La geometria amministrativa del regime tetrarchico (2)

Nel discorso di Mamertino in onore di Massimiano, per il suo «compleanno» del 291 d.C, troviamo formulata per la prima volta questa concezione dell’ideale similarità degli Imperatori. Sul pinnacolo dell’Impero Romano si ergeva un dio gemino, un numen geminatum; la similarità degli Imperatori è resa evidente in tutto il loro essere, nell’aspetto fisico, perfino nell’età. «Gli dei immortali non possono dividere tra di Voi i loro favori; ciò che è dato a uno di Voi appartiene ad entrambi». I ritratti sulle monete proclamano con pari energia la similitudo degli Imperatori; questa assimilazione arriva al punto che il ritratto di un Imperatore può essere utilizzato per un altro e così essere tenuto valido sotto i quattro diversi nomi dei sovrani. Gli Imperatori sono ritratti anche nella scultura monumentale, ad esempio nei noti gruppi in porfido di Venezia e del Vaticano.

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Tutti e quattro sono rappresentati in altorilievo, quasi una scultura a tutto tondo che sporge da colonne di porfido, e sono disposti a coppie. Ogni coppia ha uguale altezza, porta gli stessi abiti ed armi, ha le medesime decorazioni e insegne, presenta identica posa e gesto, e le figure sono allacciate a due a due nello stesso abbraccio intenzionale: è l’immagine della loro concordia. La perfetta similitudo investe anche il tipo fisionomico, i tratti del viso e soprattutto le espressioni — lo si vede nel modo più chiaro nei gruppi Vaticani, dove ogni coppia costituisce un duplicato più o meno meccanico di un’unica figura. Ancora nel citato monumento tetrarchico del Foro romano e nel gruppo di tetrarchi che si vede in un rilievo dell’Arco di Galerio a Tessalonica, la similitudo degli Imperatori si sviluppa nel tipo delle figure, negli abiti, nell’atteggiamento e nell’aspetto complessivo.

La similitudo che rinveniamo nei ritratti di Imperatori tracciati dai panegiristi, sulle monete e nella scultura monumentale, ha una sua spiegazione, che apre uno spiraglio importante sulla impostazione teocratica del Dominato. La chiave per comprendere tale similitudo sta nel fatto, apparentemente irrilevante, che entrambi gli «Augusti» celebrano il loro genetliaco lo stesso giorno: questo genetliaco, gemini natales, non fa in realtà riferimento alla personale data di nascita, ma al loro comune genetliaco divino, calcolato a partire dal giorno del 287 in cui i due «Augusti» adottarono gli attributi di Jovius e Herculius, dai nomi dei loro padri Giove ed Ercole. Su questa comune origine si fonda la similitudo. Un identico tipo di Imperatore con origine divina sostituisce l’individualità personale, esattamente come il genetliaco divino sostituisce l’effettivo dies natalis. La similitudo nelle raffigurazioni degli imperatori è quindi della stessa natura che si riscontra nelle raffigurazioni dei santi: un «tipo sacro», typos ieros ispira tutte le caratteristiche individuali. È a questo manifestarsi in essi del divino, e non alla loro particolare personalità che è rivolto l’occhio della Tarda Antichità: si cerca l’eterno Imperatore-dio ed è indubbio che nell’immagine di Diocleziano questo aspetto fosse egemone. La personalità individuale è soppiantata dal tipo. La stessa concordia, fondamento del regime tetrarchico, si costruisce su questa similitudo degli imperatori: hac ipso, vestri similitudine magis magisque concordes (per questa stessa somiglianza tra di voi più e più concordi).

La concordia degli Imperatori si esprimeva nella mutua e totale uguaglianza dei due «Augusti» e dei due «Cesari». Nel cerimoniale di corte i due «Augusti» figuravano come divini gemelli, uno accanto all’altro, per cui i sudditi in adorazione dovevano abbandonare la forma tradizionale di culto rivolto al singolo Imperatore-dio; al suo posto fu elaborato un nuovo rituale di culto con doppia adorazione (duplicatum pietatis officium). Nelle pubbliche cerimonie gli Imperatori apparivano sempre insieme, nelle discussioni si stringevano la mano, viaggiavano sullo stesso cocchio e la gente gridava di gioia quando passavano, se li indicava ed esclamava: «Vides Diocletianum? Maximianum vides? Ambo sunt, pariter sunt. Quam iunctim sedent! Quam concorditer colloquuntur». («Vedi Diocleziano? E Massimiano? Ci sono entrambi, sono alla pari. Come siedono uniti! Come parlano concordi»). Oltreché nella similitudo, anche nella concordia si rivelava una più alta stabilità e regolarità, un ordine divino. «Quale secolo mai ha visto una tale concordia al sommo del potere? Quali fratelli, quali gemelli rispettano i loro reciproci ed uguali diritti sulla proprietà indivisa come Voi rispettate il Vostro uguale diritto sull’Impero Romano? Da tutto ciò traspare che, anche se altre anime umane sono terrestri e transeunti, le Vostre sono celesti ed eterne (caelestes et sempiternes)». È quindi il Cielo che si palesa nella reciproca similitudo et concordia degli Imperatori, nella globale imperturbabile simmetria dell’Impero tetrarchico. La stessa suddivisione dell’Impero in quattro parti viene fatta discendere dal Cielo. In questo divino numero risiedono la più alta forza e la più grande gioia (isto numinis vestro numero summa omnia nituntur et gaudent). Il panegirista, che rivolge queste parole a Costanzo Cloro, esalta l’ancorarsi dell’intero universo al numero cosmico quattro: ci sono quattro elementi, quattro stagioni, quattro angoli della terra, quattro cavalli alla quadriga del sole, quattro luci celesti, ecc..

La descrizione dell’«avvento» di Diocleziano e Massimiano in Italia e del loro incontro a Milano nell’inverno del 290-91, dà un’idea delle concezioni connesse con gli Imperatori in quanto dei praesentes. L’inverno si trasforma in primavera; l’avvicinarsi degli Imperatori fa brillare i picchi delle Alpi, tutta l’Italia splende in una luce più chiara; non solo gli uomini ma anche branchi di animali, lasciate le loro foreste e i loro lontani pascoli, si affollano lungo la via che gli Imperatori percorrono. L’intera popolazione è in festa, le fiamme ornano gli altari, vino e animali sono sacrificati, la fragranza dell’incenso si diffonde dalle are; ovunque la gente si rallegra, ovunque balla ed applaude. «Inni di lode e ringraziamento agli dei immortali venivano cantati, Giove era invocato da vicino, non come appariva nella concezione corrente ma quale essere visibile e fisicamente presente (conspicuus et praesens jupiter); Ercole era venerato non come figura lontana ma nella stessa persona dell’Imperatore». L’impero divino permea la natura e gli elementi. «Ovunque Voi siate, anche se ritirati in un unico e medesimo Palazzo, la Vostra divinità è presente in ogni luogo, l’intera terra e tutti i mari sono pieni di Voi».

Gli Imperatori sono quindi divinità librate sopra l’Impero che governano. «La vostra anima immortale è più grande di ogni potere, di ogni fortuna, certo anche dell’Impero» — ipso est maior imperio. Il loro potere è assoluto, il loro diritto a dar forma al mondo, a sciogliere e legare l’umanità, illimitato. Non dipendendo dal Senato e dall’esercito, Jovius Diocletianus può creare lui stesso gli Imperatori, cioè designare i suoi colleghi sul trono e i suoi successori, i quali — creati da lui — sono anch’essi dei. Gli Imperatori, come è detto in un’iscrizione, sono «nati da Dio ed essi medesimi creatori di dei». In realtà è Giove stesso, il summus pater di tutti gli Imperatori, che è presente all’investitura e adotta come figlio il nuovo «Augusto» o il nuovo «Cesare». I titoli di Jovius e Herculius attribuiti ai «Cesari» del 293 e del 305 il giorno della loro designazione sancivano la scelta: era stato Giove stesso a scegliere.

Lo Stato tetrarchico posava così, saldamente e immutabilmente, sull’ordine eterno del mondo. Nell’opera di ordinamento e governo dello Stato, nelle riforme finanziarie, nelle misure per la stabilità economica e sociale, nella guerra e nella pace, nella politica culturale e religiosa, dovunque, l’entità Giove-Impero di Diocleziano era presente come la forza strutturante. Le riforme realizzate in ogni settore della vita introdussero un unico ordine voluto dagli dei. In quanto Jovii e Herculei gli Imperatori appartenevano a un mondo superiore. La grande regolarità e legalità di questo mondo più alto ed eterno, attraverso l’opera riformatrice di Diocleziano si calava ora nella nostra realtà temporale, e la confusa moltitudine delle ostinate e indisciplinate forme naturali veniva inquadrata e disposta secondo le linee rigorose di un ordine e una simmetria trascendenti.


IV Secolo: Diocleziano

A tre miglia da Nicomedia sorge la collina dove Galerio aveva ricevuto la porpora. Sulla sua cima si ergeva una colonna che reggeva una statua di Giove. La processione si fermò in quel luogo, mentre una moltitudine di soldati circondava la collina.
Con le lacrime agli occhi, Diocleziano si rivolse ai soldati, dicendo loro che era infermo a causa di molti anni di incessante lavoro e aveva meritato il giusto riposo. Perciò avrebbe ceduto la guida dell’Impero in mani più giovani e vigorose, mentre allo stesso tempo sarebbero stati nominati nuovi cesari […]
Diocleziano si tolse il purpureo manto, lo mise indosso a Daza e riprese il nome originale di Diocle. Quindi scese dalla tribuna e attraversò su un carro Nicomedia.
L’anziano imperatore, come un veterano finalmente esonerato dal servizio militare, si ritirò nella sua terra d’origine.

Lactantius, Mortibus persecutorum, 19


Autore Hans Peter L’Orange
Pubblicazione Forme artistiche e vita civile dell’impero romano dal III al VI secolo
Editore Jaca Book (Le Grandi Stagioni)
Luogo Milano
Anno 1999
Pagine 91-93
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