinazione, e anche consuetudine. Il nesso di questa concezione con la disciplina musicale è così spiegato da Boezio:

E infatti manifesto che non c’è nessun ingresso alle conoscenze disciplinari migliore dell’udito. Poiché dunque per l’udito i ritmi e i modi scendono fino all’animo, non si può dubitare che, conformemente a come sono, influenzino e conformino la mente. (1,1)

Sulla base di un richiamo implicito al trattato Sul senso (I, 4373 a 5-15) di Aristotele, il principio dell’eccellenza dell’udito si fonda sull’idea che esso trasmette conoscenza in quanto è mediatore degli insegnamenti attraverso la parola; ma per Boezio tale ingresso alla conoscenza si accompagna anche al moto di affezione implicato dalla modulazione ritmico-melodica della parola. La conclusione del ragionamento, supportato da molti esempi addotti dalle fonti classiche sul potere della musica, è che «l’essere (status) della nostra anima e del corpo è composto delle stesse proporzioni con le quali sono congiunte le modulazioni armoniche» (1, 1), che è un’idea analoga a quelladei numeri-ritmi agostiniana. Se dunque la musica è così insita nell’animo umano, compito della scienza musicale sarà indagare quelle proprietà immutabili che vi si possono individuare, con una sorta di atto introspettivo. Tali “essenze” sono le proporzioni che formano i canti e che «scendono fino all’animo»:

E così la musica è talmente insita in noi che non ne potremmo essere privi, anche volendolo. Per la qual cosa la forza intellettuale deve essere orientata affinché ciò che è insito in natura anche la scienza possa assumerlo alla comprensione. (1, 1)

Autore: Cecilia Panti Pubblicazione: Filosofia della Musica. Tarda Antichità e Medioevo Editore: Carocci (Studi Superiori, 541) Luogo: Roma Anno: 2008 Pagine: 91-94

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