Sull’Inno di Boezio «O qui perpetua mundum ratione gubernas» (5)

La conclusione dell’Inno riprende di nuovo l’idea dell’unità di entrambi i movimenti. Colui che invoca (22 ss.) rende se stesso consapevole del loro unico fondamento in una evidenza illuminante. Ultimamente questo fondamento assoluto è il mediatore, senz’altro rispetto all’Anima del mondo in senso proprio, cosmologico ed esistenziale, cosicché può essere considerato come l’unità di principium – medium – finis. Che con questa dottrina sia rappresentata una vecchia tradizione sull’Essere di Dio che abbraccia atemporalmente come «inizio – centro – fine» è fuori discussione. Malgrado tutte le possibilità di collegamento alla concezione greca del Dio «paterno» che guida e incrementa la visione (πατὴρ ὁδηγεῖ) bisogna osservare che i termini che stanno per «centro» o «mediazione» vector, dux, semita, «accompagnatore o colui che muove, guida, via», richiamano anche il Dio cristiano come vero mediatore e guida in Cristo, nel senso di Giovanni 14, 6: ego sum via, veritas et vita. La richiesta di guida, di illuminazione o della riuscita di una «ascesa» alla «augusta sede» della «fonte del Bene», possibile attraverso l’illuminazione, implica, proprio in vista di quello che segue nel Libro terzo, il desiderio intensivo del possesso della vera felicità. Questo è accennato nella formulazione dello scopo di pensiero e vita: te cernere finis. Questo Tu è da intendere come «la serenità», (serenum: 26), «lo splendore», il «luogo della luce» e allo stesso tempo come requies tranquilla piis. L’esperienza della quiete e la serenità non equivale però ad un addormentamento di ogni questione e pensiero, bensì al loro compimento più intensivo, in analogia con l’approdo, espresso per via di metafora, nel «porto mistico» come meta dello sforzo del pensiero dialettico. Questo, concepito come unione con l’Uno stesso, deve essere inteso come l’autorealizzarsi dell’uomo o come l’autosuperamento del quotidiano in quello che egli potrebbe e dovrebbe essere attraverso la deificatio. L’illuminazione non è perciò un puro dono, anche se la preghiera ripetuta lo dovesse suggerire. Essa è altrettanto autoilluminazione attiva del pensiero, come Plotino la esige quale astrazione radicale da tutto ciò che è estraneo all’Uno. Un tale atto, nel senso di un tipo di vita plasmatore, «squarcia la nebbia» (25) della vaga opinione e del non-sapere, libera da pesi gravosi e ostacolanti (terrenae pondera molis: 25) , produce e rende stabile il volgersi dello sguardo verso lo splendore divino (24. 26).

Se questa conversione, analoga a quella della caverna platonica, deve diventare visione che forma l’esistenza e perciò anche fondamento della vera beatitudo, allora «lo sguardo» deve certamente restare fisso (in te conspicuos animi defigere visus: 24) e questo significa che l’intera esistenza umana deve permanere in questa luce e in questa quiete, nel termine come principio. Solo cosi dal «concetto» deriva una consolazione non soltanto effimera: la certezza convincente che forma e modella l’esistenza a partire dal concetto, l’evidenza del fondamento divino cui si tende potrebbe, almeno un po’, dare una condizione di sicurezza per la risposta alla domanda di un significato vincolante di fronte alla morte. All’idea del ritorno si connette la versione boeziana del mito di Orfeo ed Euridice: lo sguardo all’indietro verso il Tartareum specus, che non si dovrebbe osare, dovrebbe agire sempre «mortalmente»: vidit,
perdidit, occidit.

L’allontanarsi di principio dalla «caverna» non dev’essere però inteso come un atteggiamento indiscutibile di radicale «disprezzo del mondo», bensì piuttosto come reazione ad una visione non priva di conseguenze dell’Essere reale che, come summum bonum, è anche fons boni. La specifica interpretazione boeziana del mito di Orfeo ed Euridice potrebbe rendere coscienti del fatto che colui il quale nell’ascesa guarda indietro al punto di partenza già lasciato allontanandosi dalla visione o senza fiducia in essa, deve perdere anche l’Amato e il «Magnifico», che gli era stato assegnato e che egli, fiducioso nello scopo del cammino, aveva già preso con sé. Comunque la visione del fondamento e dell’origine di tutto modifica le prospettive; l’ardente aeternitatis caritate flagrare, come Agostino chiama questo atteggiamento, esige una costante decisione per questo scopo: un filosofare che ha la sua radice e il suo centro in Dio.

Autore: Werner Beierwaltes
Pubblicazione:
Pensare l’Uno. Studi sulla filosofia neoplatonica e sulla storia dei suoi influssi
Editore
: Vita e Pensiero (Temi metafisici e problemi del pensiero antico. Studi e Testi, 17)
Luogo: Milano
Anno: 1991
Pagine: 286-288
Vedi anche:
Sull’Inno di Boezio «O qui perpetua mundum ratione gubernas» (1)
Sull’Inno di Boezio «O qui perpetua mundum ratione gubernas» (2)
Sull’Inno di Boezio «O qui perpetua mundum ratione gubernas» (3)
Sull’Inno di Boezio «O qui perpetua mundum ratione gubernas» (4)

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