Il Timeo: matematica platonica e pitagorica

Il Timeo è il dialogo filosofico della tarda maturità di Platone che racconta “con verosimiglianza” l’organizzazione razionale dell’universo fisico attraverso un grandioso mito cosmologico. Fu l’unica opera del filosofo ateniese conosciuta nel Medioevo, anche se in traduzione parziale e attraverso la mediazione del commento di Calcidio. Il Timeo fu considerato il testo fondamentale di accesso alla filosofia platonica, poiché delineava in forma di trattato – pur se nella sostanza resta un dialogo – la teologia, l’etica, la gnoseologia e la filosofia naturale del grande pensatore. La sua riscoperta si colloca a partire dal I secolo a.C. e le manifestazioni più importanti di tale interesse furono la parziale traduzione del testo curata da Cicerone e la fervente opera esegetica di molti autorevoli rappresentanti del medioplatonismo, come Apuleio e Plutarco (I d.C), e della scuola peripatetica aristotelica. Inoltre, anche matematici e scienziati del calibro di Teone di Smirne (I-II sec. d.C.) e Nicomaco nutrirono un profondo interesse per il Timeo, che poneva fondamentali problematiche scientifiche, matematiche e musicali (o, per meglio dire, armoniche). Anche nel Commentum in Somnium Scipionis di Macrobio si trovano ampi riferimenti al Timeo, mediati attraverso il commento di Porfirio a quest’opera, e anche attraverso questo canale il pensiero platonico fu conosciuto alla latinità medievale.

Nel Timeo, il pitagorico Timeo di Locri offre un “racconto” di come il Demiurgo, la somma divinità artefice, creò il mondo, il suo ordine, il tempo, il movimento e tutte le creature a partire dall’eternità delle idee e dal caos della materia primordiale. La sezione di testo (capp. VII e VIII) che qui interessa mettere in evidenza concerne il racconto della creazione dell’anima del mondo, che il Demiurgo plasma secondo rapporti matematici proporzionali, tali da rendere l’anima stessa, e il mondo da essa animato attraverso il movimento, il più perfetto animale (VII, 33a). Platone propone qui un’interpretazione originale della nozione pitagorica degli enti matematici che ebbe una profonda influenza nella tradizione platonica successiva. È bene tener presente questa fondamentale distinzione fra la dottrina del numero nel primo pitagorismo e nel platonismo in quanto la trattazione matematica della musica trasmessa al Medioevo, soprattutto quella di Boezio, pur appoggiandosi al nome autorevole di Pitagora, si inquadra in realtà nella vasta corrente del platonismo.

Per il pitagorismo delle origini il numero è l’essenza del reale, poiché ne costituisce la natura fondante. Anche se sono pensabili in sé, astratti dalla materialità, i numeri “sussistono” nel sensibile. L’indagine matematica consente dunque di risolvere il problema della physis, cioè della natura e origine degli enti corporei. Per Platone, invece, la realtà degli enti matematici non è intrinseca alla realtà sensibile: il mondo sensibile non è “composto” di numeri, il punto fisico non corrisponde a quello geometrico, come per i pitagorici, ma il cosmo nella sua interezza è ordinato e misurato attraverso il numero, che come afferma il Timeo è il modello al quale guarda il Demiurgo nella costruzione dell’universo. Il numero è quindi una realtà indipendente e autonoma dal punto di vista ontologico, ma intermedia fra intelligibile e sensibile: è infatti mediatore fra i due ordini di essere, quello sensibile (il mondo naturale) e quello intelligibile (l’idea o “cosa in sé” che costituisce la vera essenza di ogni sensibile). Il concetto di numero che i medievali ereditano è saldamente ispirato all’idea platonica di “mediatore”, “connettore” e “legame” espressa dal Timeo. Le matematiche, scienze del numero, rivestono perciò un’importanza enorme nella filosofia platonica. In particolare, esse servono a passare dal piano delle apparenze sensibili, soggette a mutabilità e al divenire, al piano delle certezze scientifiche. Nella Repubblica, libro VII, Platone esamina le quattro discipline matematiche fondamentali: l’aritmetica, che verte sul calcolo astratto, la geometria, scienza degli enti immutabili, l’astronomia, scienza del movimento perfetto e immutabile, la musica, scienza dell’armonia. Queste discipline devono essere praticate da ogni aspirante filosofo; esse infatti lo preparano alla scienza suprema che Platone chiama “dialettica”, la scienza dell’“essere in sé” o idea. Le idee sono:

  1. realtà indipendenti conoscibili dall’uomo
  2. criterio di giudizio che l’uomo usa per valutare le cose naturali
  3. cause delle cose particolari.

Le scienze matematiche sono quindi strade di accesso alla dialettica, o filosofia, in quanto il loro oggetto, cioè il numero, è stabile, vero e intelligibile, come lo sono le idee. D’altra parte, le matematiche sono anche l’unica strada per una conoscenza del mondo sensibile, il quale partecipa del numero e della misura: tutto ciò che nel divenire naturale può essere misurato e matematicamente determinato diviene dunque un campo di applicazione delle matematiche, e così assurge a conoscenza scientifica. La conoscenza della natura, però, non è mai convertibile in toto in scienza matematica, proprio perché la realtà è soggetta a un continuo trasformarsi. Ecco allora che il Timeo, dedicato all’indagine sul cosmo naturale, sottolinea che del mondo sensibile si potrà avere solo conoscenza verosimile, e non vera, cioè scientifica (29C-d).


Autore Cecilia Panti
Pubblicazione Filosofia della Musica. Tarda Antichità e Medioevo
Editore Carocci (Studi Superiori, 541 – Il Pensiero Musicale)
Luogo Roma
Anno 2008
Pagine 19-21
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