Quantità e Qualità

La qualità e la quantità vengono generalmente considerate co­me due termini complementari, benché molto spesso si sia lon­tani dal capire la ragione profonda di questa relazione. Occorre dunque partire dalla prima di tutte le dualità cosmiche, da quella cioè che è nel principio stesso dell’esistenza o della manifestazione universale, e senza la quale nessuna manifestazione sarebbe in alcun modo possibile; questa dualità è quella di Purusha e Prakriti secondo la dottrina indù, oppure, per servirci di un’altra terminologia, quella di «essenza» e «sostanza». Queste ultime devono essere considerate come prin­cìpi universali, essendo i due poli di qualsiasi manifestazione; ma ad altri livelli, cioè a quelli corrispondenti ai molteplici campi più o meno particolarizzati che si possono considerare al­l’interno dell’esistenza universale, si possono anche usare questi stessi termini per analogia, in senso relativo, per designare ciò che corrisponde a questi princìpi, o ciò che più direttamente li rappresenta in relazione ad una certa modalità più o meno ri­stretta della manifestazione. Si potrà così parlare di essenza e di sostanza, sia per un mondo, cioè per uno stato di esistenza deter­minato da certe particolari condizioni, sia per un essere considerato in particolare, o anche per ciascuno degli stati di questo es­sere, cioè per la sua manifestazione in ciascuno dei gradi dell’esi­stenza; in quest’ultimo caso, l’essenza e la sostanza rappresentano naturalmente la corrispondenza microcosmica di ciò che esse, dal punto di vista macrocosmico, sono per il mondo in cui si situa questa manifestazione, o, in altri termini, esse non sono altro che particolarizzazioni degli stessi princìpi relativi, i quali sono essi stessi determinazioni dell’essenza e della sostanza universali in rapporto alle condizioni del mondo in questione.

Intese in questo senso relativo, specie se riferite agli esseri par­ticolari, l’essenza e la sostanza fanno tutt’uno con la «forma» e la «materia» dei filosofi della Scolastica; noi però preferiamo evitare l’uso di questi ultimi termini, i quali, senza dubbio a causa di una imperfezione della lingua latina a questo proposito, rendono in modo piuttosto inesatto le idee che devono esprimere, e inoltre sono diventati ancora più equivoci a causa del signifi­cato del tutto diverso che le parole stesse ricevono comunemente nel linguaggio moderno. Comunque sia, dire che ogni essere ma­nifestato è un composto di «forma» e di «materia» equivale ad affermare che la sua esistenza procede necessariamente dall’essenza o dalla sostanza ad un tempo, e, per conseguenza, che vi è in lui qualcosa che corrisponde ad entrambi questi princìpi, di modo che sia come una risultante della loro unione, o, per essere più esatti, dell’azione esercitata dal principio attivo, o essenza, sul principio passivo, o sostanza; nell’applicazione che se ne fa nel caso degli esseri individuali, la «forma» e la «mate­ria» che li costituiscono sono rispettivamente identiche a ciò che nella tradizione indù viene designato come nama e rupa. E già che siamo intenti a segnalare le concordanze fra terminologie di­verse, cosa che permetterà a qualcuno di trasporre le nostre spiegazioni nel linguaggio cui è più abituato e quindi di capirle più facilmente, aggiungeremo ancora che ciò che viene chiamato «atto» e «potenza», in senso aristotelico, parimenti corrisponde all’essenza e alla sostanza; tali termini sono d’altronde suscettibili di un’applicazione più estesa che non quelli di «forma» e «ma­teria»; ma, in fondo, dire che in ogni essere vi è una mescolanza di atto e di potenza è pur sempre la stessa cosa, perché, in lui, l’atto è ciò per cui egli partecipa dell’essenza, e la potenza ciò per cui partecipa della sostanza; l’atto puro e la potenza pura non possono trovarsi in alcun modo nella manifestazione, in quanto essi, in definitiva, sono gli equivalenti dell’essenza e della so­stanza universali.

Chiarito ciò, possiamo parlare dell’essenza e della sostanza del nostro mondo, di quello cioè che è l’àmbito dell’essere indi­viduale umano, e diremo che, conformemente alle condizioni che definiscono propriamente tale mondo, questi due princìpi vi appaiono rispettivamente sotto l’aspetto della qualità e della quantità. Per quanto riguarda la qualità ciò può già sembrare evidente, poiché l’essenza è in definitiva la sintesi principiale di tutti gli attributi appartenenti ad un essere e che fanno di questo essere ciò che è, dato che attributi o qualità sono in fondo sino­nimi; e si può anche osservare che la qualità, considerata come il contenuto dell’essenza, se così è lecito esprimersi, non si limita esclusivamente al nostro mondo, ma è suscettibile di una tra­sposizione che ne universalizza il significato, e ciò non deve af­fatto stupire poiché essa rappresenta qui il principio superiore; ma, in una universalizzazione del genere, la qualità cessa di essere il correlativo della quantità, perché quest’ultima è per contro strettamente legata alle condizioni speciali del nostro mondo; dal punto di vista teologico, d’altronde, non si riferisce forse in qual­che modo la qualità a Dio stesso, parlando dei Suoi attributi, e non sarebbe forse inconcepibile pretendere di trasporre allo stes­so modo in Lui determinazioni quantitative di un qualsiasi ge­nere? Qualcuno potrebbe obiettare che Aristotele pone tanto la qualità come la quantità fra le «categorie», le quali non sono che modi speciali dell’essere, cui non sono coestensive; ma in questo modo egli non effettua la trasposizione di cui parlavamo e d’altronde non ha ragione di farlo: l’enumerazione delle catego­rie, infatti, si riferisce esclusivamente al nostro mondo e alle sue condizioni, ove la qualità non può e non deve in realtà essere presa altro che nel senso, per noi più immediato nel nostro stato individuale, in cui essa si presenta, come fin dall’inizio abbiamo detto, quale un correlativo della quantità.

È interessante osservare, d’altra parte, che la «forma» degli Scolastici è ciò che Aristotele chiama eidon, e che quest’ultima pa­rola è impiegata anche per designare la «specie», la quale è propriamente una natura o un’essenza comune a una indefinita moltitudine di individui; ora, questa natura è d’ordine pura­mente qualitativo, in quanto veramente «non numerabile» nel senso più ristretto dell’espressione, cioè indipendente dalla quantità, essendo indivisibile e tutta intera in ognuno degli in­dividui appartenenti a questa specie, sicché essa non viene affatto modificata dal numero di questi ultimi e non è suscettibile di variazioni in «più» o in «meno». Inoltre, eidon è etimologica­mente l’«idea», non nel senso psicologico dei moderni, ma in un senso ontologico più vicino a quello di Platone di quanto ordinariamente non si pensi, poiché, quali che siano le differenze realmente esistenti al riguardo fra la concezione di Platone e quella di Aristotele, tali differenze, come spesso accade, sono state notevolmente esagerate dai loro discepoli e commentatori. Le idee platoniche sono anche essenze; Platone ne mette soprattutto in evidenza l’aspetto trascendente e Aristotele quello immanente, la qual cosa, checché ne dicano gli spiriti «sistematici», non con­duce ad una esclusione reciproca, ma si riferisce soltanto a livelli diversi; in ogni caso si tratta degli «archetipi» o dei princìpi essenziali delle cose, i quali rappresentano ciò che si potrebbe chiamare il lato qualitativo della manifestazione. Queste stesse idee platoniche inoltre, sotto altro nome e per filiazione diretta, sono la stessa cosa dei numeri pitagorici; e ciò rende ben evidente che tali numeri pitagorici, come già da noi indicato in precedenza, e benché li si chiami numeri per analogia, non sono affatto numeri nel senso quantitativo e ordinario del termine, ma sono al contrario puramente qualitativi, corrispondendo inversamente, dal lato dell’essenza, a ciò che sono i numeri quantitativi dal lato della sostanza. Si può anche osservare che il nome di un essere, in quanto espressione della sua essenza, è propriamente un numero inteso in questo stesso senso qualita­tivo; ciò stabilisce uno stretto legame tra la concezione dei numeri pitagorici, e quindi quella delle idee platoniche, e l’uso del termine sanscrito nama per designare il lato essenziale di un essere.

Per cui, quando san Tommaso d’Aquino dice che «numerus stat ex parte materiae», intende appunto il numero quantitativo, e con ciò egli afferma appunto che la quantità appartiene imme­diatamente al lato sostanziale della manifestazione; diciamo so­stanziale, in quanto materia, in senso scolastico, non è affatto la «materia» quale i fisici moderni la intendono, bensì la sostanza, sia nell’accezione relativa come correlativo di forma e riferita agli esseri particolari, sia anche, quand’è questione di materia prima, intesa come principio passivo della manifestazione universale, cioè la potenzialità pura, che è l’equivalente di Prakriti nella dottrina indù. Tuttavia quando si parla di «materia», in qual­siasi senso la si intenda, tutto diviene particolarmente oscuro e confuso, certo non senza ragione.


Autore René Guénon
Pubblicazione Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi
Editore Adelphi (Il Ramo d’Oro, 8)
Luogo Milano
Anno 1989
Pagine 19-22
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