Analogia e ordine cosmico in Plotino

Il retaggio platonico e le riflessioni aristoteliche sulla natura del rapporto proporzionale costituiscono entrambi importanti fonti per la dottrina dell’analogia in Plotino[1].

La nozione di relazione analogica viene impiegata nella terza Enneade discutendo del problema della provvidenza e dei vaticini[2].

Per spiegare come sia possibile, per l’indovino, cogliere attraverso i movimenti celesti le proprietà di ogni essere prima che esse si manifestino concretamente, Plotino deve spiegare quali sia il legame che congiunge le ipostasi inferiori e quelle superiori. Il rapporto che unisce fenomeni terrestri e mondo celeste è individuato nell’analogia.

Tale nozione viene impiegata da Plotino, innanzitutto, come sinonimo di “somiglianza” e “affinità”: i livelli henologici più bassi dell’universo sono simili a quelli superiori.

L’universo si presenta così come un Tutto omogeneo e organico nel quale la differenza tra materiale e immateriale appare ridotta in ragione di una sorta di continuità. Plotino, così, per illustrare il meccanismo di processione delle realtà molteplici dall’Uno sostituisce il legame di somiglianza al nesso di tipo causale, nel quale il susseguente dipende dall’antecedente, introducendo il parallelo tra i diversi livelli e ipostasi del cosmo e le parti di un unico animale.

Analizzando la natura di questa similitudine, Plotino descrive l’analogia in termini aristotelici; l’analogia, infatti, è definita, nel medesimo passo delle Enneadi, come identità tra rapporti a quattro grandezze secondo il modello della proporzione discontinua. Gli esempi plotiniani sono eloquenti: un occhio sta all’altro come un piede sta all’altro piede, oppure la virtù sta alla giustizia come il vizio all’ingiustizia.

Sebbene Plotino non fornisca maggiori indicazioni, gli esempi portati per illustrare la nozione di analogia suggeriscono di fondare la similitudine trans-ipostatica che collega mondo celeste e mondo terrestre sull’idea dell’invarianza dei rapporti. L’analogia, quindi, asserisce che determinazioni appartenenti a ipostasi differenti si organizzano in rapporti tra loro identici.

La nozione di analogia quale strumento concettuale per spiegare il rapporto tra differenti ipostasi del reale e in particolare tra intelligibile e sensibile viene impiegata anche all’inizio della sesta Enneade. La questione che viene discussa in queste pagine è l’articolazione e la natura dell’Essere (οὐσια) nel mondo sensibile nei suoi rapporti con l’Essenza in sé della dimensione intelligibile[3]. Il problema messo a tema in queste pagine è, quindi, chiaramente quello della relazione tra paradigma immateriale ed effetto sensibile; posta la dipendenza della realtà fisico-concreta dall’essere del Nous, Plotino verifica le corrispondenze e le difformità tra l’Essere materiale e l’Essere intelligibile cercando di definire la struttura in grado di garantire la continuità tra differenti livelli ipostatici del cosmo.

Tale relazione è definita da Plotino come analogica. Ἀναλογία sta a significare, in questo caso, una somiglianza tra termini differenti alla quale si accompagna sempre anche una certa difformità; le realtà sensibili non sono del tutto simili agli enti intelligibili in quanto tra i due termini sussiste uno iato, il quale però non annulla la residuale affinità riscontrabile tra inferiore e superiore.

Il valore che Plotino attribuisce in questo caso al termine “analogia” è prossimo al significato che alla medesima espressione viene dato da Aristotele nella discussione sulla nozione di Bene elaborata all’interno dell’Etica Nicomachea. Plotino, infatti, associa al termine ἀναλογία le nozioni di omonimia e sinonimia (come faceva Aristotele occupandosi del bene e definendolo coestensivo all’essere). Attraverso il ricorso alla categoria di “analogia” Plotino, quindi, vuole indicare il carattere ambivalente dell’essere sensibile, non del tutto omonimico né sinonimico rispetto al vero Essere, proprio della dimensione del Nous.

Plotino afferma, quindi, che l’Essere sensibile è, per certi versi, semplicemente omonimo rispetto all’Essenza intelligibile, ovvero che tra i due termini vi è identità nel nome, ma diversità per quanto riguarda la loro autentica natura individuata dal discorso definitorio, intendendo così ribadire la differenza radicale che intercorre tra materiale e immateriale (la qualifica di “essere” che si predica dell’esistenza delle realtà fisiche è del tutto differente dall’ “essere” degli enti intelligibili).

Plotino, d’altra parte, mediante la nozione di “analogia”, asserisce che tra inferiore e superiore esiste una sorta di continuità: tra l’Essere sensibile e quello intelligibile si può rinvenire una somiglianza, un elemento comune che consente di avvicinare l’uno all’altro.

Plotino associa poi al concetto di analogia l’immagine (εἰκών). In questo modo non solo viene asserita la natura “iconica” degli enti sensibili, ma si precisa con grande chiarezza la natura dell’εἰκών stessa. L’εἰκών, infatti, deve essere intesa come una realtà materiale, che si trova in rapporto con il mondo noetico e i modelli ideali in esso contenuti, in ragione di un legame analogico attraverso il quale l’immagine è al tempo stesso sempre affine e difforme dal proprio paradigma. La condizione “iconica”, propria della dimensione sensibile, deve essere interpretata così come riflesso che riproduce in modo impreciso e in parte distorto la realtà dalla quale dipende, al pari della natura analogica dell’ente fisico, in parte omonima e in parte sinonima rispetto all’essere noetico.

Plotino così fa dell’analogia uno dei meccanismi che regolano e fondano l’intero ordine cosmico: attraverso tale categoria, infatti, egli spiega il rapporto tra le diverse ipostasi del Tutto, sviluppando l’intuizione platonica del Timeo (al quale esplicitamente Plotino si richiama nel terzo trattato della terza Enneade). Ogni livello della catena onto-henologica mantiene una relazione di somiglianza con i livelli superiori; tale relazione è definita nei termini del discorso proporzionale che istituisce una similitudine sempre parziale tra i termini della proporzione stessa. Ciascun elemento degli ordini henologici più bassi costituisce così un’immagine che, precisa Plotino, agisce come un segno che rimanda alla sostanza superiore della quale è riflesso.

La dottrina dell’analogia sviluppata in queste pagine delle Enneadi, tuttavia, mostra chiaramente il suo debito rispetto alla dottrina aristotelica sulla proporzione e le sue applicazioni filosofiche. Aristotele, come visto, definisce l’analogia quale dispositivo che permette di cogliere, al di sotto di una difformità puramente superficiale, l’identità di due rapporti tra coppie di determinazioni; tale identità permette di individuare la somiglianza tra i termini proporzionali, cogliendo il genere comune mediante l’attributo condiviso. Anche l’analogia tra mondo celeste e dimensione terrestre di cui parla Plotino si struttura come uguaglianza tra coppie di rapporti che fonda la similitudine tra primo estremo e secondo medio della proporzione (A e C nella formula A : B = C : D).

La similitudine che in questo modo si produce non sarà, quindi, identità assoluta dei termini proporzionali; la sostituibilità di A e C è, infatti, resa possibile unicamente dall’identità (questa sì assoluta) del rapporto che congiunge A con B e C con D. L’identificazione di A e C è, quindi, relativa unicamente al loro rapporto, rispettivamente, con il primo medio e il secondo estremo della proporzione.


[1] Per il ruolo della dottrina peripatetica nella trattazione plotiniana del tema dell’analogia e per l’importanza della stessa nozione di analogia nell’economia dell’intero pensiero di Plotino, cfr. R. Chiaradonna, Sostanza, Movimento, Analogia. Plotino critico di Aristotele, Napoli, Bibliopolis 2002.

[2] Cfr. Enneadi III, 3, 6.

[3] Cfr. Enneadi VI, 3, 1.


Autore Francesco Paparella
Pubblicazione Le teorie neoplatoniche del simbolo. Il caso di Giovanni Eriugena
Editore Vita e Pensiero (Temi metafisici e problemi del pensiero antico. Studi e testi, 111)
Luogo Milano
Anno 2008
Pagine 43-46
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