La contemplazione come creatività nel pensiero di Plotino (1)

 La contemplazione, nel suo significato più universale, è in Plotino l’atto mediante il quale ogni essere si instaura nella gerarchia del cosmo, attingendo la propria natura dalla presenza illuminante degli esseri che lo precedono e propagandone i riflessi intorno a sé nella costituzione degli esseri che gli sono inferiori. Essa è infatti «un logos che opera (ποίει) restando immobile, e dunque, restando in sé (ἐν αυτό μένον), al di qua di ogni impulso esteriore o passione, e insieme una irradiazione, la produzione di un ulteriore e inferiore «oggetto di contemplazione (θεώρημα)»[1]. Ma, come quel “restare in sé” sarebbe impossibile se l’oggetto non fosse insieme, oltre che il bene che è mèta delle aspirazioni del soggetto, la causa che lo costituisce nell’essere, così quel produrre, poièin, fuori di sé, sarebbe un vano giuoco se la causa che conoscendo produce, non fosse anche un bene per l’essere da essa prodotto. È evidente – osserva Prini – la stretta connessione tra i due momenti. «Mediazione e intreccio dell’una e dell’altra via, la contemplazione e dunque insieme creatività. Essa non è un atto accidentale degli esseri ma piuttosto è gli esseri, costituendoli originariamente, come contemplanti-contemplati. Di qui viene l’interiore necessità che giustifica il ‘produrre’ come il termine ultimo in cui l’atto conoscitivo si completa continuandosi in slancio creativo»[2]. Un’indagine di grande interesse per lo studioso comparatista potrebbe consistere nella messa in luce nelle Enneadi dei numerosi luoghi di pura teoresi contemplativa affini a quelli della speculazione introspettiva vedantica, propria delle Upanishad seriori. Si tratta cioè di accertare in che misura nella concezione plotiniana del cosmo l’atto di teoresi contemplativa è omologabile a quello che nel Vedanta fonda la coincidenza dell’essere-coscienza-beatitudine (sat-cit-ananda), e se l’origine della contemplatio risieda per Plotino come per il pensatore indiano nel «centro più riposto del cuore», nell’accezione ovviamente simbolica del termine «cuore».

A parte alcune somiglianze di ordine cosmologico per cui, ad esempio il Noûs, seconda ipostasi nello schema emanativo plotiniano, corrisponde al vedantico stadio di manifestazione formale o sottile – il buddista rupaloka e il malakût persiano – ci sembra che si possa parlare di una serie di ‘affinità interiori’ tra le Upanishad e le Enneadi, non tanto esitate dal sensus litteralis dei testi, a volte palesemente irrelativi, quanto dallo spirito che li informa, e che solo può giustificare più che i ‘contenuti’ della speculazione, il livello di ‘visione’ e di ‘penetrazione intuitiva’ in essa raggiunto.

Lo scenario metafisico delle Upanishad e delle Enneadi è meno spiegabile nei termini di una filosofia ‘personale’ degli autori che in quelli della stessa philosophia perennis che accomuna gli spiriti contemplativi di tradizioni storicamente anche molto distanti. Ci inducono a queste valutazioni i molti riscontri accertabili tra la visione plotiniana e quella upanishadica, la postulazione dell’invertibilità dell’ordine di discendenza dall’Uno nei termini di una ascesa della coscienza all’Uno, la coincidenza misterica tra actio e contemplatio, Bene-Bellezza-Conoscenza, il concetto di Madre-Natura nei termini di potenza generativa o maya, l’interiorizzazione della pòiesis, la ‘liberazione‘ (scr. moksha) nei termini di una ‘purificazione della vista interiore’, l’etica del raccoglimento nella quale può sbloccarsi ‘la voglia di appartenere a se stessi’[3]; infine lo stupore metafisico e il trasalimento dell’anima di fronte alla propria ignoranza di Dio.

Il concetto plotiniano della circolarità dell’essere e del fare rimanda a quello vedantico del sanathana dharma, la «legge universale». In Plotino «la legge universale dell’essere e del fare è questa circolarità, nella contemplazione, dell’Eros (il kama indiano) che ci conduce lontano, dall’irrequietudine della passione, fino alla presenza di Dio (il Brahman), e dell’Agathòn che ci crea, nello slancio della liberalità divina, creatori di bene nel mondo»[4].

Non sostanzialmente inconciliabile dal concetto indiano di moksha è la via della ‘liberazione’ plotiniana. Essa consiste nella «purificazione della nostra vista interiore» perché l’anima riconosca se stessa nel suo originario decoro.

Nella dottrina plotiniana della saggezza – rileva Prini – occupa certamente un posto centrale questo motivo estetico-religioso della ‘purificazione‘, dove al tema stoico del dominio delle passioni vengono date le tonalità sacrali delle opposizioni ‘brutto’-‘bello’,‘fosco’-‘luminoso’,’vergognoso’-‘ammirevole’ e così via. L’auto-dominio è certamente anche per Plotino la sostanza morale della nostra vita quotidiana – in modo non difforme dall’etica buddista. Ma c’è soprattutto un aspetto della sua dottrina della saggezza che ci pare assimilabile a quello vedantico dell’auto-realizzazione dell’uomo interiore. Ed è l’aspetto segnalato da Prini relativo al valore ‘pratico’ del silenzio, del raccoglimento, della ricchezza interiore. «Il saggio nella sua solitudine reintegra in se medesimo quell’universale ordine dell’essere che l’egoismo di ‘anime infantili’ ha tentato di sconvolgere e di spezzare. Egli non si isola dalla realtà… Ma vi penetra nel più profondo, scoprendo la legge ultima del cosmo nell’incontro di un’aspirazione amorosa e di uno slancio benefico, ed attuando la ragion d’essere della propria vita nella mediazione tra il divino e l’umano… La sua solitudine, come Plotino l’intende, è una pienezza e sovrabbondanza di vita che poi si effonde, con la silenziosa spontaneità della natura, a generare nuova vita: è una contemplazione che crea»[5].


[1] Enn. III, 8, 3, 3-4.

[2] Prini P., Plotino e la genesi dell’umanesimo interiore, Roma 1970.

[3] Enn., V, 1, 1.

[4] Prini P., op. cit.

[5] Ivi.


Autore Grazia Marchianò
Pubblicazione La parola e la forma
Editore Dedalo
Luogo Bari
Anno 1970
Pagine 52-55
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