La critica d’arte e la cultura medioevale (1)

Lo studioso che voglia ricostruire la critica d’arte del Medioevo[1] si trova di fronte all’enigma di una produzione artistica numerosa e variatissima, il cui livello qualitativo raggiunge talora altezze non seconde rispetto a quelle dell’antica Grecia o del Rinascimento italiano, che però non è accompagnata da una attività meritevole di essere chiamata critica d’arte nel senso moderno: giudizio motivato sulle opere singole e sulle personalità degli artisti. Bisogna arrivare al tardo Trecento toscano per trovare qualche rudimentale manifestazione di critica artistica : si tratta però di testi situati al limite estremo della cultura medioevale propriamente detta; la consapevolezza, che in essi comincia a trasparire, del fare artistico come attività personale e differenziata è qualcosa che nel Medioevo vero e proprio incontriamo solo episodicamente: le rare anticipazioni teoriche inserendosi in contesti che ne limitano la portata, senza che ad esse si accompagni alcun esercizio di esplicita valutazione critica.

La continuità ininterrotta della produzione artistica medioevale, la varietà delle sue manifestazioni, il diffondersi degli indirizzi artistici secondo il favore o l’ostilità con cui essi erano accolti nei diversi ambienti geografici, sociali, culturali, sono però argomenti che ci trattengono dal sentenziare, nonostante ogni scarsità e rozzezza di documenti scritti, una assenza di interesse critico del pubblico in generale, e della cultura in modo speciale, nei confronti dell’arte. Ci si chiede, a questo punto, se per avventura la critica d’arte non si manifestasse, nel Medioevo, in maniera diversa da quella a noi familiare: e per rispondere a questa domanda bisogna cominciare col guardare da vicino quale concezione la cultura e il pubblico del Medioevo avessero di quella produzione artistica che la loro critica, comunque esplicata, giudicava. Il primo passo da compiere nella nostra indagine consiste dunque nella determinazione del soggetto del giudizio critico-artistico nella cultura medioevale. Solo quando avremo riconosciuto il soggetto potremo passare alla ricognizione del predicato, e ricostruire l’intero processo giudicativo.

Soggetto del giudizio critico-artistico è, per noi, l’opera d’arte in quanto espressione personale; predicato, la qualità soggettiva di tale espressione. Questa maniera di giudicare è quasi del tutto estranea alla cultura del Medioevo, e i rari accenni che possiamo trovarne presso autori dell’epoca merovingia, come Venanzio Fortunato, o presso poeti carolini, come Teodulfo d’Orléans, vanno accreditati più ad una remota eredità di atteggiamenti propri al mondo antico che non alla mentalità dell’epoca cui quegli autori appartenevano: tanto è vero che valutazioni di questo genere sono difficilmente reperibili nella più matura cultura medioevale, quella del Medioevo romanico e gotico. Bisogna arrivare fino al «Purgatorio» di Dante (ad un momento, cioè, in cui nuovi motivi e nuove concezioni si fanno strada all’interno della stessa cultura medioevale) per trovare qualche esempio di critica come valutazione di personalità esprimentesi nell’opera. Le stesse iscrizioni e cronache dei comuni italiani con elogi tributati alla perizia dell’artefice sono importanti come testimonianze di una considerazione sociale dell’artista, diversa da quella che riservava ai committenti il merito dell’opera e l’onore di legare a questa la propria firma; ma non ci autorizzano ad estenderne la portata oltre i limiti di un apprezzamento tecnico, quale avrebbe potuto essere tributato ad un sarto o ad un carradore, oltre che all’architetto o allo scultore.

Ogni tentativo di esplorare ancora una volta la letteratura artistica medioevale per cercare in essa le primizie di una maniera di giudicare che maturerà nell’età moderna è dunque destinato a concludersi in quella constatazione di assenza (al più confortata da episodici presentimenti) che l’intensa vitalità artistica di quei secoli ci obbliga, come abbiamo visto, a mettere in dubbio. Se vogliamo che la nostra ricerca approdi a un qualche risultato, ed aiuti a conoscere meglio un aspetto di tale vitalità che per ora rimane oscuro, dobbiamo rinunciare a cercare nel Medioevo la critica d’arte quale noi la intendiamo e pratichiamo, e cominciare con l’identificare quella differente attività giudicatrice – o, forse meglio, quelle differenti attività giudicatrici – che nel Medioevo esercitavano l’ufficio presso di noi esercitato dalla critica d’arte. Sappiamo ormai che soggetto di tale attività giudicatrice non era, o era solo accidentalmente, l’opera d’arte come espressione personale. Dobbiamo adesso vedere che cosa per la cultura medioevale fossero le opere d’arte e di quale specifica attività giudicatrice esse costituissero il soggetto.

Fossero quadri, statue, edifici, avori, smalti, miniature, le opere d’arte erano per la cultura medioevale – da Isidoro di Siviglia a san Tommaso – dei manufatti prodotti su ordinazione, e destinati ad uno scopo che non era la mera espressione del personale modo di sentire e pensare dei loro artefici, ma rispondeva ad esigenze pratiche del culto, della vita civile, della vita domestica: alla stessa stregua dei vestiti, suppellettili, utensili d’ogni sorta, veicoli, bastimenti. Come tali, esse facevano da soggetto in un giudizio che ne apprezzava la fattura in relazione allo scopo cui erano destinate, e di quella che noi chiameremo la loro qualità estetica (allora si diceva, più semplicemente, pulchritudo) teneva conto nella misura in cui questa era nell’opera un coefficiente di funzionalità, e si accordava con il concetto dello scopo a cui l’opera doveva servire. Anche la pura e semplice decorazione, la venustas parietum, era uno scopo ben preciso, avente stretta relazione con l’ambiente che si doveva adornare e con le funzioni, domestiche, mercantili, curiali o religiose, a cui quell’ambiente era destinato: di questa funzionalità dell’ambiente la decorazione era considerata un coefficiente, e doveva accordarsi col concetto di essa. Bellezza dell’opera d’arte, in quanto manufatto, era dunque la sua buona esecuzione, la più o meno perfetta lavorazione della materia, in vista della funzione che il prodotto era destinato ad assolvere, e in obbedienza ai dettami di chi l’aveva commissionata.

Il giudizio sulle opere, nell’ambito di una considerazione siffatta, non poteva non investire esclusivamente l’oggettività del fine, e della qualità in relazione al fine; disinteressandosi, o quasi, della soggettività dell’artefice, dalla quale l’opera d’arte compiuta si era ormai staccata vivendo, per così dire, nel consumo, al pari di ogni altro manufatto. Soggetto del giudizio era la cosa in quanto tale, e non la persona che l’aveva prodotta; predicato, la bellezza come qualità estetica inerente ad una destinazione extraestetica dell’oggetto, e non mai l’espressione puramente estetica, senz’altro fine che se stessa, della individualità soggettiva di un artefice. Una critica impiantata su queste basi, come apprezzamento di cose, veniva formulata e trasmessa, di solito, attraverso la descrizione delle cose stesse, e solo quando tale descrizione fosse richiesta da motivi che spesso avevano poco a che fare con l’interesse estetico.

Queste descrizioni di cose, chi volesse prenderne conoscenza, dovrebbe cercarle nella letteratura encomiastica, ascrivendosi a lode di questo o quel personaggio l’aver procacciato a sé o alla propria comunità» dei manufatti particolarmente lodevoli per la loro buona fattura; ovvero nell’annalistica: ché fra gli avvenimenti degni di memoria di un certo luogo o di un certo tempo non di rado si registravano costruzioni di edifici, erezioni di statue, collocazioni di quadri che avevano destato l’ammirazione dei più. Documenti di questo genere sono: i versi dedicatori, gli epitaffi, le biografie più o meno apologetiche; l’omelia pronunziata nella Cappella Palatina di Palermo e che fu a lungo erroneamente attribuita a Teofane Cerameo, arcivescovo di Taormina; le cronache, come quelle di Glaber, come la Relatio modenese, le cronache di Fra Salimbene da Parma, Jacopo da Varagine, Gervasio di Canterbury, Burcardo di Halle. E sono documenti in cui il giudizio si esaurisce, molto spesso, nella descrizione, o addirittura nella semplice menzione, del soggetto giudicato; il predicato, vale a dire la particolare qualità estetica di tale soggetto, emerge dalla descrizione, in quanto le caratteristiche dell’opera sulle quali viene fermata l’attenzione indicano la preferenza dello scrittore per certe forme piuttosto che per certe altre, fornendo in tal modo una implicita testimonianza dell’ideale estetico da lui condiviso: del modo, cioè, come egli intende quella pulchritudo che al giudizio critico fornisce il predicato.

La pulchritudo che cronisti, viaggiatori, biografi, redattori di panegirici d’ogni sorta, occasionalmente celebrano (mediante più o meno particolareggiate descrizioni di certi caratteri formali, oppure mediante un aggettivo o una apposizione) nelle opere d’aite che accade loro di menzionare, si riconduce sempre, e per l’oggetto lodato e per il modo della lode, alle preferenze estetiche coltivate nell’ambiente storico-culturale di cui ciascuno di quegli scrittori è portavoce più ò meno consapevole; ovvero alle preferenze estetiche dei personaggi e delle comunità, ecclesiastiche e secolari, di cui costoro narrano le gesta, quando non ne tessono deliberatamente l’elogio. In quei rudimentali giudizi critici, cui fan da soggetto, come abbiamo visto, le cose e non le personalità artistiche, il predicato è dato da un’idea del bello a cui vengono riconosciuti conformi i requisiti formali degli oggetti menzionati, e lodati per la loro pulchritudo. Alla oggettività del soggetto fa riscontro, nella critica medioevale, una oggettività del predicato: la bellezza che delle cose tutte (non solo delle opere d’arte, che sono cose soggette a giudizio estetico al pari di tutte le altre e non più rilevanti delle altre rispetto al giudizio estetico) viene predicata, è anche essa oggettiva, sussiste indipendentemente dal singolo soggetto di cui, in ogni singolo giudizio, viene predicata, come qualità riscontrabile in tutti gli altri oggetti belli, in base a una idea di bellezza ante rem che naturalmente varia col variare dei tempi, degli ambienti, delle concezioni filosofiche, dei vari modi di praticare la religiosità e delle diverse ideologie politiche.

Lo studio di queste idee oggettive del bello, nella loro varia e contrastante simultaneità come nella loro successione temporale, oltre ad essere momento centrale nella storia dell’estetica medioevale, viene a coincidere con la storia della critica d’arte medioevale, guardata dalla parte del predicato dei giudizi critici: come tale, esso non può non formare l’ossatura di ogni ricerca dedicata alla critica d’arte nel Medioevo. Solo quando si proceda alla ricognizione del predicato oggettivo dei giudizi in cui tale critica si praticava, sarà possibile rendersi conto di un procedimento giudicativo, assai diverso da quello a cui noi siamo abituati, perché consisteva non nel riferire un predicato universale-soggettivo ad un soggetto individuale, ma nel riferire un soggetto singolare-oggettivo ad un predicato universale-oggettivo.


[1] Sul concetto di Medioevo, sulla sua storia e le sue intrinseche difficoltà, si veda l’opera fondamentale di Giorgio Falco, La polemica sul Medioevo, Torino, Società Storica Subalpina, 1931.


Autore Rosario Assunto
Pubblicazione La critica d’arte nel pensiero medioevale
Editore Il Saggiatore
Luogo Milano
Anno 1961
Pagine 13-19

Risorse
Claudio Mennini – Il Medioevo di Rosario Assunto: la civiltà estetica

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