La concezione dell’arte di Meister Eckhart (7)

«Docti rationem artis intelligunt, indocti voluptatem» (Quintiliano, IX, 4).

Ogni parola o passo inscritto in virgolette è di Eckhart, con frequente ricorso a parole sue anche quando ciò non è indicato espressamente con un riferimento specifico. In parentesi gli equivalenti sanscriti ogniqualvolta essi servivano a chiarire o a meglio precisare il significato dei termini stessi. I passi citati sono tratti da Meister Eckhart, 2 voll., Londra 1924-1931, trad. di C. de B. Evans dalla edizione tedesca delle opere di Eckhart curata da Franz Pfeiffer nel 18574, 1924. A meno di ulteriore indicazione, i riferimenti di pagina sono quelli del primo volume; tali riferimenti sono contrassegnati dalla sigla M.E. (= Meister Eckhart). Per la traduzione italiana dei passi di Eckhart si è tenuto conto della versione antologica, con testo originale a fronte, curata da Giuseppe Faggin, Maestro Eckhart, La nascita eterna, Sansoni, Firenze 1974.

L’uomo e Dio sono simili nell’intelletto, che Eckhart ritiene il vertice, il più alto potere dell’anima per il cui tramite questa prende coscienza di Dio, ma sono del tutto dissimili nella durata dell’intenzione (kratu) e nell’opera (karma), giacché l’uomo è condizionato dal tempo e dalla volontà. Mentre nella mente dell’uomo le idee vivono solo nella durata, anche se questa coincide con l’intera sua vita[1], in Dio le creature hanno necessariamente vita eterna, seppure, per avere vita propria, debbano nascere in un dato momento[2]. Le cause del divenire, rispetto alla causa prima, sono poi caratterizzate dal fatto che «il loro essere nelle cose decade non appena queste attingono, venendo al mondo, una vita propria, così come, non appena la casa è eretta, non ha più bisogno del suo costruttore, anche perché la sua fisicità non dipende soltanto da lui ma dai materiali impiegati che quegli trae dalla natura. Dio, invece, conferendo alla creatura tutta la sua esistenza, qualora la abbandonasse a se stessa, questa perderebbe vita all’istante»[3], «come un quadro che, dipinto su una tela, poi si cancella»[4]; non diversamente «Agostino osserva che, nel costruire la casa, l’architetto mette a frutto la sua arte, e anche se la casa crollasse, non così è dell’arte, che eternamente vive nella sua anima»[5].

Riguardo al «sostegno che Dio offre alle creature per mantenerle in essere»[6], Eckhart ricorre all’analogia della madre (i figli concepiti e procreati riflettono in se stessi entrambe le creazioni di Dio e dell’uomo); e analogamente, come Dio si prende materna cura del suo creato, l’uomo veglia, a sua volta, sulle cose che crea per preservarle nel tempo. L’intera opera creatrice, conservatrice e dissolvitrice dell’uomo è l’analogia temporale del simultaneo intervento creatore, conservatore e dissolutore di Dio (srshti, sthiti, laya). Eppure «colà non esiste alcun agire»[7]; «se, nel suo lavoro, il costruttore fosse perfetto, non dovrebbe ricorrere all’uso di materiali; concepire la casa e costruirla sarebbero tutt’uno»[8], così come avviene «per le opere di Dio che, non appena concepite, esistono»; o ancora: «Colui che costruisce una casa, la edifica dapprima nella mente, e quando la sua volontà l’abbia sufficientemente padroneggiata, a parte l’impiego dei materiali, la sola differenza tra il costruttore e la casa sarà quella che corre tra il concepente e ciò che è istantaneamente concepito… (come) accade in Dio… unica Persona, in cui il promanante (abhisrshti) e il promanato (abhisarga) non sono distinti»[9].

Nell’uomo come in Dio, l’«arte» (intuizione-espressione) è e rimane interamente nell’artista; tuttavia, «non pensare che Dio si comporti come l’artigiano, il quale sceglie a suo arbitrio di fare o non fare. Non così Dio; se tu sei pronto, egli non può agire insufflando su di te, come necessariamente il sole scotta quando l’aria è tersa»[10]. La «disponibilità» è altrimenti espressa nella tensione «insaziabile alla forma»[11] propria della materia; parimenti, Dio «deve agire, volente o nolente»[12], così vuole la sua natura, senza un perché. Questa necessità diventa nell’uomo la cosiddetta gratuità dell’arte: «L’uomo dovrebbe produrre senza motivo, né per Dio né per la sua gloria, né per alcun altro scopo a sé estraneo, ma in nome di ciò che è il suo vero essere spirituale, la sua autentica vita interiore»[13]; «Non dare alla tua opera alcun altro scopo»[14]; «Opera come se nessuno fosse mai esistito o venuto sulla terra»[15]; «Sia ogni felicità a quanti hanno udito questo sermone. E qualora non vi fosse stato alcuno, avrei parlato alla cassetta per i poveri»[16]. «Dio e la sua volontà sono tutt’uno, sicché se sono un uomo e intendo agire in modo del tutto libero da volontà… devo comportarmi in modo che le mie azioni siano estranee alla mia volontà… nel compierle, devo rimettermi alla volontà di Dio»[17]; «Prima di tutto, non avere attaccamento a nulla. Abbandonati, e lascia che Dio agisca per te»[18]. C’è nell’artista un vago «riflesso»[19] del modo di operare di Dio, «spontaneamente ma non con volontà, naturalmente ma non per natura»[20], e ciò accade quando, raggiunta la piena padronanza della sua opera, divenuta una sorta di seconda natura (habitus, shlishtatva), egli non esita ma «procede con sicurezza, senza chiedersi, faccio bene o faccio male? Se il pittore dovesse programmare in anticipo ogni pennellata, non dipingerebbe più»[21]; «l’opera del Cielo è più grande di quella dell’uomo che costruisce una casa»[22].

Espressioni come «ispirato dall’arte»[23], «il più vicino possibile al suo ideale»[24], «creare per creare», suonano a orecchi moderni come riscontri di una teoria dell’arte per l’arte. Ma ci sbagliamo. «Arte» e «ideale», nel senso qui inteso, lungi dall’avere la connotazione sentimentale odierna, stanno a indicare la piena comprensione del tema da parte dell’artista, e dunque la necessità dell’opera (krtartha); lavorare per «il vero intento della causa prima dell’opera»[25] non è lavorare per il gusto di produrre, come implica la concezione moderna dell’arte; «lavorare per lavorare» significa fare in libertà, senza scopo, agilmente[26]. Lavorare conforme alla «idea dilettissima della propria arte»[27], ossia impegnandosi al massimo, è semplicemente onesto, e «per onesto, intendo fare del proprio meglio in questo istante»[28], avendo «buone ragioni di ritenere che nessun altro lavorerebbe altrettanto bene»[29], e adoperandosi per «la perfezione nelle opere temporali»[30]; i «diligenti» sono infatti «coloro che non si lasciano intralciare da nulla nell’opera»[31].


[1] M.E., 238.

[2] M.E., 352; cfr. Pancavisma Brahamana, VI, 9, 18.

[3] M.E., 427.

[4] M.E., 237.

[5] M.E., 129.

[6] M.E., 427; cfr. 261.

[7] M.E., 238.

[8] Ivi.

[9] M.E., 72; II, 290: «Dice il pagano Aristotele: “Se non vi fosse né casa né luogo della casa né materiali per costruirla, vi sarebbe un unico essere, una sola materia la quale, essendo separata, è come un’altra anima». Cfr. S. Th. 23,3: «La struttura di una casa riproduce esternamente il verbo mentale o idea dell’architetto, ma non lo riproduce come forma intelligibile, perché la forma o struttura della casa nella materia non è una realtà intelligibile come lo era invece nella mente dell’architetto».

[10] M.E., 23.

[11] M.E., 18.

[12] M.E., 162.

[13] M.E., 163; cfr. Brhadaranyaka Upanishad IV, 5, 6.

[14] M.E., 149.

[15] M.E., 308.

[16] M.E., 143.

[17] M.E., 308.

[18] Ivi.

[19] M.E., 47.

[20] M.E., 225.

[21] M.E., 141.

[22] M.E., II, 209.

[23] M.E., II, 211.

[24] M.E., 252.

[25] Ivi.

[26] Cfr. Bhagavad Gita, passim.

[27] M.E., 97.

[28] M.E., II, 95.

[29] M.E., II, 90.

[30] M.E., II, 92.

[31] M.E., II, 90.


Autore Ananda Kentish Coomaraswamy
Pubblicazione La trasfigurazione della natura nell’arte
Editore Rusconi (Problemi attuali)
Luogo Milano
Anno 19902
Pagine 79-82

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