Sull’Inno di Boezio «O qui perpetua mundum ratione gubernas» (2)

Questo Inno è, in un certo senso, il cardine della Consolatio. In un linguaggio conciso, realmente ricco di implicazioni, sviluppa i tratti fondamentali di un concetto di Dio che deriva dalla riflessione filosofica, è da essa sostenuto, ma insieme comprende in sè elementi cristiani. Esso presenta quello che nel successivo sviluppo del terzo Libro deve essere di nuovo raggiunto: il fine, il fondamento e la pienezza della vera felicitas. Cosi, alla fine delle riflessioni sul concetto di felicità può essere esaltato come felice chi «è riuscito a vedere proprio questa sorgente luminosa del Bene»:

felix qui potuit boni fontem vis ere lucidum

Secondo questa concezione, la felicità dell’uomo non consiste nel possesso o nell’esercizio di cariche, potere, nel godere di fama, ricchezza o piacere: queste per lui sono piuttosto catene che limitano la sua libertà, o addirittura la distruggono, e cosi alterano il suo sguardo a Ciò che permane atemporale e al suo splendore (splendor). La felicità viene garantita unicamente dal raggiungimento e dal possesso di Dio: divinitatis adeptio facit beatos. Ma ciò significa: essere giunti, attraverso la riflessione e la decisione volontaria, ad una unità intensiva e trasformante l’esistenza con lo stesso sommo Bene, che è di per sè la beatitudine somma, in modo tale che colui che in questo è beato, potrebbe addirittura apparire egli stesso come «Dio» . Questa concezione della felicità appartiene in senso stretto ad Agostino il quale, anche in questo campo, ha trasposto nel contesto del pensiero cristiano concezioni centrali della metafisica greca. Il suo principio Deum qui habet beatus est afferma «Dio», il summum bonum, come il fondamento della possibilità di una vita beata. Questo però non «spetta» a nessuno cosi semplicemente; l’uomo piuttosto raggiunge colui che viene incontro attraverso grazia e illuminatio nel riconoscere, sapere, vedere, contemplare, amare e in un agire che ne deriva ed è determinato da questo, credendo e sperando. La ricerca ed il possesso della felicità è dunque una forma di pensiero che non resta fissa in se stessa formalisticamente, bensì, nel trascendere se stessa, diventa consapevole del suo fondamento, una forma della più elevata possibilità ed intensità dello Spirito, che si fonde con gli impulsi dell’emozione, secondo una philosophia cordis. Lo scopo di questo movimento è di fondare sullo stesso Essere atemporale la propria coscienza della vita di fronte alla temporalità del mondo e della propria esistenza . Un ulteriore elemento nel concetto di felicità unisce Boezio con Agostino: l’Essere-Bene e l’Essere-Uno devono essere intesi come identici . Boezio qui parte dall’idea di una aspirazione universale verso l’Uno in tutti gli ambiti dell’Essere; più in particolare, questa identificazione presuppone che tutto quello che potrebbe avere sussistenza in sè o che la potrebbe ricevere, debba essere Uno o unitario in sè. L’Essere-Uno è cosi assolutamente la condizione dell’Essere ma, allo stesso tempo, a motivo della sua tendenza all’autoconservazione, è anche il fondamento dell’Essere-Bene: che ciò che esiste possa raggiungere e conservare il Telos ad esso immanente o trascendente. Per Agostino la visione della verità di Dio e il contatto con essa è la forma più elevata di beatitudo. Questo però significa nello stesso tempo: visione della autocorrispondenza più intensiva, assoluta del Pensiero e dell’Essere divino, che è da intendere da una parte come Unità trinitaria, dall’altra come il fondamento di ogni Essere-Uno «al di fuori» di sè attraverso la creatio. Pensare questo, o toccarlo pensando, è lo scopo dell’imperativo: curre in unum. L’Inno a questo punto invoca la «protezione» dal rerum omnium pater, ossia chiede la possibilità della visione dell’essenza della beatitudine come suo fondamento. Nello stesso tempo esso mostra l’invocato stesso come l’Uno e il Bene (summi boni sedes), da cui dipende la costituzione di ciò che esiste nel suo insieme e l’attuazione della beatitudo finale. Con l’invocazione di Dio per ottenere il suo concursus nell’ulteriore domandare, Boezio segue esplicitamente una praxis presentata dal Timeo platonico.

Autore: Werner Beierwaltes
Pubblicazione:
Pensare l’Uno. Studi sulla filosofia neoplatonica e sulla storia dei suoi influssi
Editore
: Vita e Pensiero (Temi metafisici e problemi del pensiero antico. Studi e Testi, 17)
Luogo: Milano
Anno: 1991
Pagine: 279-281
Vedi anche:
Sull’Inno di Boezio «O qui perpetua mundum ratione gubernas» (1)

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