Il concetto agostiniano di numerus e i suoi nessi col pensiero platonico e neoplatonico (1)

Il numero è nell’ambito del sensibile e dell’intellegibile il fondamento intellegibile per la ragione che l’ente in generale è conoscibile ed è distinguibile l’uno dall’altro[1]. Nella funzione della distinzione delimitante il numero ha una affinità con la misura[2]. Conoscibile è solamente la forma chiaramente determinata; ma il numero è il fonda­mento per la species e per la forma dell’ente. Quando noi, dunque, conosciamo la species e la forma dell’ente, allora noi conosciamo – sulla base della generale costituzione numerica dell’ente – di volta in volta il suo numero. Numero non può qui essere inteso solamente come valo­re unitario logico-formale o denominazione astratta di un ente, è piuttosto da intendere come un fondamento onto­logico, aprioristico, qualitativo, determinante dell’ente: la differenza dei numeri, la loro differenziazione qualitativa dal punto di vista ontologico costituisce la differenziazio­ne qualitativa dell’ente stesso.

L’ente è possibile solo in quanto forma (forma, spe­cies). Ma la forma è determinata dall’azione dei numeri immanente in ogni ente. La manifestazione di questa struttura razionale, ossia dell’ordine dell’ente, è anche la sua bellezza (species, pulchritudo). Quindi anche la bel­lezza si deve intendere come derivante dal numero; essa si mostra come un fondamento ontologico dell’ente, che la Sapienza divina porta a manifestarsi (Dei sapientia omnis pulchritudo formatur).

La bellezza, in quanto numero posto con la creazione che determina ordine, si fonda sul numero assoluto: nell’Intelligenza divina, ossia nella Sapienza del Creatore, in quanto luogo dei numeri[3]. Questi sono gli elementi strutturali del suo Essere immutabile e della sua Verità; essi sono immutabili come questo stesso Essere. Se i numeri sono il fondamento di ordo, forma e pulchritudo dell’ente, se essi a loro volta si fondano sulla Sapienza divina come suoi elementi strutturali, se la Sapienza in quanto VERBO è, al contempo, Pienezza delle Forme (Idee) che essa mette in atto nella Creazione, allora i numeri coincidono in mente divina con queste forme paradigmatiche atemporali dell’ente creato, sono identici alle Idee.

Agostino illustra l’assolutezza del numero creativo e ordinatore, così come aveva fatto per la nozione di misu­ra, con l’espressione numerus sine numero. Pertanto il Creatore è summus numerus[4], ma non nel senso di una quantità suprema pensabile, la quale sarebbe ancora – in quanto cattiva infinità – sempre oltrepassabile, bensì come Numero che in sé non si può più numerare, cioè che non si può più cogliere con un numero: vera infinità. Questa infinità (infinitas) deve essere pensata – a prima vista in modo paradossale – come «determinata» o «deli­mitata» (finita), nel senso che si deve accettare che Dio comprende la sua propria infinità, e, del resto, il comprendere equivale sempre (anche per Dio) al determinare (finire)[5]. Quindi la vera infinità di Dio per noi è incomprensibile (senza limite), poiché non è determinabile in un concetto, mentre per Lui stesso è «determinata», per­ché è sempre già compresa.


[1] De libero arbitrio, II, 16, 42.

[2] De civitate Dei, XII, 19.

[3] De Trinitate, VI, 10, 11; De libero arbitrio, II, 11, 30; De civitate Dei, XII, 19; De Genesi ad litteram, IV, 4, 10; 6, 12ss; De musica, VI, 17, 57.

[4] De Genesi ad litteram, IV, 4, 8; De Genesi contra Manichaeos, I, 16, 26; Enarrationes in Psalmos, CXLVI, 11.

[5] Cf. Epistula, III, 2; De civitate Dei, XII, 19.


Autore Werner Beierwaltes
Pubblicazione Agostino – La natura del bene
Editore Rusconi
Luogo Milano
Anno 1995
Pagine 247-249
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