Tradizione apostolica e tradizione gnostica

La Scrittura non è per i Valentiniani soltanto la Legge e i profeti, è anche l’Evangelo, con una differenza: «Mentre la Legge pura e taluni passi dei profeti sono stati ispirati da un germe spirituale ma imperfetto, il Salvatore stesso ha parlato nelle parti più sublimi dell’Evangelo. C’è dunque una differenza di livello spirituale: la conoscenza assoluta di Dio si manifesta soltanto nelle parole del Cristo» [1]. Neppure a tutto l’Evangelo, vale a dire alla tradizione apostolica nel suo insieme, i Valentiniani sono disposti a riconoscere una ispirazione unitaria. Anche qui occorre discernere tra ciò che è effettivamente comunicazione della sapienza divina e ciò che è aggiunta umana. Sia perché anche gli apostoli hanno inevitabilmente finito col «mescolare delle prescrizioni legali alle parole del Salvatore», sia perché il Salvatore stesso ha dovuto per manifestarsi quaggiù assumere l’elemento psichico, subendo di conseguenza l’influsso della Madre Sophia e del Demiurgo Jahweh [2]. Ovvero, la rivelazione stessa che egli ha portato è condizionata da concetti, immagini, espressioni di un determinato linguaggio, che va sottoposto al vaglio di una superiore visione spirituale per ricavarne il nucleo di pura verità.

Ireneo ha colto con precisione il punto critico della concezione ermeneutica dei Valentiniani, nonché il suo carattere alternativo rispetto a quella cattolica che si andava affermando, quando riferisce, non senza scandalo, che «gli eretici pongono sotto accusa le Scritture stesse: esse non sono né corrette né autorevoli, il loro linguaggio è equivoco, e non si può trovare a partire da esse la verità se non si conosce la tradizione. Perché, essi dicono, la verità non è stata trasmessa mediante degli scritti, ma a viva voce, e infatti Paolo stesso ha detto: ‘Noi parliamo di sapienza tra i perfetti, ma una sapienza che non è di questo mondo’» [3]. In altri termini, gli gnostici avrebbero constatato la non piena affidabilità della Scrittura, né in quanto testo trasmesso, a causa delle «scorrettezze», né per i suoi contenuti, formulati in modo oscuro, ambiguo, e quindi suscettibili di molteplici interpretazioni. Di qui la necessità di disporre di un criterio interpretativo stabile, che non può essere tratto dalla Scrittura stessa, dal momento che deve avere una funzione chiarificatrice nei suoi riguardi, o meglio una funzione di vaglio.

Tale criterio o chiave ermeneutica è costituita dalla «conoscenza della tradizione»; una tradizione orale, precisa Ireneo, a carattere sapienziale. Il riferimento all’espressione paolina è molto significativo, ma per essere colto con precisione occorre tornare alle ultime battute della Lettera a Flora,dove Tolomeo chiarisce alla sua interlocutrice che l’insegnamento fin lì impartitole potrà essere da lei pienamente compreso quando «sarà ritenuta degna di conoscere la tradizione apostolica, che anche noi abbiamo ricevuto per successione», e che trova conferma nell’insegnamento stesso del Salvatore [4]. Dunque, anche gli gnostici valentiniani come i cattolici si richiamavano alla tradizione apostolica, cioè a un insegnamento fondamentale trasmesso di generazione in generazione; ma con una rilevante differenza, che è ben indicata da Ireneo quando parla di trasmissione non «mediante degli scritti, ma a viva voce». Vale a dire che tradizione orale e tradizione scritta, lungi dal concatenarsi in un processo storico lineare, che dall’insegnamento di Gesù sfocia coerentemente negli scritti degli apostoli o dei loro discepoli, procedono piuttosto su piani distinti, costituendo la prima il principio interpretativo della seconda. Come scrive Tolomeo, la dottrina ricevuta dagli apostoli trova conferma nell’insegnamento del Salvatore, che detto più esplicitamente significa: il contenuto di verità di tale insegnamento, riportato dalla tradizione scritta in modo più o meno corretto, più o meno ambiguo, si svela a condizione di possedere quel tipo particolare di conoscenza che risale sì agli apostoli, ma della quale essi hanno parlato, come dice Paolo, solo «tra i perfetti». E perciò una «tradizione» accessibile a pochi, una conoscenza in definitiva personale, una illuminazione suscettibile di esprimersi e articolarsi in modi diversi e che dunque non è di per sé formalizzabile in un comune insegnamento pubblico; ciascun maestro in certo senso comincia daccapo, come nota Ireneo, anche se comune è il carattere sapienziale della speculazione, e comune è altresì, come si è visto, la concezione mistica della salvezza.

A tale conoscenza della verità, giudicata soggettivistica quanto arrogante, Ireneo contrappone la «regola di verità», cioè un contenuto dottrinale del tutto oggettivo e manifesto, comune a tutti gli apostoli e da loro concordemente trasmesso attraverso i propri scritti: «Un solo Dio, Creatore del cielo e della terra, predicato dalla Legge e dai profeti, e un solo Cristo, Figlio di Dio» [5]. Una condanna senza appello quella formulata dal vescovo di Lione; ma, bisogna dire, formulata esclusivamente sulla base degli scritti a carattere speculativo, cioè di elaborazioni in termini mitologici della conoscenza salvifica ricevuta dagli apostoli. Ma appunto, si tratta di miti, di figurazioni simboliche che non possono essere prese alla lettera, e quindi scambiate per il contenuto stesso della gnosi. I pochi frammenti superstiti dell’opera di Valentino ci dicono tutt’altro: il loro carattere intuitivo ed altamente poetico, che trova peraltro splendida conferma nel Vangelo di verità,a prescindere dalla sua attribuzione, appaiono esempi ben più adeguati a tale compito. E verosimilmente proprio questa doveva essere la funzione dell’esegesi scritturistica; utilizzata anche a fini teologici, come nel caso dell’interpretazione che Tolomeo offre del Prologo giovanneo, ma prevalentemente per accostarsi ai misteri ineffabili attraverso la bellezza dei testi colti nella loro carica simbolica.

Di qui nasce poi il vivo interesse di Clemente e di Origene per l’esegesi valentiniana, contestata su determinati punti dottrinali, ma non pregiudizialmente rifiutata. Anzi il confronto è accettato, e la discussione, almeno nel caso di Origene nei riguardi di Eracleone, avviene nel merito, cioè rispetto all’effettiva capacità di spiegare i passi della Scrittura in questione, tenendo conto di tutti gli elementi letterali e delle loro implicazioni simboliche. A testimonianza di una difficoltà che gli era ben presente: come accordare la lettera allo Spirito, ovvero come riconoscere all’insieme della Scrittura il carattere ispirato senza ridursi a una pura affermazione di principio, appellandosi a una qualche «regola di verità». La soluzione gnostica aveva il pregio di andare al cuore della questione: tutto ciò che trova espressione nella sfera mondana è sottoposto alla necessità, compresa la parola di Dio, ma per riconoscerlo non basta la semplice fede, occorre possedere una conoscenza trascendente. Questo per l’essenziale era anche il convincimento di Origene, ma egli non era disposto ad estromettere alcuno dall’economia della salvezza, neppure il diavolo. Ha così cercato e trovato un’altra più comprensiva soluzione: tutto va infine trasceso, anche la Scrittura, ma tutti sono altresì posti sotto il segno della redenzione, disponendo ciascuno del «senso» della Scrittura adeguato al proprio livello spirituale.


[1] G. Quispel, Introduzione a Lettre à Flora,cit.,p. 33.

[2] Ireneo, Contro le eresie, II 2, 2; cfr. I 6, 1 e 7, 3.

[3] Ibid., III 2, 1; si veda anche I 3, 6.

[4] Tolomeo, Lettera a Flora,7, 9.

[5] Ireneo, Contro le eresie, III 1, 2.


Autore Gaeta, G.
Pubblicazione La passione di Sophia – Ermeneutica gnostica dei Valentiniani
(Scrittura e Tradizione secondo i Valentiniani)
Editore Marietti
Anno 1997
Pagine 26-30
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