La rappresentazione dell’Intelligibile nell’arte bizantina del Medioevo (2)

Esaminiamo il tema dell’eternità come esempio per le interpretazioni iconografiche. Nell’arte della fine dell’Antichità, l’immagine dell’eternità (Αἰών = Aión) rappresenta il ritorno infinito del tempo, conformemente alle dottrine filosofiche e religiose. Il Dio eterno è il Signore che, da sempre e per sempre, assicura questo movimento senza fine, vale a dire circolare. Ecco dunque rappresentati Mitra-Phanes, Zeus e Aión al centro o a lato della ruota del tempo, sulla quale sono inseriti i dodici segni dello Zodiaco. La Aeternitas di un imperatore o di Roma prende a prestito questa stessa iconografia, che si applica anche, talora, ai semplici mortali quando li si immagina, dopo la morte, gioire dell’eternità nell’aldilà.

Altri elementi simbolici arricchiscono le immagini di questo tema: il Sole e la Luna riuniti in un unico simbolo, le quattro stagioni, i dodici mesi, la Fenice.

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La Fenice
dalla Villa costantiniana di Daphne (Antiochia) ora al Musée du Louvre, Paris

Hanno tutti lo stesso significato: l’eternità si realizza nell’infinito succedersi dei necessari ritorni[1].

Si tratta di un’iconografia pagana che risale all’arte ispirata alle religioni astrali e che i cristiani dei primi secoli utilizzano senza variazioni di rilievo. Nelle catacombe o sui sarcofagi le quattro stagioni dell’anno evocano sempre l’eternità dell’oltretomba. La Fenice o il Sole e la Luna accostati fra loro servono a mostrare l’eternità del regno di Cristo[2]. L’Aión personificato, portatore del serpente (le cui spire richiamano il ritorno infinito del tempo) compare nel Salterio di Utrecht per illustrare il salmo 89 «dall’eternità all’eternità, tu sei Dio»[3]. Infine alcuni timpani romanici, ad esempio quello di Vézelay, riprendono il tema dell’eternità di Dio inquadrando l’immagine del Cristo in gloria con la rappresentazione dei segni zodiacali e dei mesi dell’anno[4].

Ma il Cristianesimo, come spesso si è ripetuto, non assume la nozione di eternità «ciclica» fatta di un infinito numero di ritorni. Il tempo non ritorna sui suoi passi, ma progredisce verso un obiettivo preciso: non c’è stata che un’unica incarnazione del Verbo/Lógos che ha fissato per sempre le sorti dell’uomo e del mondo, e ciò che è stato prima non è in alcun modo confrontabile con ciò che è venuto dopo di essa. Non è dunque possibile, da un punto di vista cristiano, né immaginare né raffigurare l’eternità di Dio collocandola al centro dei simboli dell’eterno ritorno delle cose. Anzitutto Dio e il suo regno non sono collocati nel cielo visibile e materiale degli astri, che è soggetto ad un movimento rotatorio regolare[5]. In secondo luogo, se è vero che Dio è all’origine di questo movimento come di tutte le cose, lo slancio che ha conferito al cielo risale al momento della creazione[6] e quindi appartiene ai fenomeni del cosmo creato.

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La creazione del mondo
dall’Ottateuco di Smirne, Smirne, Scuola Evangelica, ms. A 1, c. 2

Scrive Basilio di Cesarea nel IV secolo[7]: «se vuoi conoscere Dio separati dal corpo e dai sensi umani, abbandona la terra, il mare, l’aria, dimentica il trascorrere delle ore e il ritmo regolare del tempo, sali sopra il cielo e gli astri, con tutta la bellezza, la grandezza, l’ordine e lo splendore del riposo e del movimento che regolano i rapporti fra le stelle, attraversa il cielo con lo spirito e, una volta giunto al di sopra di quello, contempla la bellezza che è in quel luogo attraverso il solo spirito: gli eserciti celesti, i cori degli angeli e degli arcangeli […]; [infine], dopo esserti elevato al di sopra di tutto ciò che è creato e aver distolto da esso il tuo spirito, cogli la natura divina, immobile, immutabile, semplice: luce, virtù, grandezza, gloria, bontà, bellezza […]. Ecco il Padre, ecco il Figlio, ecco lo Spirito Santo…»[8].

Questa topografia celeste si ritrova nel trattato di Cosma Indicopleuste, del VI secolo[9]; la evocano anche alcuni poeti, come l’autore di un epigramma del V secolo: «[…] l’asse settemplice tu infine calchi del mondo, sedendo, sopra ineffabili penne d’angeliche schiere, sul trono»[10], cioè sopra la città celeste e sopra gli angeli. Massimo il Confessore, nel VII secolo, sottolinea invece l’assenza di ogni movimento nell’eternità: «l’eternità è il tempo quando si arresta nel suo movimento, e il tempo è l’eternità quando è misurata dal procedere del movimento stesso»[11].


[1] Sull’iconografia dell’eternità alla fine dell’Antichità, cfr. D. Levi, Aion, in «Hesperia», 13, 1944, pp. 269-314.

[2] Per le stagioni cfr. J.A. Wilpert, Le pitture delle catacombe romane, Roma 1903, tavv. 34, 100, 156, 161; O. Wulff, Altchristliche und byzantinische Kunst, I, Berlin 1914, pp. 105-106, fig. 85. Sul tema della Fenice cfr. J.A. Wilpert, Die Römischen Mosaiken und Malereien der Kirchlichen Bauten vom IV bis zum XIII jahrhundert, Freiburg 1917, tav. 102. Per la rappresentazione del Sole e della Luna, cfr. il dittico Barberini del Louvre, l’Evangeliario di Rabula della Biblioteca Laurenziana di Firenze (ms. Plut. I 56, e. 3, Ascensione), gli affreschi absidali delle cappelle funerarie del complesso monastico di Bāwīt (Egitto).

[3] E.T. De Wald, The illustration of the Utrecht Psalter, Princeton 1933, tav. LXXXIII (c. 53); D. Levi, Aion, cit., n. 2, fig. 8 e relativo commento.

[4] Cfr. E. Mâle, L’Art religieux du XIIe siecle en France, Paris 1922, fig. 190.

[5] Cfr. per esempio l’illustrazione di un’omelia di Giacomo Monaco (ms. Vat. gr. 1162, c. 119 v). Cfr. al proposito C. Stornajolo, Miniature delle Omilie di Giacomo Monaco (Cod. Vatic. gr. 1162) e dell’Evangeliario greco urbinate (Cod. Vatic. urbin. gr. 2) con breve prefazione e sommaria descrizione, Roma 1910, tav. 52; per l’Occidente cfr. il Salterio di Utrecht, salmo 147, c. 82v.

[6] Soltanto il «tempo di questo secolo», stabilito da Dio, ritorna con moto circolare. Tale movimento rotatorio costituisce la particolarità del tempo terrestre: cfr. Basilio di Cesarea, Homilia II in Hexaemeron, in PG XXIX, 49.

[7] Basilio di Cesarea, De Fide, in PG, ΧΧΧΙ, 465.

[8] Questo testo mi fa pensare alla mirabile rappresentazione di un monaco in contemplazione nel codice vaticano dell’XI secolo contenente le opere di Giovanni Climaco (ms. Vat. gr. 394). Sulle illustrazioni di questo codice, cfr. le indicazioni di R. Morey, East Christian Paintings in the Freer Collection, New York 1914, pp. 3ss., figg. 1-2.

[9] Cosma Indicopleuste, Topographia Christiana, in PG, LXXXVIII, 56. Cfr. anche W. Wolska-Conus, Topographie chrétienne, I, Paris 1968, p. 256.

[10] Cfr. Anthologie greque. Première partie. Anthologie palatine, texte établi et traduit par P. Waltz, 1, Paris 1938, n. 19, p. 21; [per la traduzione italiana si faccia riferimento al più recente Antologia Palatina, a cura di F.M. Pontani, I, Torino 1978, n. 20, p. 19].

[11] Massimo il Confessore, Ambiguorum Liber, in PG, XCI, 1164.


Autore André Grabar
Pubblicazione Le origini dell’estetica medievale
Editore Jaca Book (Di Fronte e Attraverso, 551)
Luogo Milano
Anno 2001
Pagine 87-94
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