La geometria amministrativa del regime tetrarchico (1)

Nel corso del secolo III d.C, il secolo degli imperatori-soldati, era divenuta prassi accettata che fossero gli eserciti a proclamare gli imperatori; il Senato con la sua investitura poteva solo sanzionare il fatto compiuto. Nell’Impero diviso non bastava tuttavia che l’esercito di una sola provincia sostenesse la nomina di un imperatore, come, dopo la morte di Numeriano, avevano fatto gli eserciti d’Oriente proclamando Diocleziano. Dopo l’uccisione dell’imperatore Carino, padre di Numeriano, Diocleziano divenne anche comandante degli eserciti d’Occidente e assunse la legittima posizione di sovrano universale dell’Impero Romano (285 d.C). Ci saremmo a questo punto aspettati che l’Imperatore si sdebitasse con una dichiarazione di lealtà all’esercito imperiale; invece il primo gesto di Diocleziano al potere fu un’affermazione della sua sovranità. Tutte le zecche dell’Impero coniarono monete che non recavano le consuete scritte fi des militum o concordia militum, ma la dicitura Jupiter conservator augusti, con la quale si invocava per l’Imperatore la divina protezione che ne consacrava la supremazia. Nei suoi rapporti col Senato egli si comportò da sovrano assoluto non meno che con l’esercito; per quanto si può giudicare dal materiale numismatico, non deve aver ritenuto necessario recarsi a Roma per ricevere l’investitura dal Senato; agli inizi del 286 era a Nicomedia in Asia Minore, sua residenza stabile.

Con senso della sovranità davvero divino Diocleziano ora procedeva a costruire il sistema di governo che avrebbe assicurato l’integrità dell’Impero. Le singole parti di questo nuovo sistema nacquero in origine, secondo il Seston, come misure di sicurezza necessarie in una determinata situazione storica e solo gradualmente si svilupparono in una costruzione razionale unitaria. Così quando, nel 285-86, Diocleziano associò al potere Massimiano e lo adottò come filius Augusti col titolo di nobilissimus Caesar, lo fece essenzialmente per assicurarsi un leale ed efficiente alleato nelle province occidentali; mentre egli vegliava su quelle orientali Massimiano avrebbe garantito il confine occidentale contro la continua minaccia di sconfinamenti delle tribù franche, germaniche e di altre genti, e nello stesso tempo avrebbe messo fine alla rivolta contadina in Gallia, la rivolta dei Bagaudi. Quando nel 286 il protetto di Diocleziano, Carausio, usurpò il potere legittimo in Britannia proclamandosi imperatore, Massimiano non poteva avere un rango inferiore all’usurpatore, auto-elettosi «Augusto», che si accingeva a combattere; perciò fu chiamato a partecipare al governo dell’Impero e nominato «Augusto». Attraverso la diarchia — con un «Augusto» in Oriente e uno in Occidente — ebbe inizio quel processo di divisione che portò all’ordinamento statale «simmetrico» della tetrarchia, con quattro imperatori in trono.

La spedizione di Massimiano contro Carausio fallì e l’unità dell’Impero corse un grave pericolo; la reazione di Diocleziano fu allora la stessa che nel 285-86: nel 293 elevò Costanzo Cloro al rango di «Cesare» al fianco di Massimiano. Egli avrebbe continuato la guerra contro l’usurpatore in Britannia, mentre Massimiano avrebbe difeso il confine del Reno; e quando, un po’ più tardi, Diocleziano si affiancò Galerio facendolo «Cesare», ancora una volta la decisione avvenne sotto la spinta della situazione storica. Come già in Occidente, ora anche in Oriente si affacciava una minaccia: nel 290-93 l’Impero Sassanide aveva tentato di riprendere a Roma i territori persiani. Galerio divenne «Cesare» nel 293, tre mesi dopo Costanzo.

La Tetrarchia era in tal modo insediata. Tutto l’Impero era governato secondo un sistema costituzionale che lo garantiva da attacchi dall’esterno e preveniva usurpazioni all’interno. C’erano un «Augusto» in Oriente, e uno in Occidente, e ognuno di essi era affiancato da un «Cesare». Alla morte di un «Augusto» il «Cesare» ne prendeva immediatamente il posto; l’Impero si trovava così difeso contro ogni aggressione, da qualunque parte provenisse e contro qualunque punto dello Stato fosse diretta. Si pensò poi a tutelare all’interno l’Impero legittimo, contro l’uccisione dell’imperatore e l’usurpazione del potere. Il principio fondamentale dell’intera costruzione fu trovato nella concordia imperiale, di continuo proclamata, sulla quale si basava la delega del potere, l’equilibrio, l’imperturbabile, sovrapersonale simmetria della Tetrarchia.

Strettamente connessa col nuovo sistema di governo fu una forma di successione che è certamente unica nella storia delle monarchie e, nello stesso tempo, assolutamente caratteristica della struttura simmetrica della Tetrarchia. Al termine di un dato periodo di regno, che forse si può computare in venti anni, ad entrambi gli «Augusti» si chiedeva di abdicare, nello stesso giorno, e simultaneamente entrambi i «Cesari» erano promossi «Augusti», mentre venivano creati due nuovi «Cesari» che li affiancassero. Ad impedire indebite influenze sulla nuova Tetrarchia da parte dei seniores Augusti che avevano abdicato, si pretendeva che costoro si allontanassero dalle residenze imperiali, ritirandosi in palazzi appartati nelle province. Nemmeno i meccanismi predisposti per la successione, benché perfettamente rispondenti al sistema di governo dello Stato tetrarchico, furono tuttavia frutto di una visione sistematica. Erano nati e si erano sviluppati dalla situazione storica, al fine di evitare usurpazioni del potere e rivalità per il trono: come una necessità, portata dalla vita stessa.

In forza di ciò la durata del regno degli imperatori, la loro successione e abdicazione, i loro giubilei ecc., avvenivano secondo una cadenza regolare, o almeno organizzati in modo che accadesse quanto previsto dal sistema. I dati biografici del regno degli imperatori venivano forzati in modo che rispondessero a una successione spersonalizzata, ritmica. Così ad esempio, passato qualche anno, l’anniversario dell’ascesa al trono dei due «Cesari», il loro dies imperii, veniva celebrato lo stesso giorno e parimenti il luogo della loro investitura — anche in contrasto con la realtà storica — diventava lo stesso per entrambi. Il dies imperii di uno degli Imperatori, il luogo della sua investitura, l’anniversario del suo giubileo e l’anno della sua abdicazione vengono assunti anche dall’altro, così come il ritratto di un Imperatore prende il posto di quello dell’altro sulle monete. Quando ad esempio Diocleziano, nel novembre del 303, celebrò i suoi vicennalia nell’antica capitale dell’Impero, anche Massimiano fu festeggiato nello stesso giorno, e contemporaneamente i due «Cesari» celebrarono i loro decennalia. L’evento fu ricordato con un monumento eretto dietro i Rostro, nel Foro romano, che è possibile ricostruire sulla base dei frammenti rinvenuti e di una raffigurazione presente in un rilievo dell’Arco di Costantino. Era costituito da cinque grosse colonne sormontate da statue: al centro stava Giove e, raggruppati simmetricamente intorno a lui, i quattro Imperatori, tutti appartenenti ad un identico tipo.

Un sistema di «doppio principato» si era avuto anche in epoca precedente, ad esempio con il governo collegiale di Marco Aurelio e Lucio Vero, ma solo nella Tetrarchia maturò la concezione del doppio Impero, ove i due «Augusti» apparivano perfettamente simili ed uguali, fatti, per così dire, con lo stesso stampo.

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Venezia, Piazzetta di San Marco, Gruppo in porfido dei Tetrarchi


Autore Hans Peter L’Orange
Pubblicazione Forme artistiche e vita civile dell’impero romano dal III al VI secolo
Editore Jaca Book (Le Grandi Stagioni)
Luogo Milano
Anno 1999
Pagine 56; 90-91
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